Sarebbero stati indicati almeno due individui sospettati di aver preso parte all’attentato compiuto la sera del 15 ottobre 2025 contro il giornalista Sigfrido Ranucci, conduttore di Report. Si tratterebbe, riporta il Fatto Quotidiano, delle persone a bordo di un’utilitaria nera che, poco prima dell’esplosione dell’ordigno collocato sotto l’auto parcheggiata davanti all’abitazione del giornalista a Pomezia, aveva raggiunto il litorale laziale provenendo dalla Campania per poi fare ritorno nella stessa regione. I carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma ritengono verosimile che proprio quel veicolo abbia trasportato il commando responsabile dell’azione. Dalle immagini disponibili non è possibile stabilire con certezza se a bordo vi fossero anche altre persone sui sedili posteriori. Gli inquirenti stanno esaminando alcuni nomi, ma le indagini, coordinate dal procuratore capo Francesco Lo Voi, proseguono senza elementi ancora definitivi.
L’ordigno, costituito da circa un chilo di polvere pirica pressata e assimilabile a un gigantesco petardo, detonò intorno alle 22.15 del 15 ottobre 2025. L’esplosione provocò gravi danni alla vettura di Ranucci, ferma proprio davanti al cancello di casa dove risiede anche la sua famiglia, e lesionò sia l’ingresso dell’abitazione sia l’auto della figlia del conduttore.
La principale linea investigativa, come anticipato il 21 novembre dal Fatto, punta sulla Camorra e in particolare sul clan dei Casalesi. Il percorso seguito dall’utilitaria sospetta rafforza questa ipotesi, emersa già a novembre quando nella redazione di Report era giunta una lettera anonima dettagliata sui possibili legami con la mafia campana.
Secondo gli investigatori, l’obiettivo dei Casalesi potrebbe ricondursi a una delle inchieste realizzate da Report che aveva toccato ambienti criminali legati a un presunto traffico internazionale di armi, portato alla luce a settembre dall’inviato Daniele Autieri. Il servizio si concentrava sulla società Cantieri Navale Vittoria, storica azienda veneta produttrice anche di motovedette da guerra con sede ad Adria (Rovigo). Durante la visita del cronista per intervistare l’attuale presidente Roberto Cavazzana, alcuni dipendenti avevano rinvenuto nel cantiere due casse contenenti mitragliatrici non registrate. Autieri aveva ricostruito come la società Arkipiù di Caserta avesse finanziato parte degli 8,2 milioni necessari a Cavazzana per rilevare l’azienda dalla famiglia Duò, dopo una crisi che aveva portato Palazzo Chigi a intervenire con il Golden Power. Tra gli ex soci di Arkipiù ci sarebbe una persona presumibilmente legata a un’altra società con Luigi Russo, condannato per concorso esterno nel clan dei Casalesi guidato dal boss Giuseppe Setola. Le verifiche, fa sapere sempre il Fatto, sono ancora in corso.
Parte offesa nell’inchiesta, oltre a Sigfrido Ranucci, sono anche nove giornalisti di Report, tra cui Daniele Autieri, assistiti dall’avvocato Roberto De Vita.
Sulla vicenda è intervenuto oggi Sandro Ruotolo, responsabile Informazione nella segreteria nazionale del Pd ed europarlamentare. “L'attentato contro Sigfrido Ranucci autore e conduttore di Report, la trasmissione d’inchiesta giornalistica di Rai Tre, non è un episodio isolato, ma un segnale preciso: quando il giornalismo scava davvero e tocca i nervi scoperti del potere, la criminalità reagisce. La pista della camorra si fa sempre più concreta perché l'inchiesta giornalistica è l'unico linguaggio che i clan non riescono a controllare, e lo dimostrano i fatti. Siamo di fronte a un sistema criminale che non spara solo per strada, ma siede nei salotti che contano. Basta guardare cosa è emerso sul clan Senese a Roma: non solo affari sporchi, ma in affari con la politica che conta. E anche in questo caso a scoperchiare la pentola è stata un’inchiesta giornalistica che ha costretto alle dimissioni il sottosegretario alla Giustizia Delmastro e la capo di gabinetto del Ministero di Grazia e giustizia, Giusi Bartolozzi. È qui che il giornalismo d’inchiesta diventa pericoloso: quando svela che la criminalità organizzata non è un mondo a parte, ma un socio in affari che si infiltra nelle istituzioni e condiziona la politica. Ma il fango non si ferma ai palazzi romani. Il sistema di Michele Zagaria e dei clan dei Casalesi ci sbatte in faccia una realtà ancora più cruda: una camorra padronale che mette le mani persino sulle vertenze di lavoro. È inaccettabile pensare a operai sfruttati che, dopo anni di sacrifici, si vedono imporre il pizzo persino sui risarcimenti che spettano loro di diritto. Persone costrette ad accettare briciole, con salari compressi e dignità calpestata, mentre i boss banchettano sui loro diritti. Colpire un giornalista come Ranucci e delegittimare il giornalismo d’inchiesta significa mandare un messaggio a tutti noi: non disturbare il potere”.
Fonte: il Fatto Quotidiano
Foto © Paolo Bassani
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