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Il consiglio di sicurezza russo avverte: Stati Uniti e Israele potrebbero preparare un'operazione di terra durante i colloqui

Ormai il dato è inequivocabile: nonostante il CENTCOM sostenga che nelle prime 24 ore di blocco navale statunitense contro l’Iran nessuna nave sia riuscita a superarlo per entrare o uscire da porti, in realtà, il traffico nello Stretto di Hormuz, pur essendo rimasto molto ridotto rispetto ai livelli prebellici, non si è affatto fermato: almeno otto navi hanno attraversato il canale, tra cui tre petroliere legate all’Iran che però erano dirette esclusivamente verso porti non iraniani e quindi non colpite direttamente dal dispositivo di interdizione. Prima dell’inizio della guerra del 28 febbraio, lo stretto registrava oltre 130 attraversamenti al giorno, mentre ora si parla solo di una frazione di quel volume, confermando un rallentamento strutturale del flusso commerciale marittimo anche prima dell’entrata a regime del blocco.

Fra le imbarcazioni che hanno attraversato lo stretto compaiono la Peace Gulf, una MR battente bandiera panamense abitualmente impiegata nel trasporto di nafta iraniana verso altri porti mediorientali non iraniani, e due petroliere soggette a sanzioni statunitensi, la Murlikishan e la Rich Starry, con quest’ultima – di proprietà cinese, equipaggio cinese e carico di circa 250.000 barili di metanolo imbarcati a Hamriyah (EAU) – indicata come la prima petroliera sanzionata a uscire dal Golfo dopo l’annuncio del blocco.
Sul piano politico-diplomatico, Pechino ha definito il blocco dei porti iraniani “pericoloso e irresponsabile”, avvertendo che rischia di alimentare ulteriormente le tensioni, pur evitando di chiarire se in questo momento navi battenti bandiera cinese stiano transitando nello Stretto di Hormuz.

“Abbiamo accordi commerciali ed energetici con l'Iran. Ci aspettiamo che gli altri non interferiscano nei nostri affari. Lo stretto di Hormuz è aperto per noi", ha puntualizzato schiettamente ieri il ministro della Difesa cinese, l’ammiraglio Dong Jun. Per Pechino, dunque, il libero commercio rappresenta una linea rossa che probabilmente gli americani non sono pronti a superare.
Difficile, dunque, che l’amministrazione americana ora pensi a dare serio seguito a queste misure inasprendo ulteriormente le restrizioni alla navigazione. Come evidenziato ieri anche dall’Associated Press, il blocco dei porti iraniani potrebbe portare alla chiusura dello Stretto di Bab el-Mandeb da parte dello Yemen, aggiungendo un ulteriore livello di pressione sull’industria della navigazione globale.

Il combinato disposto dei due sbarramenti eliminerebbe il 25% dell’offerta mondiale di petrolio e gas e il 10% del commercio globale in volume. Il Bab el-Mandeb — 18 miglia tra Yemen e Gibuti — è il gateway obbligatorio di tutta la rotta Asia-Europa via Canale di Suez, che veicola circa il 30% del container shipping mondiale. Una sua chiusura costringerebbe tutte le navi a circumnavigare il Capo di Buona Speranza, aggiungendo 11.000 miglia nautiche, 10-14 giorni di navigazione e circa 1 milione di dollari di costi aggiuntivi di carburante per viaggio.

Una dinamica che inasprirebbe le ripercussioni inflazionistiche negli Usa dove già il tycoon gode di un pessimo consenso popolare.
Un sondaggio Reuters/Ipsos condotto tra il 10 e il 12 aprile, dopo l'annuncio del cessate il fuoco, ha mostrato che il 35% degli americani approva gli attacchi statunitensi contro l'Iran, in calo rispetto al 37% della settimana precedente. E siamo solo all’inizio: il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto al ribasso le sue previsioni di crescita, citando l'impennata dei prezzi e le interruzioni delle forniture causate dalla guerra, e ha affermato che l'economia globale si troverebbe sull'orlo della recessione se il conflitto dovesse peggiorare e il prezzo del petrolio rimanesse al di sopra dei 100 dollari al barile fino al 2027. L'Agenzia Internazionale dell'Energia ha drasticamente ridotto le sue previsioni di crescita per l'offerta e la domanda globale di petrolio, affermando che entrambe dovrebbero ora diminuire rispetto ai livelli del 2025.


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L’annuncio di nuovi negoziati che inebria le borse

Ed ecco che solo pochi giorni dopo il fallimento dei colloqui di Islamabad – vanificati dalla mancata promessa Usa di garantire il cessate il fuoco in Libano, nonché dalle divergenze sul destino dell’uranio arricchito iraniano e il controllo dello Stretto di Hormuz, che Teheran avrebbe escluso di aprire incondizionatamente senza pedaggi, dati gli ingenti danni di guerra arrecatigli – Donald Trump annuncia nuovi negoziati in arrivo.
L’obiettivo è tenere nuovi incontri prima che la tregua, annunciata il 7 aprile, scada la prossima settimana, secondo persone informate sui fatti.

Siamo stati contattati stamattina dalle persone giuste, quelle appropriate, e vogliono concludere un accordo”, aveva dichiarato il tycoon alla Casa Bianca lunedì, poche ore dopo che la Marina statunitense ha iniziato a implementare il blocco dello stretto. In giornata, secondo il New York Post, ha poi preannunciato ulteriori colloqui con l'Iran in Pakistan “nei prossimi due giorni” che potrebbero svolgersi a Islamabad.
Dovreste rimanere lì, davvero, perché potrebbe succedere qualcosa nei prossimi due giorni, e noi saremmo più propensi ad andarci”, ha dichiarato in un'intervista telefonica rilasciata oggi al quotidiano.
Inizialmente il presidente americano aveva suggerito che un secondo round si sarebbe probabilmente tenuto in Europa, salvo poi correggere il tiro e definire “più probabile” un ritorno a Islamabad, elogiando il capo dell'esercito pakistano Asim Munir per “l'ottimo lavoro che sta facendo”.

Gli auspici del vate dal ciuffo biondo hanno subito fatto respirare i mercati finanziari sotto pressione. Le borse sono salite e il prezzo del petrolio è calato dopo che il presidente ha segnalato la sua disponibilità a riprendere i colloqui, alimentando le aspettative di un possibile accordo che potrebbe porre fine alla guerra di sei settimane. L’indice MSCI All Country World è salito dello 0,4%, avviandosi verso l’ottavo giorno consecutivo di rialzi, il più lungo dallo scorso settembre, mentre le borse asiatiche hanno seguito Wall Street. Il greggio Brent è calato fino al 2,9% a 96,50 dollari al barile martedì e il dollaro si è indebolito rispetto alla maggior parte delle valute del G10.
 

Israele, Hezbollah e la “longa manus” sulla Casa Bianca

Tuttavia, nubi oscure si stagliano all’orizzonte. Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar ha ribadito la linea dura parlando con i giornalisti a Gerusalemme: “Non permetteremo mai all'Iran di ottenere armi nucleari. I materiali arricchiti devono essere rimossi dall'Iran”. Il ministro della Difesa Israel Katz ha a sua volta affermato che Stati Uniti e Israele hanno stabilito la rimozione del materiale arricchito come condizione preliminare per la fine della campagna militare.

A complicare gli sforzi del Pakistan per mediare la fine della guerra, Israele ha continuato a prendere di mira Hezbollah in Libano, sostenuto dall'Iran, in una cruenta offensiva che ha provocato oltre 2.000 morti e 1,2 milioni di sfollati secondo le autorità libanesi.
In questo contesto, il segretario di Stato, Marco Rubio ha ospitato a Washington i primi colloqui diretti, un “raro confronto” tra due Paesi formalmente in guerra dal 1948, ma “non è stato immediatamente chiaro” se sia emerso un vero quadro di pace.
Il governo libanese ha chiarito, durante i colloqui mediati dagli Stati Uniti con Israele, di non voler più essere "occupato" da Hezbollah e che si è discusso di una visione a lungo termine per un confine chiaramente definito, ha dichiarato ai giornalisti l'ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Yechiel Leiter, al termine dei colloqui.
La leadership libanese formata dal presidente Joseph Aoun e dal premier Nawaf Salam ha bandito l’ala militare del gruppo dopo i recenti attacchi contro Israele, ma un disarmo forzato rischierebbe di riaccendere un conflitto civile in un Paese già devastato in passato.


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© Imagoeconomica


Per Tel Aviv e Washington, sembra tutto un espediente per prendere tempo, in preparazione di uno scenario più sinistro e la sudditanza dell’attuale amministrazione ad Israele non preannuncia nulla di buono.
“Ieri ho parlato con il vicepresidente JD Vance. Mi ha riferito in dettaglio, come fanno tutti i membri di questa amministrazione ogni giorno”, ha dichiarato il premier israeliano Benjamin Netanyahu, lasciando intendere un coordinamento serrato con Washington sui dossier più sensibili.
Dichiarazioni che per il vicepresidente iraniano Mohammad Reza Aref rappresentano un'umiliazione per gli Stati Uniti. “Il popolo americano dovrebbe rendersi conto che la Casa Bianca si è trasformata in una 'sede di rappresentanza' del regime israeliano. Non nascondono nemmeno chi tira davvero le fila”, ha commentato.
 

Consiglio di sicurezza russo: Usa e Israele potrebbero preparare un’operazione di terra

Numerosi indizi inquietanti parlano di colloqui che potrebbero trasformarsi nell’ennesima trappola mortale tesa agli iraniani.
La cinese MizarVision ha diffuso nuove immagini satellitari che mostrano le posizioni delle navi dei paesi occidentali, impegnate a schierarsi in una configurazione comune che va ben oltre la semplice sorveglianza di singole unità. La portaerei francese Charles de Gaulle e la statunitense USS Gerald R. Ford (CVN‑78) si trovano attualmente nel Mediterraneo orientale, mentre un’altra portaerei USA, la USS Abraham Lincoln (CVN‑72), insieme alle sue navi di supporto, sta estendendo questa rete più a est, verso l’Iran, e si attende a breve l’arrivo della USS George H. W. Bush. Secondo queste valutazioni, la configurazione somiglia a una protezione multilivello ben studiata prima di un colpo principale, che include aviazione, logistica comune e la possibilità di controllare costantemente un vasto territorio, da Israele e dal Mar Rosso fino al Golfo Persico. Ne consegue che l’ipotesi secondo cui i negoziati siano serviti agli USA anche per rafforzare il gruppo d’attacco appare sempre più plausibile.

A questo proposito, poche ore fa, il Consiglio di sicurezza russo ha lanciato l’allarme sulla possibilità che Washington e Tel Aviv potrebbero sfruttare i colloqui di pace per preparare un'operazione di terra contro l'Iran.
"Il Pentagono continua ad aumentare il numero di truppe statunitensi nella regione", ha dichiarato in una nota, evidenziando come, allo stesso tempo, Teheran possieda ancora una quantità significativa di armi.
Come rilevato dall’SBRF, prosegue il trasferimento di unità dell'82ª Divisione aviotrasportata in Medio Oriente. Inoltre, un gruppo da sbarco anfibio guidato dalla nave d'assalto anfibio Boxer con 2.500 marines e un gruppo d'attacco di portaerei guidato dalla portaerei multiruolo a propulsione nucleare George Bush si stanno spostando nella zona di conflitto.
"L'arrivo nel Mar Arabico è previsto giusto in tempo per la scadenza del cessate il fuoco di due settimane", si legge nel comunicato.
Il Consiglio di sicurezza russo ha inoltre aggiunto che sono da attendersi operazioni intense da parte delle forze della coalizione per rifornire le armi d'attacco e antimissile, nonché una significativa attività da parte delle forze di ricognizione.
Allo stesso tempo, hanno avvertito che le ostilità potrebbero riprendere con maggiore intensità se le parti non riusciranno a raggiungere un accordo entro due settimane.

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