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L'avvocato di Salvatore Borsellino: "Serve un supplemento d'indagine"

Non può finire con un’archiviazione. L’avvocato Fabio Repici, legale di Salvatore Borsellino, che ha depositato l’opposizione alla richiesta della Procura di Caltanissetta di chiudere il procedimento a carico dell’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri, già condannato per concorso esterno in associazione mafiosa (pena scontata), si oppone criticando aspramente il lavoro dei pubblici ministeri. Secondo la difesa “non solo le indagini sono state del tutto lacunose […] ma sono state del tutto travisate le risultanze acquisite”, scrive Repici, sostenendo che la richiesta di archiviazione arriva troppo presto, a fronte di elementi ancora non approfonditi e di connessioni rimaste sullo sfondo.
Dall’intervista di Paolo Borsellino alle intercettazioni di Giuseppe Graviano, fino alla rete economica legata agli appalti Fininvest di Silvio Berlusconi. Sono tante le lacune evidenziate da Repici nelle 15 pagine di opposizione alla richiesta di archiviazione, che portano l’avvocato a concludere che “sussistono gravi indizi di reato a carico di Marcello Dell'Utri per la strage di via d'Amelio, in uno scenario che trova perfino plastica descrizione nel racconto di Ezio Cartotto sulla nascita di Forza Italia per iniziativa specifica proprio di Marcello Dell'Utri, mentre costui si relazionava con Giuseppe Graviano ed altri esponenti di spicco di Cosa nostra”. 


L’intervista di Borsellino e il pericolo di un terremoto politico

Tra i punti principali indicati nell’opposizione c’è la video-intervista che Paolo Borsellino rilasciò ai giornalisti francesi Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo. Un documento che, secondo Repici, avrebbe avuto un impatto potenzialmente dirompente se fosse stato reso pubblico nei primi anni ’90. In quell’intervista, il magistrato affrontava il tema dei rapporti tra mafia ed economia, con riferimenti alle figure di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. La sua pubblicazione prima delle elezioni del 1994 avrebbe certamente influito sugli equilibri politico-istituzionali dell’epoca. Il punto non è solo storico, ma soprattutto investigativo. Attorno a quel materiale, infatti, si registrano delle anomalie. L’articolo di Leo Sisti su L’Espresso e l’intervista rilasciata da Michel Thoulouze a Marco Lillo – per Il Fatto Quotidiano – suggeriscono che vi siano stati ostacoli alla piena emersione dei contenuti. 
Secondo quanto riferito da Calvi, durante una rogatoria un legale avrebbe tentato di limitare le domande sui rapporti tra Berlusconi e Dell’Utri, arrivando a svolgere “un ruolo da “parafulmine”, opponendosi a domande […] cercando di zittire il suo cliente”. Per Repici, questi elementi rendono necessario riaprire il capitolo: recuperare il girato integrale, acquisire i documenti consegnati da Borsellino ai giornalisti e chiarire chi cercò di bloccare la diffusione dell’intervista. Anche perché, nella ricostruzione proposta, quel materiale potrebbe inserirsi nel contesto che precede la nascita di Forza Italia.  


repici fabio pbasani

Fabio Repici © Paolo Bassani 


Graviano, intercettazioni ignorate e dichiarazioni “false”

Un altro nodo centrale riguarda il boss stragista di Brancaccio Giuseppe Graviano. Repici evidenzia un errore nella richiesta di archiviazione: aver trattato allo stesso modo le intercettazioni (tra Graviano e Umberto Adinolfi) e le dichiarazioni rese dal boss nel processo “‘Ndrangheta stragista”. Nel documento Repici sottolinea che si tratta di due piani opposti. Da un lato ci sono parole intercettate mentre Graviano parla in carcere, scrive, e dall’altro dichiarazioni rese in sede processuale “palesemente false e reticenti”. La differenza è sostanziale. Nelle intercettazioni del 10 aprile 2016, Graviano parla della strage di via d’Amelio come di una “cortesia” richiesta. Un passaggio che, nella lettura dell’avvocato, non può essere ignorato: “In quella intercettazione Giuseppe Graviano confessa di aver fatto la strage su richiesta”. 
La perizia di trascrizione della stessa intercettazione, disposta dalla Corte di assise di Palermo, è ancora più significativa. Emerge, infatti, che “il favore urgente di compiere la strage venne richiesto a Graviano da Berlusconi”. Per Repici, si tratta di un elemento che assume un peso decisivo, tanto da configurare “una vera e propria chiamata in correità di imponente rilievo a carico di Dell’Utri”. Un dato che non può essere ridimensionato né confuso con dichiarazioni giudicate inattendibili. 


Appalti Fininvest e relazioni: i nomi di Sartori, Currò e Di Miceli

L’opposizione si spinge poi a ricostruire una rete di rapporti che collega imprenditoria, appalti e ambienti mafiosi. Al centro ci sono gli appalti delle pulizie della Fininvest, gestiti – secondo quanto emerge – da cooperative riconducibili agli imprenditori Natale Sartori e Antonino Currò. I due, già coinvolti in procedimenti giudiziari, avrebbero intrattenuto rapporti con la famiglia di Vittorio Mangano e con lo stesso Dell’Utri. Un quadro rafforzato dalle dichiarazioni di collaboratori di giustizia e da riscontri documentali. In questo contesto emerge anche la figura di Piero Di Miceli, commercialista considerato centrale nella rete di relazioni. Dalle carte risulta che fosse collegato ad ambienti mafiosi e che avrebbe assunto “un atteggiamento di favore per Marcello Dell’Utri”. Un elemento particolarmente significativo riguarda l’utilizzo di un’utenza telefonica formalmente intestata al braccio destro di Graviano ma in uso proprio a Di Miceli. Un dettaglio che, secondo Repici, impone nuovi accertamenti sui legami tra questi soggetti e sull’eventuale ruolo svolto nella vicenda.  

Foto di copertina © Imagoeconomica 

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