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Un protocollo illegale e pericoloso che permetteva la nascita di rapporti opachi tra mafiosi e uomini dei servizi nelle carceri.
Questo è stato il protocollo Farfalla, descritto Nero su Bianco in un documento riservato di sei pagine siglato nel 2004 dai vertici dell’allora Sisde e del Dap. Formalmente prevedeva ricompense consistenti ad esponenti di spicco di Cosa nostra, ’Ndrangheta e Camorra detenuti al 41 bis in cambio di informazioni.
Il tutto veniva fatto senza avvisare nessuno: i servizi segreti non facevano rapporti all’autorità giudiziaria e nemmeno veniva registrato il loro ingresso o uscita dal carcere. Le carte indicano che l’operazione rimase nota a una cerchia molto ristretta: il vertice del Servizio diretto da Mario Mori e il capo dell’ufficio ispettivo del Dap Salvatore Leopardi, stretto collaboratore del direttore Giovanni Tinebra. Ne rimase invece escluso Sebastiano Ardita, all’epoca responsabile dell’ufficio detenuti, che maturò i primi sospetti soltanto quando gli venne richiesto di organizzare alcuni trasferimenti di boss in regime di 41 bis. A seguito di un’interrogazione parlamentare, nel 2006 la Procura di Roma aprì un’indagine che portò alla luce il documento.

Tra il 2006 e il 2007 si consumò uno scontro interno al Dap tra Leopardi e Ardita, quest’ultimo ignaro dell’intesa e contrario ad alcuni spostamenti di boss al carcere duro. Ardita, che ricoprì l’incarico di responsabile dell’ufficio detenuti dal 2002 al 2011 e in seguito divenne procuratore aggiunto a Messina, venne ascoltato l’11 dicembre 2014 nel processo sulla trattativa Stato-mafia.
Nel 2014 la Procura inserì agli atti del dibattimento diversi documenti riservati che confermavano l’esistenza dell’accordo e riportavano l’elenco dei capi mafia che avrebbero dovuto collaborare con il Sisde dietro compenso. Secondo tali carte, otto esponenti di vertice delle organizzazioni criminali furono messi a disposizione dei servizi per condividere le informazioni in loro possesso.
Lo stesso Sebastiano Ardita era stato il primo, nel 2011, a menzionare pubblicamente il Protocollo Farfalla durante la sua deposizione al processo Mori-Obinu davanti al pm Nino Di Matteo. Il documento non configurava un semplice canale informativo dai detenuti al 41 bis, ma un vero accordo operativo tra l’ex Sisde e il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) per gestire riservatamente otto capi mafia che nel 2004 si erano dichiarati disponibili a trattare con lo Stato e a fungere da confidenti di alto livello.

L’omicidio dell’educatore carcerario Umberto Mormile

In questo scenario di rapporti opachi si colloca anche l’omicidio di Umberto Mormile, educatore carcerario nel carcere di Opera, avvenuto l’11 aprile 1990 e rivendicato come primo attentato della Falange Armata. Fu il primo delitto attribuito a quella sigla, dietro la quale si celava un insieme di forze intenzionate a piegare lo Stato. Secondo le ricostruzioni, Umberto Mormile venne eliminato dalla ’Ndrangheta perché testimone scomodo dei rapporti tra il boss Domenico Papalia e alcuni uomini dei servizi segreti. I killer furono Antonio Schettini e Nino Cuzzola (oggi pentito); come mandanti esterni vennero condannati nel 2005 i boss di Platì Domenico Papalia, Antonio Papalia e Franco Coco Trovato.
Il percorso giudiziario si è rivelato particolarmente tortuoso. La famiglia di Mormile, assistita dall’avvocato Fabio Repici, ha incontrato numerose difficoltà. Il 12 marzo 2025 la Corte di Assise d'appello di Milano ha assolto il collaboratore di giustizia Salvatore Pace "perché il fatto non sussiste", ribaltando la condanna di primo grado a 7 anni di reclusione per concorso nell’omicidio (accusa di aver fornito supporto logistico attraverso la consegna di armi e una moto). Pace aveva rinunciato all’appello insieme a Vittorio Foschini. Lo stesso Pace si era autoaccusato nel 2018 durante il processo ’Ndrangheta stragista, dichiarando: ‘Dell’omicidio di Umberto Mormile - aveva detto Pace - mi parlò... anzi, io fornii loro le moto per partecipare all’omicidio, e me lo prospettò Antonio Papalia a me questo omicidio, insieme a Franco Coco Trovato e a Schettini (Antonio, ndr)’.

Secondo ricostruzioni successive, l’uccisione di Mormile servì proprio a impedire che rivelasse quegli incontri, assimilabili a un “protocollo farfalla” ante litteram emerso nel 2004 e coperto dal segreto. Nel giugno 2010 venne siglata una nuova “Convenzione” tra il generale Giorgio Piccirillo, allora direttore dell’Aisi (l’agenzia subentrata al Sisde nel 2007), e Franco Ionta, ex capo del Dap. Il testo, di sei pagine e articolato in dieci punti, ampliava lo spirito del Protocollo Farfalla, prevedendo accesso illimitato agli archivi del Dap senza informare la magistratura. “Le parti si impegnano a realizzare un costante scambio informativo per lo svolgimento, in collaborazione, di attività istituzionali dei contraenti - ci sarebbe scritto nel documento - nonché per favorire la ricerca informativa nei settori di competenza e lo scambio delle informazioni in proprio possesso…”. Il punto 8 stabiliva un regime di esclusività: ‘Ciascuna delle parti si impegna a non trasmettere a terzi né a divulgare le informazioni e i documenti di cui sopra senza il preventivo consenso dell’altra parte’. La base giuridica era la legge di riforma dei servizi del 2007. L’esistenza della Convenzione emerse nel 2014 durante un’inchiesta della Commissione Antimafia sulla tenuta del 41 bis, grazie alle dichiarazioni dell’allora direttore delle carceri Giovanni Tamburino, che invocò proprio il punto 8 per giustificare la riservatezza.

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