L’intervento del direttore e del caporedattore di ANTIMAFIADuemila all’incontro organizzato dall’associazione Veritas Vincit
“Un potere più in alto, più forte, un potere dello Stato e non oltre lo Stato, aveva chiesto e ottenuto a Riina e alla mafia” la strage di via d’Amelio, “altrimenti Cosa nostra sarebbe stata cancellata completamente dalla mappa. E quindi Cosa nostra è stata costretta ad accettarla. Riina ha organizzato la strage di via d'Amelio in collaborazione con i servizi segreti, con agenti di Stato e con i killer stessi della mafia, e anche con lo zampino dei servizi segreti degli Stati Uniti d'America”.
Con queste parole Giorgio Bongiovanni, direttore di ANTIMAFIADuemila, ha aperto la serata di memoria e verità storica organizzata venerdì 10 aprile 2026 dall’associazione Veritas Vincit APS a Tombolo, dedicata alla strage di via d’Amelio del 19 luglio 1992, in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi, Claudio Traina e Vincenzo Li Muli.
L’evento, moderato dall’avvocato Alessandro Braga, ha visto la partecipazione del coordinatore per i temi dell’antimafia dell’associazione Veritas Vincit, Flavio Bertaiola, e il collegamento del caporedattore di ANTIMAFIADuemila Aaron Pettinari. L’evento, trasmesso in diretta streaming, ha visto il docufilm “Strage Borsellino. L’agenda rossa e i mandanti esterni”, già visto da oltre 170mila utenti online. "Cosa nostra aveva tutto da perdere con la seconda strage, come ha perso. La strage di via D’Amelio ha causato successivamente l’arresto e la condanna di tutta la cupola di Cosa nostra. Allora perché è stata fatta? Perché si è data la zappa sui piedi la mafia?”
Bongiovanni ha aggiunto che "Cosa nostra non ha cessato di commettere stragi. Cosa nostra è sempre viva, non ha la stessa forza militare di un tempo, è seguita, aiutata e consolata dall’organizzazione criminale più potente al momento nel mondo occidentale, che è la ‘Ndrangheta”. “L’ultimo attentato in corso, speriamo che non avvenga mai, è quello contro il giudice Nino Di Matteo, il pubblico ministero che lavora alla Direzione Nazionale Antimafia. Recentemente hanno scarcerato un tale Galatolo” il cui “nipote faceva parte del direttivo del comando dell'attentato che Matteo Messina Denaro, l'allora latitante capo di Cosa nostra, voleva porre in essere contro questo magistrato”. Su questo punto è poi subentrato nel dibattito Aaron Pettinari: il caporedattore ha affrontato, appunto, il caso del permesso premio concesso a Raffaele Galatolo, zio di Vito Galatolo, coinvolto nell’organizzazione dell’attentato contro il pm Nino Di Matteo.
L’attentato “è tuttora comunque in corso, o nel senso che non è stato mai revocato e che resta certamente operativo. Così era scritto nella sentenza di archiviazione dei giudici nel novembre del 2017”.
"A tutt’oggi il dottor Di Matteo, insieme a Nicola Gratteri, è tra i magistrati più scortati d’Italia. Il fatto che, seppur per pochi giorni, seppur per un permesso premio, Raffaele Galatolo, quindi un membro di quella famiglia che aveva avuto un ruolo cardine per quanto riguarda l’esecuzione di quell’attentato, sia tornato in libertà ci inquieta non poco, dovrebbe inquietare tutti quanti i cittadini italiani".
Pettinari ha sottolineato che "questa situazione fa il paio con tutta una serie di capi mafia che comunque sono tornati in libertà anche a Palermo" e che "c’è qualcosa che non va da questo punto di vista da qualche tempo”: “Se i boss condannati all’ergastolo, e magari anche quelli al 41 bis, possono uscire dal carcere anche fosse un solo giorno, ecco che collaborare con la giustizia non converrebbe più".
La presenza dei servizi segreti e il depistaggio
Tornando alla strage di via d’Amelio, Pettinari ha confermato che “i servizi hanno avuto un ruolo, o comunque apparati deviati dello Stato hanno avuto un ruolo in quell’attentato, come anche nell’attentato di Capaci di 57 giorni prima". Ha citato le sentenze sul depistaggio: “Si dice in maniera chiara che quantomeno i servizi avallarono quel depistaggio, nella misura in cui non dissero nulla. Anzi, avevano fatto due informative dove veniva accreditata la pista Scarantino" ha ricordato il caporedattore citando anche elementi inquietanti legati a Capaci e alle stragi del 1993, tra cui "un’impronta di donna in un guanto di lattice", "figure armeggiare nei giorni precedenti" in quella zona e "un bigliettino anche dei servizi nei luoghi, nei pressi del cratere".
Ha citato anche i risultati della precedente Commissione Parlamentare Antimafia, con il magistrato Gianfranco Donadio come consulente: nella strage di Firenze (notte tra il 26 e il 27 maggio 1993) sono stati usati circa 300 chili di tritolo, ma i collaboratori di giustizia hanno sempre parlato di circa 140 chili. Chi ha fornito quindi l’altra metà? “Quindi ci sono soggetti esterni a Cosa nostra che hanno avuto a che fare probabilmente con l’esecuzione dell’attentato. Io potrei anche spingermi a dire che gli elementi ce ne sono talmente tanti, di indizi, che quasi diventa certezza, per quanto la magistratura sia impegnata nel dare un volto a queste persone, ovviamente”, ha detto Pettinari.
L’agenda rossa e i documenti spariti
Uno dei punti centrali è rimasto la sparizione dell’agenda rossa di Borsellino. "A prendere l’agenda rossa non sono certamente i boss mafiosi che hanno fatto l’attentato”, ha detto il giornalista ricordando il ruolo dell’ex questore di Palermo Arnaldo La Barbera, "uomo dei servizi in passato, con il nome in codice Rutilius", indicato come uno degli autori del depistaggio. La Barbera "disse ai figli di Borsellino, alla figlia di Borsellino, Lucia, di essersi inventata la presenza dell’Agenda Rossa" e "nei giorni successivi alla strage […] disse che la stessa non esisteva e anzi molto probabilmente era andata distrutta". "È chiaro che l’hanno uomini delle istituzioni più che mafiosi, nel momento in cui è chiaro, evidente che a operare all’interno della borsa di Paolo Borsellino sono quantomeno uomini delle istituzioni". Il giornalista ha citato anche la manomissione dei computer nell’ufficio di Giovanni Falcone: “Non sono certo uomini di Cosa nostra quelli che sono entrati per manomettere i computer di Falcone e far sparire alcuni documenti, alcuni file, ma è facile credere che siano manine o manone di apparati deviati dello Stato".
https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/309-topnews/108706-strage-via-d-amelio-bongiovanni-e-pettinari-coinvolti-mafia-servizi-segreti-italiani-e-usa.html#sigProId9b106b8701
Le domande ancora senza risposta
"Tenete conto che noi ad oggi non sappiamo nemmeno chi è che ha premuto il pulsante della strage di via d’Amelio" ha detto il caporedattore di questo giornale. "Chi è quell’uomo che, insieme agli uomini di Cosa nostra, era presente nel garage di via Villa Sevaglios di cui parla Spatuzza? Chi è che ha preso in mano l’agenda rossa? Che fine ha fatto? Quali sono i segreti che quindi c’erano contenuti dentro quella agenda rossa? Paolo Borsellino aveva individuato i mandanti di Giovanni Falcone?". "Senza queste verità, avremo una verità che è incompleta. E soprattutto, io, a mio avviso, ripeto, siccome riteniamo, ritengo che dietro quelle verità si nasconda anche la chiave di volta per comprendere chi sono oggi ai vertici del nostro Paese, noi per capire il nostro presente dobbiamo conoscere il nostro passato, ma conoscerlo per intero, non in parte". Pettinari ha infine espresso forti riserve sulla linea della Commissione Parlamentare Antimafia, che privilegia la pista mafia-appalti. "Io penso che sia un errore, la Commissione Antimafia fa un errore di fondo, non spiega assolutamente" l’accelerazione tra Capaci e via d’Amelio. Ha osservato che i soggetti coinvolti in mafia-appalti "nei primissimi anni ’90 hanno praticamente concluso la loro" carriera politica e che "non spiegano oggettivamente" il movente delle stragi.
“La ricerca della verità secondo me va trovata in quegli altri elementi di cui abbiamo parlato fino adesso”.
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