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Al Jazeera parla di svolta sul dossier nucleare, ma Israele punta alla guerra permanente e sabota ogni compromesso

Prosegue senza sosta il teatrino dell’assurdo per disinnescare la peggior destabilizzazione del Medio Oriente dell’era moderna.
Ma Donald Trump, che si ripropone come salvatore mandato dal Messia è fiducioso. "Penso che assisterete a due giorni incredibili", ha detto al giornalista di ABC NewsJonathan Karl, aggiungendo di non ritenere necessario estendere il cessate il fuoco di due settimane che scade la prossima settimana.
"Penso che sia quasi finita, sì. Voglio dire, vedo (la guerra – ndr) molto vicina alla conclusione", ha poi ribadito in un'intervista a Fox Business Network.

Parole evocate mentre, secondo il Washington Post, gli USA stanno dispiegando circa 10.000 militari aggiuntivi e diverse navi militari in Medio Oriente per aumentare la pressione sull'Iran.
Ciò include portaerei e unità dei Marines, in aggiunta ai circa 50.000 militari statunitensi già presenti nella regione. I funzionari affermano che il rafforzamento delle capacità militari offre agli USA più opzioni nel caso di fallimento dei negoziati, inclusi possibili attacchi o addirittura operazioni terrestri.
Solo ieri, poche ore fa, il Consiglio di sicurezza russo aveva lanciato l’allarme sulla possibilità che Washington e Tel Aviv potrebbero sfruttare i colloqui di pace per preparare un’operazione di terra contro l’Iran.

“Il Pentagono continua ad aumentare il numero di truppe statunitensi nella regione”, ha dichiarato in una nota, evidenziando il trasferimento di unità dell’82° Divisione aviotrasportata in Medio Oriente. Inoltre, un gruppo da sbarco anfibio guidato dalla nave d’assalto anfibio Boxer con 2.500 marines e un gruppo d’attacco di portaerei guidato dalla portaerei multiruolo a propulsione nucleare George Bush si stanno spostando nella zona di conflitto.
“L’arrivo nel Mar Arabico è previsto giusto in tempo per la scadenza del cessate il fuoco di due settimane”, si legge nel comunicato.
 

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Il blocco di Hormuz come leva di pressione irricevibile da Teheran

L’altro asso nella manica rivendicato per esercitare una decisa leva negoziale è rappresentato dal presunto embargo operato dal Tycoon contro le navi iraniane. “Durante le prime 48 ore del blocco navale statunitense in entrata e in uscita dai porti iraniani, nessuna imbarcazione è riuscita a superare le forze statunitensi”, ha dichiarato il CENTCOM americano, specificando che nove navi hanno obbedito all'ordine delle forze statunitensi di invertire la rotta e tornare verso un porto o una zona costiera iraniana.

Tuttavia, l'agenzia di stampa iraniana Fars News ha affermato che una superpetroliera iraniana soggetta a sanzioni statunitensi ha attraversato lo stretto in direzione del porto iraniano Imam Khomeini nonostante il blocco.
In ogni caso, secondo quanto riferisce Al-Jazeera, le forze armate iraniane avvertono che bloccheranno tutti i traffici commerciali nel Mar Rosso, nel Golfo Persico e nel Golfo di Oman se il blocco navale statunitense dovesse continuare, affermando che qualsiasi minaccia alle loro navi costituirà una «preludio» alla violazione della tregua.

La chiusura combinata dei due sbarramenti toglierebbe dal mercato il 25% dell’offerta mondiale di petrolio e gas e bloccherebbe il 10% del commercio globale in volume, perché il Bab el-Mandeb, largo solo 18 miglia tra Yemen e Gibuti, è il passaggio obbligato della rotta Asia‑Europa via Suez che movimenta circa il 30% del traffico mondiale di container. La sua chiusura obbligherebbe le navi a circumnavigare il Capo di Buona Speranza, aggiungendo 11.000 miglia nautiche, 10‑14 giorni di navigazione e circa 1 milione di dollari di costi extra di carburante per ogni viaggio.
Tuttavia, l’amministrazione Usa sta tentando ogni forma di pressione economica. L'Ufficio per il controllo dei beni esteri (OFAC) del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha emesso nuove sanzioni contro "l'infrastruttura illecita per il trasporto di petrolio in Iran", che coinvolgono una ventina di individui, società e navi. In una dichiarazione, si afferma che questi individui operavano all'interno della rete del magnate iraniano del trasporto petrolifero Mohammad Hossein Shamkhani, figlio di un alto consigliere dell'ex Guida Suprema iraniana Ali Khamenei.

Il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent ha affermato che l'amministrazione Trump continuerà a "tagliare i ponti con le reti iraniane di contrabbando illecito e di sostegno al terrorismo".
"Gli iraniani devono sapere che questo sarà l'equivalente finanziario di ciò che abbiamo visto nelle attività militari", ha detto Bessent, riferendosi alla campagna di attacchi aerei statunitensi e israeliani che ha ucciso diversi leader iraniani e danneggiato le capacità difensive e la marina del Paese.

Ha inoltre affermato che gli Stati Uniti non rinnoveranno le deroghe che consentivano l'acquisto di parte del petrolio russo e iraniano senza incorrere in sanzioni statunitensi. Queste mosse segnano la fine degli sforzi dell'amministrazione Trump volti a utilizzare le deroghe per liberare maggiori quantità di petrolio e abbassare i prezzi globali dell'energia, in costante aumento.
 

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Al Jazeera: “C’è una svolta importante sul fronte nucleare”

Nel frattempo, emerge una speranza per una soluzione diplomatica, con la visita del feldmaresciallo dell’esercito pakistano Asim Munir a Teheran. Stavolta, Islamabad si trova al centro di un delicato equilibrio: consegnare un messaggio diretto da parte degli Stati Uniti alla leadership iraniana e, allo stesso tempo, rafforzare la propria posizione di mediatore credibile tra due potenze nemiche. Fonti iraniane hanno confermato che la delegazione guidata da Munir comprende funzionari del Ministero degli Esteri e membri delle agenzie di sicurezza, con l’obiettivo di pianificare il prossimo ciclo di negoziati e mantenere in vita il fragile cessate il fuoco che separa l’Iran e l’America dalla soglia di un nuovo confronto.
Secondo diverse fonti diplomatiche, tra cui un funzionario che ha parlato con Al Jazeera, nei colloqui recenti sarebbe emersa una “svolta decisiva sul fronte nucleare”, possibile preludio a un compromesso sull’arricchimento dell’uranio. Teheran sembrerebbe aperta a valutare un contenimento tecnico del programma, almeno in cambio di garanzie politiche e la fine del blocco economico. Su questo punto, Pakistan, Egitto, Arabia Saudita e Turchia — un "Quad" informale riunitosi nelle ultime ore a Islamabad — tentano di coordinare una risposta regionale che eviti il collasso del cessate il fuoco.

“Sembra quindi che si stia raggiungendo un accordo, ma queste fonti ci hanno avvertito che ci sono detrattori da tutte le parti, a Teheran, a Washington, e il più grande di tutti, secondo fonti pakistane, è Israele, che non vuole un accordo di pace e desidera una guerra perpetua nella regione”, racconta una fonte di Al Jazeera.

A questo proposito, Il capo delle forze israeliane, Eyal Zamir, ha confermato l’intenzione di “continuare gli attacchi” e di impedire a Teheran di ottenere concessioni sul dossier nucleare. In parallelo, gli scontri in Gaza e nel sud del Libano continuano a minare ogni tentativo di stabilizzazione regionale. Il quadro che emerge è quello di una trattativa multilivello in cui nessun attore può permettersi di perdere la propria influenza — e dove il Pakistan, da semplice spettatore, tenta di diventare l’ago della bilancia.
Ed ecco che, dopo le pressioni iraniane e la mediazione pakistana, poche ora fa era stato raggiunto un accordo di cessate il fuoco in Libano, subito spezzato dall'esercito di occupazione che ha avvertito tutti i residenti a sud del fiume Litani, nel sud del Libano, di evacuare.
Al Jazeera ha segnalato attacchi sulle città libanesi meridionali di Tebnin, Haris e al-Majadel.


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I negoziati impossibili: il pretesto del nucleare e il rifiuto Usa di accettare la sconfitta

In questo contesto, l’evidente sudditanza dell’amministrazione Usa agli interessi di Israele non promette nulla di buono.
“Ieri ho parlato con il vicepresidente JD Vance. Mi ha riferito in dettaglio, come fanno tutti i membri di questa amministrazione ogni giorno”, ha dichiarato poche ore fa il premier israeliano Benjamin Netanyahu, lasciando intendere un coordinamento serrato con Washington sui dossier più sensibili.

Dopo il fallimento dei negoziati in Pakistan, Trump ha dichiarato che l’Iran non concederà “il 95%” di ciò che Washington pretende, ma “il 100%”, chiarendo che non accetterà alcun compromesso al ribasso. Nella sua narrativa, l’unico esito accettabile è la “resa incondizionata” di Teheran, formula ripetuta pubblicamente sui suoi canali e nei discorsi sull’andamento della guerra. Da qui discende un pacchetto di richieste che va ben oltre il JCPOA del 2015: cessione sostanziale del controllo operativo sullo Stretto di Hormuz, fine dell’arricchimento dell’uranio sul suolo iraniano e trasferimento all’estero dell’uranio già arricchito al 60%. L’obiettivo non è solo congelare il programma nucleare, ma ridefinire in senso restrittivo la stessa sovranità strategica dell’Iran.
Paradossalmente, queste condizioni massimaliste arrivano dopo una fase in cui la posizione iraniana si era mostrata più flessibile. Fino alla vigilia del 28 febbraio, data d’inizio della guerra, Teheran aveva accettato l’idea di rinunciare all’accumulo di uranio arricchito nel Paese, una concessione che di fatto chiudeva la strada alla costruzione di un ordigno nucleare in assenza del combustibile necessario. Nelle ultime tornate di dialogo pre-conflitto, gli iraniani avevano messo sul tavolo parametri persino più stringenti di quelli del JCPOA, ma la Casa Bianca ha scelto deliberatamente di non coglierli, mantenendo la linea della pressione militare e delle sanzioni. Oggi, chiedere a un Iran bombardato e sottoposto a blocco navale di accettare condizioni più pesanti di quelle rifiutate in tempo di “pace fredda” significa ignorare completamente i costi politici interni che qualsiasi leadership iraniana dovrebbe affrontare.

La sequenza degli ultimi anni rafforza l’idea che la priorità americana non sia mai stata solo impedire all’Iran di dotarsi della bomba. Trump è uscito unilateralmente dall’accordo del 2015 nel 2018, nonostante l’AIEA certificasse il rispetto degli impegni da parte di Teheran, e ha poi respinto nuove proposte iraniane che offrivano ulteriori garanzie tecniche. In questo contesto, le parole del portavoce del Ministero degli Esteri, Ismael Baqaei — secondo cui “il livello di arricchimento è negoziabile, ma l’Iran ha il diritto di continuare ad arricchire uranio ai livelli necessari ai propri bisogni nazionali” — segnano il limite politico oltre il quale Teheran non intende spingersi. La fiducia iraniana nella parola americana è ormai azzerata: dopo anni di offerte respinte e di accordi stracciati, le richieste di “100% di concessioni” vengono percepite non come una garanzia di sicurezza, ma come uno schema di cambio di regime mascherato.
 

Il continuo traffico di aerei cargo Usa verso il medio oriente

Nel frattempo, nonostante l’annuncio ufficiale del cessate il fuoco e i gesti diplomatici a Islamabad, il traffico aereo militare statunitense verso il Golfo continua senza interruzioni. Secondo la Military Air Tracking Alliance, dal 8 aprile gli Stati Uniti mantengono un flusso costante di voli diretti in Medio Oriente, segnale che non si tratta di un ritiro ma di un riposizionamento strategico. Dall’inizio della guerra sono stati registrati 1.035 voli militari USA nella regione e, anche dopo l’accordo di cessate il fuoco, se ne contano altri 76. In questo momento, 15 C-17 sono in volo verso il teatro mediorientale, confermando la preparazione a una possibile ripresa delle operazioni contro l’Iran.

I registri di volo rivelano spostamenti mirati: 47 decolli dalla base di Pope, in Carolina del Nord, di cui 26 diretti negli Emirati Arabi Uniti, 10 in Kuwait, 4 a Tel Aviv e 7 in Giordania. Colpisce l’assenza totale di voli verso Arabia Saudita e Qatar, due paesi che in questo frangente ospitano negoziati diplomatici, ma che Washington sembra deliberatamente evitare per ragioni politiche. La scelta di destinazioni meno visibili indica la volontà americana di rafforzare presenze logistiche dove la pressione mediatica e diplomatica è minore.
 

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Il satellite spia fornito da Pechino all’Iran

Emerge intanto il sempre più attivo ruolo di Pechino nella risposta offensiva così efficace che Teheran ha diretto contro gli asset Usa nel golfo Persico. Trump ha raccontato di aver scritto a Xi Jinping chiedendogli di non fornire armi all’Iran e di aver ricevuto una risposta rassicurante: “in sostanza”, il leader cinese gli avrebbe garantito che Pechino non sta armando Teheran. Nello stesso discorso, Trump ha insistito sull’idea di una Cina dipendente dal petrolio mediorientale (“è un uomo che ha bisogno di petrolio; a noi non serve”), utilizzando la leva energetica come strumento di pressione diplomatica.

Giusto nelle stesse ore giungeva al pubblico dominio un’inchiesta del Financial Times che ha rivelato come, dietro la facciata delle rassicurazioni cinesi, Teheran ha “segretamente acquisito” alla fine del 2024 il satellite spia TEE‑01B, costruito e lanciato dalla società cinese Earth Eye Co, e trasferito all’Iran con la formula dell’“in‑orbit delivery”. Il contratto, dal valore di circa 36 milioni di dollari, firmato da un generale della Forza aerospaziale dei Guardiani della Rivoluzione, includeva non solo il satellite ma anche il lanciatore, il supporto tecnico, l’infrastruttura dati e i servizi di una “controparte straniera”, configurando un pacchetto chiavi in mano di capacità spaziale ad alto valore militare. Durante la guerra di marzo, secondo i documenti trapelati, TEE‑01B è stato impiegato per guidare gli attacchi con droni e missili contro basi statunitensi in tutta la regione, fornendo coordinate con timestamp, immagini a elevata risoluzione e analisi orbitali che hanno consentito all’IRGC di colpire aerei e infrastrutture con maggiore precisione.

Un elemento cruciale dell’accordo riguarda l’accesso iraniano alla rete globale di stazioni terrestri commerciali di Emposat, società con sede a Pechino che offre servizi di controllo satellitare, telemetria e downlink di immagini. Grazie a questa rete, l’IRGC è in grado di impartire comandi al TEE‑01B “da qualsiasi parte del mondo”, disperdendo di fatto le proprie risorse spaziali al di fuori del territorio iraniano e riducendo la vulnerabilità a futuri attacchi missilistici contro le stazioni terrestri nazionali, già prese di mira nel 2025 e nel 2026. Analisti come Aidan Powers‑Riggs e Jim Lamson sottolineano che Emposat, pur formalmente commerciale, è un prodotto dello stato cinese e dell’establishment militare, nato da veterani del programma spaziale e sostenuto da fondi di fusione militare‑civile. In pratica, la Cina offre a Teheran non solo hardware ma anche un’“ombrello infrastrutturale” che complica enormemente le opzioni di risposta militare statunitense.
Sul piano tecnico, TEE‑01B garantisce una risoluzione intorno ai 0,5 metri, paragonabile alle migliori immagini commerciali occidentali, permettendo di distinguere singoli velivoli, mezzi e cambiamenti nelle infrastrutture, mentre i satelliti Noor‑2 e Noor‑3 iraniani restano nell’ordine dei 5–15 metri, troppo imprecisi per un targeting fine. Esperti come Nicole Grajewski evidenziano che il sistema è “chiaramente utilizzato per scopi militari”, essendo gestito direttamente dalla Forza aerospaziale dell’IRGC e non dal programma civile, e che l’Iran “ha davvero bisogno” di questa capacità esterna per identificare i bersagli in anticipo e valutare il successo dei propri attacchi. Questo upgrade si inserisce in una traiettoria più ampia di cooperazione: Mosca ha già lanciato diversi satelliti iraniani, aziende cinesi come Chang Guang Satellite Technology hanno fornito immagini ai ribelli Houthi per colpire navi nel Mar Rosso, e Pechino in passato ha fornito missili antinave “Silkworm” impiegati nello Stretto di Hormuz.
I dati raccontano una realtà inequivocabile: la Cina ha dato supporto militare e continuerà a darlo al suo partner commerciale, crocevia della nuova via della seta e del corridoio nord sud per unire tutta l’Eurasia.

Immagini di repertorio

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