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L’Europa si riarma e investe: il 58% delle armi NATO arriva dagli USA, mentre Israele resta centrale negli affari

Nel 2025 l’export militare italiano ha toccato un nuovo record. Lo ha fatto superando i 9 miliardi di euro di autorizzazioni per vendite all’estero.

Un trend in continua crescita. Anche e soprattutto se si considera che il 2024 è stato un anno in cui le autorizzazioni complessive hanno sfiorato gli 8 miliardi di euro (circa 7,9 miliardi per export e intermediazioni).

Per fortuna, siamo ancora lontani dal record dei record toccato tra il 2016 e il 2017, quando l’export militare italiano ha toccato rispettivamente 14,6 miliardi di euro e 10,3 miliardi di euro. In quell’occasione, “l’anomalia” che ha portato guadagni quasi fuori scala è stata favorita da una combinazione piuttosto precisa di diversi fattori, come la guerra in Yemen iniziata nel 2015 e con Paesi come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti che hanno iniziato a comprare enormi quantità di armamenti per sostenere le operazioni militari. L’Italia era tra i fornitori. Poi ci sono state le grandi commesse, come la vendita di 28 Eurofighter Typhoon al Kuwait, dentro la quale c’era “Leonardo S.p.A”. Oppure i contratti navali e militari con Paesi del Golfo, ma in questo caso dentro c’era invece Fincantieri. Ha contribuito anche l’instabilità crescente in Medio Oriente. E non sono mancati nemmeno altri elementi, come il clima particolarmente nervoso dovuto alla presenza dell’ISIS ancora operativo tra Siria e Iraq. Talmente operativo che proprio in Siria, a governare dopo la caduta di Assad, ci è rimasto un suo ex sodale: Ahmad Al Sharaa.
 

L’etica di governo? Sì, ma solo sulla carta

Tornando al record italiano segnato nel 2025, il dato, oltre ad essere economico, è anche politico. Quei 9 miliardi non sono semplicemente il frutto di “vendite che vanno bene”, ma anche il risultato di decisioni ben precise. Soprattutto se si considera l’approccio più permissivo adottato nell’interpretazione della legge 185/90: la normativa italiana che regola l’esportazione, l’importazione e il transito di armi. La stessa norma che “dovrebbe” mettere dei paletti etici al Governo che decide e autorizza le esportazioni, mentre il Parlamento controlla e ne discute.

Bene, proprio la relazione annuale prevista dalla legge 185 del 1990, trasmessa al Parlamento nei tempi previsti, ha fotografato un settore in forte espansione. Le autorizzazioni all’export aumentano di oltre il 19% rispetto al 2024, che a sua volta, come abbiamo visto, aveva già registrato una crescita significativa. Se poi ci si allarga agli ultimi quattro anni, l'aumento complessivo sfiora l’87%.

Ad ogni modo, il trend rialzista per il 2025 è favorito, come per il 2016 e il 2017, dai conflitti e dalle tensioni geopolitiche. Ed è così che anche il mercato italiano si espande nel settore degli armamenti, posizionandosi tra i principali esportatori globali. Ancora una volta il Medio Oriente si conferma la leva principale delle esportazioni italiane: oltre un terzo del totale.


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© Imagoeconomica


Proprio il dato rappresentato dal Medio Oriente assume un peso ancora più specifico se si considera il fattore Kuwait, balzato improvvisamente al primo posto tra i destinatari delle esportazioni italiane, grazie a un’autorizzazione da circa 2,6 miliardi di euro per forniture navali, legate in particolare al gruppo Fincantieri: il gruppo navale triestino che ha chiuso l’anno con un utile netto di 117 milioni di euro, “il più alto di sempre”.

Come sempre, tra i principali clienti del Bel Paese restano stabili i partner europei come Germania, Francia e Regno Unito, con i quali l’Italia collabora nei programmi militari comuni e mantiene connessioni nelle industrie della difesa, dove avviene lo scambio di componenti.  Questo mentre gli Stati Uniti si confermano tra i primi clienti.

Ma il dato che, molto probabilmente, coglie l’attenzione è un altro: oltre il 60% delle esportazioni italiane è diretto verso Paesi fuori dall’area UE e NATO. Ed è qui che torniamo alla legge 185 del 1990, la normativa che “dovrebbe” mettere dei paletti etici al Governo. Infatti, impone, almeno sulla carta, criteri stringenti per le esportazioni verso aree instabili o con criticità sul fronte dei diritti umani.

Eppure, in netta contraddizione con la legge 185/90, in Italia è nato un caso particolare: quello che molti osservatori hanno definito il “paradosso ucraino”. Nonostante il conflitto in corso, l’Ucraina è tra i principali destinatari delle esportazioni italiane, con circa 349 milioni di euro in autorizzazioni.

In pratica, la normativa italiana e gli accordi internazionali prevedono restrizioni precise per i Paesi in guerra, ma le vendite continuano e aumentano, insieme alle “perplessità” che gravitano attorno ai cosiddetti “paletti etici” del Governo.

Il caso Ucraina non è certo l’unica “anomalia”. Ci sarebbe, infatti, anche quella legata a Israele. Nel 2025 non sono state rilasciate nuove autorizzazioni, in linea con la sospensione decisa dal governo italiano dopo l’escalation a Gaza e il genocidio ai danni del popolo palestinese. Tuttavia, le forniture non si sono mai fermate del tutto. Anzi, sono andate avanti senza intoppi le consegne legate a licenze approvate negli anni precedenti. In questo caso parliamo di commesse che hanno un valore complessivo di oltre 22 milioni di euro.
 

Concentrazione, profitti e potere

Sul fronte industriale emergono altri elementi che potrebbero aiutare a capire perché certi paletti etici non sempre vengono presi in considerazione, almeno non come si dovrebbe. È qui, infatti, che come per gli anni precedenti, anche nel 2025 troviamo le solite aziende che dominano il mercato.

Troviamo quindi Leonardo S.p.A. con una posizione nettamente dominante, da sola a coprire oltre la metà del valore totale delle autorizzazioni. Accanto a Leonardo emergono altri attori come RWM Italia e IVECO Defence Vehicles.

Proprio IVECO, per certi aspetti, indica meglio di chiunque altro come e dove viene indirizzata la priorità di governo quando si parla di guerre e di profitti.

Sempre nel 2025, a IVECO è avvenuto un passaggio interessante. Il gruppo Iveco Group viene venduto agli indiani di Tata Motors, ma non la parte militare: quella che da anni produce blindati (tipo LMV “Lince”), veicoli tattici e mezzi logistici militari. Quest’ultima è rimasta all’Italia. Probabilmente, lo Stato italiano non voleva che un asset strategico finisse sotto controllo straniero. È per questo motivo che la divisione difesa di IVECO viene venduta a Leonardo S.p.A. per circa 1,7 miliardi, mentre il resto (camion, bus, civile e altro ancora) passa all’indiana Tata Motors per circa 3,8 miliardi.

C’è anche un altro aspetto meno visibile ma altrettanto significativo, ed è quello che riguarda il sistema finanziario. Le transazioni legate all’export militare superano i 14 miliardi di euro e sono gestite in larga parte da pochi grandi istituti bancari, tra cui UniCredit e BNL. Anche qui, la concentrazione è più che evidente.

Ora, mettendo insieme tutti questi elementi, il quadro che emerge è piuttosto chiaro: la crescita dell’export militare italiano non è episodica, ma strutturale. Si alimenta anche dei conflitti in corso e della crescente instabilità globale. E il risultato è altrettanto evidente: le scelte politiche, industriali e strategiche italiane si sono allineate a un contesto internazionale che sta spingendo sempre di più verso il riarmo globale. Ovviamente, ad essere altrettanto evidente è il risultato che tutto questo comporterà nel medio e lungo periodo.


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E nel resto d’Europa: cosa raccontano i numeri

Nel Vecchio Continente le cose non vanno diversamente. A certificarlo sono i numeri forniti dal SIPRI. Secondo i dati dello Stockholm International Peace Research Institute, tra il 2021 e il 2025 il commercio globale di armi è cresciuto del 9,2%. E al centro di questa nuova corsa agli armamenti c’è soprattutto l’Europa. Non a caso, le importazioni di armi da parte dei Paesi europei sono aumentate del 210%, più che triplicate rispetto al quinquennio precedente.

Anche qui torna il caso Ucraina. L’invasione russa ha contribuito, da sola, a quasi il 10% dei trasferimenti globali. E, come per l’Italia, il riarmo europeo è ormai un fenomeno strutturale: le importazioni dei Paesi NATO sono aumentate del 143%.

Poi c’è un dato che merita una riflessione, soprattutto alla luce delle responsabilità politiche e mediatiche. Da tempo in Europa si parla di autonomia strategica militare: un obiettivo che, nel racconto dominante, starebbe prendendo forma, con un’Europa sempre più capace di produrre armi senza dipendere da altri.

Peccato che i dati dello Stockholm International Peace Research Institute raccontino tutt’altra storia. Una storia che, per certi aspetti, ricorda quella già vista nel settore energetico.

Quasi la metà delle armi importate dagli Stati europei proviene dagli Stati Uniti. Se si guarda ai soli Paesi europei della NATO, la quota sale al 58%. In altre parole, l’Europa si sta riarmando, ma continua a farlo attraverso tecnologia militare americana: quella che con le guerre convive, e spesso ci prospera.
Nel frattempo, gli Stati Uniti rafforzano la loro posizione dominante nel mercato globale, arrivando al 42% delle esportazioni mondiali di armamenti. E c’è un dettaglio che pesa più di molte dichiarazioni: oggi la principale destinazione dell’export militare americano è proprio l’Europa, non più il Medio Oriente.

Il risultato è un paradosso evidente. L’Europa parla di autonomia, ma nei fatti trasferisce enormi risorse pubbliche verso l’industria militare statunitense, acquistando sistemi avanzati come i caccia F-35 e missili a lungo raggio. Più che emanciparsi, rafforza la propria dipendenza.

Una dinamica che non è nuova: lo stesso schema si è già visto nel campo energetico. Dopo l’invasione dell’Ucraina, l’Europa ha ridotto drasticamente le forniture russe, sostituendole con il gas liquefatto statunitense. Le esportazioni dagli Stati Uniti verso il mercato europeo sono più che raddoppiate, spinte da una domanda crescente e da prezzi elevati. E mentre questo processo si consolida, non emerge una reale volontà di investire in politiche in grado di prevenire i conflitti e favorire la pace, anche nei teatri più critici, dal Medio Oriente all’Ucraina. Più che una “scelta inevitabile”, appare sempre più come una direzione precisa.


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Economia di guerra

I profitti che si possono fare attorno al mercato della difesa sono così elevati che ormai è sempre più difficile capire dove finisce l’economia “normale” e dove inizia quella legata alla guerra.
Per capirlo non bisogna nemmeno andare troppo lontano. Iniziamo ancora una volta dall’Italia, dove al caso IVECO se ne aggiungono anche altri. Aziende, anche nate in ambito civile, ma che stanno progressivamente integrando segmenti legati alla difesa oppure che decidono di operare attraverso filiere di produzione ibride.

E non si tratta solo di Fincantieri, che ha progressivamente affiancato altri ambiti produttivi. Accanto al segmento crocieristico, il gruppo ha puntato anche alla costruzione di navi da guerra, sistemi navali avanzati e programmi strategici destinati alle marine nazionali e internazionali, senza trascurare l’asse, meno visibile ma in forte espansione, delle tecnologie subacquee. Per il gruppo navale triestino non si tratta solo di sottomarini, ma di un intero ecosistema che include robotica, sensoristica, manutenzione dei fondali e sistemi di difesa underwater, sviluppati anche tramite realtà come WASS Submarine Systems, attiva su tecnologie avanzate come siluri e sistemi di difesa subacquea.

Le aziende con una produzione ibrida, tecnologicamente “dual use”, in Italia non solo esistono: sono diverse e, chi più chi meno, stanno registrando utili significativi.

È il caso, ad esempio, di “Avio Aero”, che collabora con università e centri di ricerca europei, tra cui il Politecnico di Torino e Leonardo SpA, e che, oltre a produrre componenti per l’aviazione civile, sviluppa anche sistemi militari e droni. Oppure di “Thales Alenia Space Italia”, divisione della multinazionale italo-francese Thales Alenia Space, attiva nella produzione di satelliti per telecomunicazioni ma anche in sistemi per osservazione e difesa.

A questo punto emerge un altro dato rilevante: anche Avio Aero negli ultimi anni ha registrato una crescita dei ricavi piuttosto interessante. In particolare, l’azienda con sede a Colleferro, vicino a Roma, ha chiuso il 2024 con circa 441 milioni di euro e il 2025 con circa 542 milioni di euro (+22,7%). Come ha fatto sapere AGEI (Agenzia Giornalistica Energia e Infrastrutture), nel 2025 Avio ha registrato un portafoglio ordini da 2,16 miliardi (+25,6%). Un risultato che è stato possibile ottenere anche grazie all’espansione delle attività legate alla difesa, sempre più centrali nella strategia del gruppo.

Molto interessanti sono anche i dati che descrivono i ricavi di Thales Alenia Space Italia, che in appena tre anni ha visto un +34,9 per cento, nonostante una crescita meno significativa rispetto ad altri player.
Insomma, il settore di cui fanno parte Avio e Thales Alenia Space è un ecosistema dove ci sono molti altri attori che operano. Dove i soldi si muovono in modo diverso, ma circolano parecchio. Al punto che persino Daniel Ek, CEO di Spotify, oltre a investire nella sanità tecnologica con “Neko Health”, attraverso il suo fondo “Prima Materia” ha puntato sulla startup militare “Helsing”, attiva nello sviluppo di sistemi basati sull’intelligenza artificiale e sostenuta da ingenti finanziamenti. Tra questi figurano anche quelli di “General Catalyst”, società americana di venture capital che investe in startup e collabora con grandi gruppi della difesa come “Saab” e “BAE Systems”, tra i principali attori del settore a livello globale.

È proprio il caso di Saab a risultare particolarmente significativo. Se da un lato il riarmo accelera, dall’altro il settore automobilistico europeo continua a rallentare. Nel 2024 le immatricolazioni nell’Unione Europea sono rimaste sotto i livelli pre-pandemia, mentre i margini si sono assottigliati, soprattutto per effetto dell’aumento dei costi energetici e della transizione all’elettrico. Solo per fare un esempio, Volkswagen nel 2025 ha visto l’utile netto crollare del -44%, mentre l’utile operativo - come ha spiegato “QuiFinanza” - è sceso di circa il 53% (da 19,1 a 8,9 miliardi).

Sul fronte del lavoro Volkswagen - come ha spiegato invece “Il Fatto Quotidiano” - prevede già 50.000 posti di lavoro in meno in Germania entro il 2030. A questo si aggiunge anche la crescente pressione della concorrenza cinese sull’elettrico. Nel complesso, non se la passano tanto bene.

Ed è per questo motivo che la storica casa automobilistica tedesca ha deciso di dirigersi  verso la riconversione industriale. Il tutto si inserisce nel piano da mille miliardi voluto da Berlino, che segna il ritorno della Germania come potenza militare in Europa.

La riconversione di stabilimenti civili, come quello di Osnabrück, rende evidente un dato: quei fondi pubblici finiscono direttamente nell’industria in difficoltà.

Proprio a Osnabrück, dove oggi viene prodotta la “T-Roc Cabriolet”, Volkswagen potrebbe entrare ufficialmente nel settore militare attraverso una partnership con la “Rafael Advanced Defense Systems”: l’azienda israeliana leader nel settore della difesa, nota soprattutto per le sue tecnologie come il sistema antimissile “Iron Dome” e il sistema di protezione attiva “Trophy”.

Dunque, a Osnabrück, al posto delle auto, si produrranno componenti per lanciatori di missili, veicoli di supporto come camion e mezzi specializzati, oltre a generatori e sistemi energetici per l’impiego sul campo.

Ma il punto è un altro: questo modello industriale, sempre più radicato in Europa, potrebbe trasformare queste tecnologie in un vero e proprio “prodotto europeo”, non più importato da Israele. Un percorso già avviato anche da Alstom, che ha deciso di cedere uno stabilimento ferroviario a Görlitz per la produzione di carri armati destinati a KNDS, nata dall’unione tra la tedesca Krauss-Maffei Wegmann e la francese Nexter Systems.

Questo significa poter accedere ai fondi UE per la difesa e rientrare nei programmi comuni di riarmo, come il fondo SAFE promosso dalla Commissione europea, basato su decine di miliardi tra prestiti e incentivi.

E questo perché nel mercato militare avviene una cosa che in quello delle auto è solo un lontano ricordo: il cliente è lo Stato, i contratti sono di lungo periodo, le cifre sono elevate e i pagamenti garantiti. Almeno finché non scoppia una terza guerra mondiale nucleare.

Elaborazione grafica by Paolo Bassani. Realizzata con supporto IA

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