Cinquant’anni fa veniva nominata prima donna ministro della Repubblica. La biografa: “Mi diceva che la guerra deve essere tabù”
Tina Anselmi cinquant’anni dopo l’investitura come Ministra del Lavoro - il primo ministro donna della Repubblica - e a 80 anni dalla nascita della Repubblica. A ricordare l’eredità sociale e politica della Anselmi, la donna delle “prime volte”, è Anna Vinci, amica e biografa della parlamentare. Partigiana, sindacalista, deputata, ministra e presidente della delicatissima commissione d’inchiesta sulla P2. Tina Anselmi è un’icona di impegno politico racchiuso in una donna veneta “integra, appassionata, dispettosa, ironica e curiosa”, ricorda di lei Anna Vinci al programma “di Buon Mattino”, di Tv 2000.
Tina Anselmi “è la donna delle prime volte”, commenta. “Perché ci saranno almeno tre-quattro Tina Anselmi”. Tante “Tina”, quante le sue esperienze politiche e sociali. Tutte tenute a battesimo da quel trauma vissuto in tenera età, assistendo, con la scuola, alla fucilazione di venti persone per mano nazista. Da lì nacque in lei una scintilla che si trasformò presto in impegno concreto a sostegno dei partigiani. Lei che - nome in codice “Graziella” - mangiava chilometri di strada a bordo della sua bicicletta per fornire sostegno logistico alla resistenza. “Le sue parole migliori erano quelle che pronunciava con il viso che si illuminava e diceva: ‘Noi partigiani non eravamo terroristi. Noi volevamo vivere’. E diceva che la guerra dovrebbe essere un tabù, che è la parola di questo periodo”, riflette Anna Vinci. “Lei fu sempre una persona fondamentalmente laica come ministra e come deputata, la sua era una fede legata al fare. Ai tempi diceva ‘quando facevo il ministro io cercavo di dare risposte a chi non mi ha votato’. ‘Se faccio la ministra non devo rappresentare il partito, devo rappresentare tutti’”.
“Questo fa comprendere la sua integrità”, ribadisce Anna Vinci ricordando che quest’anno sarà il decimo anniversario della sua scomparsa. “La nostra preoccupazione, parlo di chi l’ha seguita fin dall’inizio, è che non venga usata come una specie di francobollo o di santino. Tina Anselmi deve essere ‘squietante’ perché lei era una mina vagante. Per cui mi auguro come biografa che non venga usurata. Questo sarebbe il danno peggiore”.
Insieme ad Anna Vinci, ospite in studio anche don Bruno Bignami, direttore dell’ufficio nazionale per i Problemi Sociali e il Lavoro della CEI. Anche lui ha ricordato Tina Anselmi nel suo libro dal titolo “Dare un’anima alla politica”. “Le eredità sociali di Tina Anselmi sono tante. Ne ricordo una, il suo coraggio durante l’inchiesta alla presidenza della commissione sulla P2. Il coraggio che ebbe nel portare avanti con libertà un'intensa opera di ricerca significava mettere le mani nella melma del nostro paese. Tre anni che furono drammatici per lei che parlò di ‘sonno delle coscienze’. Cioè di come un sistema parallelo nel nostro paese comandava e gestiva la politica, l’economia e tanti settori. E forse ancora oggi non abbiamo fatto i conti con alcuni mondi paralleli, che imperversano in tanti campi”, commenta don Bruno Bignami. “Lei ha avuto il coraggio di mettere le mani in questo, sapendo che avrebbe pagato perché di fatto perse consensi all’interno del suo partito. Però dimostrò una grande libertà e un senso dello Stato fuori misura. Questa libertà - conclude - deve essere annoverata tra le grandi cose che lei ha fatto e che noi oggi dobbiamo custodire perché anche oggi abbiamo bisogno di essere sentinelle della Repubblica e della democrazia”.
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