Dallo “annienteremo una civiltà in una notte” a un accordo dettato da Teheran: crolla l’egemonia americana, esplode il petroyuan e il Medio Oriente volta le spalle a Washington
Il mondo può tirare un sospiro di sollievo, almeno per ora, ma sarà difficile per l’America salvare la faccia da una disfatta senza precedenti che avrà conseguenze a lungo termine per l’egemonia Usa.
Un’avventura insidiosa – quella della guerra contro l’Iran - che ha avuto inizio, secondo il New York Times, con un incontro a porte chiuse di Donald Trump con Benjamin Netanyahu che prometteva una vittoria rapida e pulita.
In una riunione della Situation Room dell'11 febbraio scorso, il primo ministro israeliano aveva delineato un piano ambizioso: smantellare il programma missilistico iraniano entro poche settimane, impedire qualsiasi interruzione nello Stretto di Hormuz e persino provocare il crollo del regime, il tutto accompagnato da un montaggio video di potenziali figure di sostituzione come il principe Reza Pahlavi, figlio dello Scià di quel regime autocratico ma amico dell’occidente.
Il giorno successivo, l'intelligence statunitense smontò completamente la proposta e il direttore della CIA, John Ratcliffe, definì lo scenario del cambio di regime "una farsa".
Ma a Trump il piano sembrò un’ottima idea o, almeno, finse di pensarlo, imbarcandosi in un’avventura che giunta al suo epilogo mostra tutti i segni di una sconfitta militare senza precedenti.
Ne è convinto anche il politologo statunitense John Mearsheimer, secondo cui il tycoon ha commesso "un errore catastrofico" che ha "distrutto la sua presidenza" quando ha scatenato la guerra contro l'Iran il 28 febbraio.
Ed ecco che dopo aver minacciato di distruggere un'intera civiltà in una notte, il presidente degli Stati Uniti ha annunciato un accordo di cessate il fuoco stipulato tra Washington e Teheran, in vista di un ritorno ai negoziati, che inizieranno il 10 aprile a Islamabad.
Il livello di disperazione di Trump "deve essere straordinariamente alto", ha commentato Mearsheimer, precisando che è “proprio questo che abbiamo visto nei suoi post su Truth Social negli ultimi due giorni. Ecco perché lo vediamo agitarsi senza una soluzione: perché non ha una soluzione. E allo stesso tempo, capisce di aver fatto un pasticcio".
È chiaro che Trump cercava la prima via d'uscita per tirarsi fuori da una catastrofe che sta minando il suo elettorato e la stessa economia statunitense.
Basti pensare che il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti ha superato per la prima volta in oltre tre anni i 4 dollari al gallone. Le banche centrali estere dall'inizio del conflitto hanno ridotto in le loro riserve di titoli del Tesoro americano di 82 miliardi di dollari. Gli stessi rendimenti sono saliti al 4,3%, aumentando i costi di finanziamento per lo Stato, le imprese e le famiglie.
Questa mattina, il segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth ha cercato di salvare l’immagine presidenziale manifestando le solite iperboli maciste tanto trionfali quanto immaginifiche sostenendo che gli Stati Uniti “hanno ottenuto una vittoria militare decisiva sull'Iran” e che “il programma missilistico di Teheran è stato di fatto distrutto”. 
Donald Trump © Imagoeconomica
Tutta una farsa che maschera l’ignobile realtà. Secondo le autorità iraniane, la base dell’intesa sarebbe il piano in dieci punti proposto da Teheran. Questo includerebbe il mantenimento del controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz, la revoca sia delle sanzioni primarie che di quelle secondarie accompagnata da un risarcimento per i danni subiti, il riconoscimento del diritto dell’Iran ad arricchire l’uranio e il ritiro delle forze statunitensi dalla regione. A ciò si aggiungerebbero la cessazione delle ostilità su tutti i fronti e l’annullamento delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e del Consiglio dei Governatori dell’AIEA relative all’Iran.
Dall’altra parte, come precisato dall’Agence France-Presse, Donald Trump sostiene un proprio pacchetto di quindici punti, affermando che la maggior parte di essi sarebbe già stata accettata.
Durante la campagna, Washington aveva più volte indicato come obiettivi principali la limitazione dei programmi nucleari e missilistici iraniani, l’abbandono dell’uso di proxy nella regione e un cambiamento di regime nella Repubblica Islamica. Con l’evolversi del conflitto, si è aggiunta anche la necessità di garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, che l’Iran aveva di fatto bloccato.
Se l’accordo finale dovesse davvero riflettere le condizioni indicate da Teheran, l’Iran manterrebbe intatti i propri arsenali missilistici e la capacità di sviluppare energia nucleare a fini pacifici. Inoltre, potrebbe imporre tariffe alle navi in transito nello Stretto di Hormuz, condividendo i ricavi con l’Oman, che si affaccia sulla sponda opposta.
Secondo un calcolo dell’emittente statale iraniana IRIB, nel 2025 circa 32 mila navi hanno attraversato lo stretto: applicando una tariffa di due milioni di dollari per ciascuna, il totale ammonterebbe a 64 miliardi. Dunque, nonostante le dichiarazioni di vittoria da parte americana, tuttavia, nessuno degli obiettivi iniziali di Washington — fermare il nucleare iraniano, limitare i missili, cambiare il regime — è stato raggiunto.
"Questa è certamente una capitolazione degli Stati Uniti, perché gli iraniani hanno distrutto gran parte di ciò che era la base del sistema politico regionale", ha detto Murad Sadigzade, presidente del Center for Middle East Studies e docente ospite alla Higher School of Economics. "Con lo Stretto di Hormuz, hanno praticamente costretto la Casa Bianca ad accettare i loro termini".
Nel Golfo Persico si sancisce la fine del petrodollaro
Una conseguenza diretta del conflitto è che, grazie al controllo iraniano dello Stretto di Hormuz, Teheran e Pechino hanno trovato uno strumento per rafforzare lo yuan cinese come alternativa al dollaro statunitense.
Secondo diverse fonti infatti, nell'ambito del regime di fatto a pedaggio imposto dalle autorità iraniane, alle navi commerciali vengono addebitate tariffe di transito in yuan.
Sebbene non sia chiaro quante navi abbiano effettuato pagamenti in yuan, almeno due lo avevano fatto entro il 25 marzo, secondo Lloyd's List.
Al contempo, la scorsa settimana il Ministero del Commercio cinese ha preso atto dell'articolo di Lloyd's List in un post sui social media che sembrava confermare l'utilizzo dello yuan per il regolamento dei pagamenti.
Sabato, l'ambasciata iraniana in Zimbabwe ha dichiarato in un post sui social media che era giunto il momento di aggiungere il "petroyuan" al mercato petrolifero globale.
Teheran, che mercoledì ha dichiarato che garantirà il passaggio sicuro nello stretto per due settimane in base a un accordo di cessate il fuoco raggiunto con gli Stati Uniti, e Pechino non hanno risposto alle richieste di commento.
"Da un certo punto di vista, l'Iran mira a provocare gli Stati Uniti, aggiungendo la beffa al danno", ha dichiarato ad Al Jazeera, Kenneth Rogoff, professore di economia all'Università di Harvard ed ex capo economista del Fondo Monetario Internazionale (FMI).
"A un altro livello, l'Iran fa sul serio nel preferire lo yuan per evitare le sanzioni statunitensi e per coltivare i rapporti con il suo alleato, la Cina, che si sta muovendo costantemente verso la ridenominazione dei propri scambi commerciali e di quelli dei paesi BRICS in yuan", ha spiegato Rogoff.
Allo stesso tempo, il conflitto militare ha colpito duramente i partner statunitensi nel Golfo Persico, principalmente Qatar, Kuwait, Bahrain ed Emirati Arabi Uniti che hanno sofferto molto per le azioni di rappresaglia dell'Iran. Ora dovranno ripristinare le capacità produttive ed energetiche. Inoltre, l'immagine di un rifugio sicuro per gli investimenti, su cui questi paesi lavorano da molti anni, è stata distrutta. 
"Molti alleati americani riconsidereranno i rapporti con Washington, perché si sono resi conto che gli Stati Uniti non sono pronti a fornire garanzie. E in linea di principio, non sono in grado di proteggere né i partner né se stessi, come ha dimostrato questa campagna di quaranta giorni e molto caotica contro l'Iran," ha detto lo scienziato politico e americanista Malek Dudakov, in un'intervista a RIA Novosti.
Israele tenta di rompere l’accordo e bombarda il Libano
Nel frattempo la testa del Moloch che ha spinto per il conflitto ora vomita tutto il suo odio genocida e tenta ogni sortita pur di sabotare gli accordi.
In Israele Netanyahu ora viene sbeffeggiato pubblicamente dai suoi principali oppositori.
"Non c'è mai stato un disastro politico di tale portata in tutta la nostra storia", ha dichiarato il leader dell'opposizione israeliana Yair Lapid, aggiungendo che Israele "non era nemmeno presente al tavolo delle decisioni riguardanti il nucleo della nostra sicurezza".
Lapid ha inoltre sottolineato che il primo ministro israeliano "ha fallito politicamente e strategicamente nel raggiungere anche un solo obiettivo tra quelli che si era prefissato".
"Ci vorranno anni per riparare i danni politici e strategici causati da Netanyahu" a causa della sua "arroganza, negligenza e mancanza di pianificazione strategica", ha aggiunto.
Di tutta risposta, Netanyahu, incalzando tutta la rabbia e la frustrazione per il fallimento, ha ordinato il più grave raid contro il Libano che colpisce interi quartieri residenziali, provocando almeno 254 morti uccise e 1.165 feriti. Rende esplicito dunque che l’accordo “non include Hezbollah”. Dall'altra parte, il Ministero degli Esteri pakistano Muhammad Ishaq Dar ha sottolineato che in realtà “entrambe le parti hanno concordato di includere il Libano nel cessate il fuoco”. Su questa linea si colloca anche l’Iran, che considera le operazioni israeliane una violazione diretta dell’intesa. “Puniremo Israele in risposta al crimine commesso in Libano e alla violazione delle condizioni del cessate il fuoco”, ha dichiarato un alto funzionario iraniano ad Al-Jazeera.
Teheran ha inoltre collegato esplicitamente il rispetto del cessate il fuoco alla prosecuzione del dialogo diplomatico. Secondo fonti riportate, l’Iran parteciperà ai colloqui di Islamabad “solo se verrà garantito un cessate il fuoco per il Libano”, mentre in caso contrario è pronta a “annullare l’accordo di due settimane”. Il ministro degli Esteri Abbas Araqchi ha rafforzato questa posizione dichiarando: “Gli Stati Uniti devono scegliere: cessate il fuoco o continuazione della guerra tramite Israele. Non possono avere entrambe le cose”, sottolineando che “il mondo vede i massacri in Libano”.
Parallelamente, si registra un’escalation anche sul territorio iraniano. Le autorità hanno annunciato l’abbattimento di droni israeliani, precisando che “l’ingresso di qualsiasi velivolo nemico […] è considerato una violazione del cessate il fuoco e sarà oggetto di risposta”. Questo elemento amplia il perimetro della crisi, indicando che le tensioni non si limitano al Libano ma coinvolgono direttamente lo spazio aereo iraniano.
Ma non c’è solo Israele, evidentemente, a tentare di far saltare l’intesa. Questa mattina è stato effettuato un attacco alla raffineria di Lavan attribuito da fonti iraniane a una “nazione del Golfo, molto probabilmente gli Emirati Arabi Uniti”, con il coinvolgimento di “aerei Mirage-2000-9”. Secondo le stesse fonti, l’operazione sarebbe stata condotta “per sabotare il cessate il fuoco”. Dubai, evidentemente, non può accettare una Teheran vincitrici mentre il suo Paese perde irrimediabilmente lo status di porto sicuro per gli investimenti dei miliardari. La risposta iraniana è stata immediata: attacchi contro infrastrutture energetiche nella regione, tra cui impianti in Kuwait — dove “tre centrali elettriche e impianti di distillazione dell’acqua […] sono stati colpiti” — e negli Emirati, oltre alla chiusura dello Stretto di Hormuz “fino a nuovo avviso”.
Le autorità iraniane hanno infine formalizzato le proprie accuse sul piano politico. Il presidente del Parlamento Mohammad Baqer Qalibaf ha dichiarato che gli Stati Uniti “hanno chiaramente violato” diversi punti dell’accordo, tra cui “il cessate il fuoco in Libano” e “l’ingresso di un drone in Iran”, concludendo che “in una situazione del genere, un cessate il fuoco bilaterale o i negoziati sono irragionevoli”.
Foto di copertina © Imagoeconomica
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