L’assassinio del confidente Francesco Brugnano: era lui che ha dato le informazioni per la cattura di Riina?
Un uomo di grande competenza e carisma, stimato anche dal giudice Paolo Borsellino, dal quale andava sempre “per qualsiasi notizia di cui aveva bisogno”.
Così Fabio Lombardo ha descritto più volte il padre, il maresciallo dei carabinieri Antonino Lombardo, trovato senza vita alle 22.30 del 4 marzo 1995 all’interno della propria auto, una Fiat Tipo di servizio parcheggiata nell’atrio della caserma Bonsignore di Palermo con un colpo di pistola alla testa e accanto una lettera d’addio.
La versione ufficiale parlò subito di gesto estremo, ma il sottufficiale non era un semplice operatore: si trattava di un investigatore di primo piano del Ros che aveva dato un contributo decisivo alla cattura del superboss Totò Riina e che, dopo le stragi, aveva gestito importanti collaboratori di giustizia, tra cui il pentito Salvatore Cancemi. Secondo i legali della famiglia, quanto confidato da Cancemi sui segreti legati alla strage di via d’Amelio potrebbe rappresentare il movente di un omicidio.
Il maresciallo non gestiva solo i collaboratori di giustizia ma disponeva di numerosi confidenti all’interno di Cosa Nostra; e molto probabilmente fu grazie ad a uno di essi che il 29 luglio 1992 redasse una nota dettagliata sulla latitanza di Riina: “Fonte confidenziale di comprovata attendibilità - si legge in una nota - ha riferito che in atto la latitanza del noto mafioso Riina Salvatore viene favorita dalle famiglie mafiose della noce Ganci-Spina e dai fratelli Sansone dell'Uditore. La stessa fonte ha riferito che uno dei figli di Raffaele Ganci svolge le mansioni di autista-guardaspalle del capo mafia”.
Dopo l’arresto di Riina, secondo il figlio, Lombardo fu “trattato peggio di un cane randagio”. L’Arma gli riconobbe soltanto un encomio semplice, documento che il maresciallo “non volle mai far vedere”.
L’audizione in commissione antimafia
"Nel 1997 fu archiviata l'indagine con i magistrati che si dicevano certi del suicidio. Io ho letto le testimonianze ed il particolare è che nessuno parla di un colpo di arma da fuoco. Noi abbiamo un cadavere, con una pistola in mano ed una lettera scritta accanto al sedile anteriore destro. Da questo, secondo loro, si evince il suicidio. Una tesi affrettata". Con queste parole Fabio Lombardo aveva iniziato la propria relazione davanti alla Commissione Parlamentare antimafia, presieduta da Nicola Morra il 19 novembre 2021
Durante l'audizione Fabio Lombardo aveva messo in evidenza le criticità delle indagini che nel corso del tempo sono state aperte e chiuse in più occasioni. Quindi ha ricordato il lavoro svolto dal padre per raccogliere elementi utili per la cattura di Totò Riina, o ancora le indagini sull'omicidio Pecorelli e l'impegno per far venire in Italia il boss Tano Badalamenti a testimoniare nei processi. Nello specifico nel novembre e dicembre 1994, insieme all’ufficiale Mauro Obinu, Lombardo aveva incontrato negli Stati Uniti il boss Badalamenti, detenuto, per sondare una sua possibile collaborazione. Il capomafia si era detto disponibile a testimoniare in Italia su episodi come l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, a condizione che fosse proprio Lombardo a occuparsi del suo trasferimento.
La trasferta venne successivamente annullata.
Nel corso della deposizione, in cui non sono mancate le parti missate, i figli del sottufficiale hanno quindi mostrato le fotografie del delitto ed hanno evidenziato tutte le proprie perplessità a cominciare dalla posizione della mano con la pistola ritrovata sul grembo. ("Chi si spara un colpo alla tempia ha il tempo di posizionare la mano sul grembo con il dito ancora nel grilletto?") per poi arrivare all'ogiva che fu ritrovata all'interno dell'auto. "Quando chiesi gli atti si scoprì che questa ogiva non è né in Procura, né a Messina al Ris. E' sparita. E l'11 marzo, sei giorni dopo il delitto, nella conferenza stampa a cui parteciparono Caselli, alcuni magistrati e gli ufficiali dei carabinieri, il giornalista Bolzoni chiese come mai la sera del 4 marzo non si trovava l'ogiva. Dunque questa ogiva di che pistola è?". Ovviamente Fabio Lombardo è tornato a chiedersi perché non furono fatte mai perizie calligrafiche sulla lettera "testamento" che fu rinvenuta, o perché non fu fatta l'autopsia sul corpo del padre. "Per un gesto di umanità", disse al tempo il magistrato Franca Imbergamo. Una risposta che la famiglia Lombardo non ha mai accettato nel momento in cui quella prova poteva essere importante per comprendere con certezza cosa fosse accaduto. Altri argomenti trattati sono stati il rapporto di fiducia che aveva con il giudice Paolo Borsellino: Alla moglie del giudice, Agnese, promise non solo la cattura di Riina, ma anche la verità sulla morte del marito, così come mi confermò lei stessa”.
Paolo Borsellino e, di spalle, Giovanni Falcone © Shobha
La famiglia chiede verità: esposto per omicidio e nuove indagini
I figli Fabio, Rossella e Giuseppe Lombardo, insieme all’avvocata Alessandra Maria Delrio e a due periti – il professor Gianfranco Guccia, esperto balistico, e la criminalista Katia Sartori, autrice di una relazione di 400 pagine – presentarono un esposto - il 15 settembre 2022 - per omicidio alla Procura di Palermo e alla caserma dei Carabinieri di Terrasini, dove il maresciallo prestava servizio.
Il 15 settembre 2022 (e in precedenza nel 2021) la famiglia aveva già depositato analoghi esposti. La Procura di Palermo ha riaperto il 16 giugno 2023 un nuovo fascicolo a carico di ignoti, ma si procede per omicidio volontario.
Dopo tre anni, il 25 marzo 2026 il gip di Palermo Walter Turturici ha respinto la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura e ha disposto nuove indagini, fissando un termine di sei mesi. Tra gli accertamenti ordinati vi è la riesumazione della salma per eseguire l’autopsia mai praticata all’epoca, una nuova consulenza balistica sulla pistola di ordinanza e sul caricatore, per verificare se il proiettile e il bossolo custoditi siano compatibili con l’arma in dotazione al sottufficiale. Il gip ha inoltre previsto l’esame testimoniale del generale del Ros in quiescenza Michele Riccio e del capitano Nuzzi, quest’ultimo in merito a un colloquio avvenuto intorno alle ore 12.30 del 4 marzo 1995 tra Lombardo e il tenente Ierfone presso gli uffici del Ros di Monreale, nonché a un incontro con il colonnello Giovanni Antolini. Dovranno essere approfonditi gli appunti del maresciallo per stabilire se si trattasse di annotazioni da fonte confidenziale “o di documentazione di atti di investigazione di vario genere”. È stato disposto anche l’ascolto del tenente colonnello Giuseppe Arena riguardo al possibile prelevamento di una borsa contenente documenti dall’auto di Lombardo, alla presenza dell’ufficiale Mauro Obinu.
I legali della famiglia, tra cui l’avvocato Salvatore Traina hanno raccolto in un dossier atti documentali e testimoniali trasmessi alla Procura a maggio 2023. Tra le anomalie segnalate: la posizione del corpo definita “una scena hollywoodiana” perché innaturale dopo un colpo alla tempia; il fatto che nessuno nella caserma (tranne il capitano De Caprio, detto Ultimo) abbia sentito lo sparo; l’assenza di autopsia, giustificata all’epoca “per un gesto di umanità”; la sparizione di agenda, borsa e di un’ogiva ritrovata nell’auto; l’assenza di perizie calligrafiche sulla lettera-testamento. Fabio Lombardo ha anche ricordato una frase detta dal padre alla madre circa un mese prima della morte: “Quando mi uccideranno in quel faldone troverai la verità sulla mia morte”. Il faldone in questione, scomparve.
La vicenda di Francesco Brugnano
Nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 1995 fu ucciso Francesco Brugnano, confidente del sottufficiale Lombardo.
Di lui aveva parlato il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca mettendolo in relazione ai sospetti circolati in Cosa Nostra sul possibile coinvolgimento di Bernardo Provenzano nella cattura di Totò Riina.
I dettagli sono stati ricostruiti all’interno delle motivazioni della sentenza di primo grado del processo Trattativa Stato-Mafia. Giovanni Brusca aveva riferito che negli ambienti mafiosi si sapeva o si sospettava già che Brugnano, imprenditore vitivinicolo di Partinico molto vicino all’area di Provenzano (o quanto meno a soggetti a lui riconducibili), fosse un confidente dei carabinieri, in particolare del comandante della stazione di Terrasini, il maresciallo Lombardo. Proprio questo collegamento avrebbe fatto sorgere il sospetto che l’attività di Lombardo avesse avuto un ruolo preponderante nell’arresto di Riina, facendo ipotizzare che la figura di Baldassare Di Maggio potesse essere stata solo una copertura.
La Corte osserva che Brusca, in un altro processo (quello a Mori e De Caprio per la mancata perquisizione del covo di Riina), aveva ordinato i fatti in sequenza corretta, confermando i sospetti emersi dalla famiglia Vitale di Partinico. Tuttavia, resta il dubbio che parte del racconto di Brusca derivi da conoscenze acquisite “ex post”, attraverso soggetti come Francesco Di Piazza, capo della famiglia di Giardinello poi morto suicida in carcere, e non da una partecipazione diretta, dato che l’intera vicenda – dal prelievo di Brugnano al coinvolgimento dei Coppola fino all’omicidio – si sarebbe consumata in circa 48 ore.
Brusca ha escluso categoricamente che Provenzano avesse tradito, affermando che lui e Leoluca Bagarella lo avrebbero ucciso senza esitazione se avessero avuto anche il minimo sospetto.
Ha raccontato però che, una volta emersa la soffiata ricevuta da Lombardo, i sospetti caddero su Brugnano. Decisero quindi di “prelevarlo” per interrogarlo, ma qualcuno li anticipò eliminandolo, impedendo così l’interrogatorio. Il pentito ha fornito particolari sul delitto che chiamano in causa soggetti vicini a Provenzano: si rivolsero a Francesco Di Piazza, amico dei Coppola (padre e fratello), parenti o amici di Brugnano e stretti referenti di Provenzano. Questi riuscirono ad agganciarlo, ma lo fecero trovare morto. Brusca sospetta che i Coppola (o chi per loro) abbiano agito con urgenza proprio per impedire l’interrogatorio, giustificandosi con la reazione della vittima.
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