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Strategia assente, solo bombardamenti: Teheran sceglie la resistenza e allarga lo scontro sul piano globale 

Per vincere un conflitto devi avere obiettivi chiari e strumenti adeguati per raggiungerli. Se i mezzi non sono coerenti con i fini, perdi. Non importa quanto sei potente, quanto fai rumore o quanti missili sei disposto a lanciare. Per questo motivo “Donald Trump ha perso la guerra con l’Iran”. Non per debolezza, ma per un errore di metodo. In estrema sintesi è questa l’analisi di Alessandro Orsini, che attraverso “Il Fatto Quotidiano” ha offerto una lettura chiara e semplice di come il presidente degli Stati Uniti abbia perso in Iran per una mancanza di obiettivi chiari e strumenti adeguati per raggiungerli.
Il noto sociologo, esperto di dinamiche legate al terrorismo internazionale e alla geopolitica, ha precisato che gli obiettivi di Trump sono essenzialmente quattro: cambiare il regime iraniano, spezzare i legami con gruppi come Hamas, Hezbollah e Houthi, fermare il programma nucleare e bloccare quello missilistico. Bisognava ottenere tutto e subito.
Il problema è che, a fronte di obiettivi così ambiziosi, il mezzo principale scelto sarebbe stato uno solo: la forza aerea. “Un mezzo inadeguato al fine”, ha precisato Orsini.
In pratica, la finezza strategica è stata completamente sostituita dalla forza bruta dei bombardamenti.
A questo va aggiunta anche la difficoltà ad ammettere di aver sbagliato, anche davanti all’evidenza.
Per dimostrarlo Orsini ha utilizzato l’esempio della guerra in Ucraina, unitamente ad alcune posizioni della stampa italiana, con nomi come Beppe Severgnini, Paolo Mieli e Luciano Fontana, che “hanno subito un trauma cognitivo talmente grande che hanno avuto bisogno di due anni circa per assorbirlo”. L’idea di fondo era questa: molti erano certi che la superiorità economica e militare dell’Occidente avrebbe portato a una vittoria inevitabile sull’avversario, la Russia.
“Beppe Severgnini, ospite di Lilli Gruber il 27 aprile 2022, si era espresso così sulla Russia: ‘Qui stiamo parlando di un Paese, non il più ricco del mondo, anche se molto armato, contro 40 democrazie ricche, avanzate e organizzate. Quindi, come va a finire questa storia è abbastanza evidente. Non c’è storia. Quaranta democrazie organizzate contro la Russia. È evidente chi è più forte a lungo andare. Economicamente, militarmente e strategicamente. Il punto è non umiliare i futuri sconfitti’”.
Peccato che la realtà abbia intrapreso una strada molto diversa, con “l’Europa - ha sottolineato Orsini - umiliata da Putin”. Per correggere la lettura di quanto è avvenuto realmente in Ucraina ci sono voluti anni. “Quei processi cognitivi alterati sono tornati alla realtà intorno al 15 agosto 2025, quando Trump ha accettato le richieste di Putin in Alaska, supplicando un cessate il fuoco”. E ancora: “Gli analisti italiani che avevano affermato l’esistenza di una verità assoluta (‘la Nato è onnipotente, tutto il resto è putinismo’) hanno avuto bisogno di due anni per compiere la necessaria riconversione cognitiva”.
Tornando all’Iran, la domanda è: perché Teheran non si è arresa dopo i bombardamenti? La risposta che ci offre Alessandro Orsini non è ideologica, ma economica. Meglio ancora: razionale.
“Il regime di Teheran non si è arreso perché la resistenza ai bombardamenti comporta un danno minore rispetto alle altre alternative. Trump ha impostato la trattativa (‘voglio tutto’) in modo da lasciare all’Iran una sola possibilità di azione: la resistenza” - prosegue - “Trump ha proposto al regime iraniano la resa senza condizioni, con la garanzia di distruggerlo comunque. Anziché trattare con un bastone e una carota (‘ti arrendi però ti salvi’), Trump ha offerto due bastonate (‘ti arrendi e ti distruggo’)”.
Ovviamente, il risultato è prevedibile: l’Iran ha scelto la resistenza, perché è anche l’opzione meno costosa tra quelle che Trump ha messo sul tavolo.
Così, non potendo vincere sul piano politico, Teheran ha alzato il livello dello scontro su un altro terreno. Lo ha fatto chiudendo lo Stretto di Hormuz e spostando il baricentro della crisi. Ha portato lo scontro verso una destabilizzazione molto più ampia, con effetti globali. E questo non è poco.
“Accettare la sconfitta richiederà una lunga (e penosa) riconversione cognitiva”. 

Foto © Imagoeconomica 

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