Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo Borsellino ucciso nella strage di via d’Amelio il 19 luglio 1992, si è costituito parte civile nel procedimento penale a carico di Maurizio Avola, ex collaboratore di giustizia accusato di calunnia e autocalunnia. Nell’atto, depositato presso il Tribunale di Caltanissetta dall’avvocato Fabio Repici, si legge che le dichiarazioni di Avola “in concorso con istigatori per i quali ancora la Procura della Repubblica non ha proceduto, ha ostacolato le indagini relative all'individuazione dei concorrenti esterni a Cosa Nostra nella strage di via d'Amelio, mediante la propalazione di false dichiarazioni" che "configurano i delitti di calunnia e di autocalunnia pluriaggravati”.
Nel documento indirizzato al giudice per l’udienza preliminare viene specificato che Avola "in concorso con persone rimaste ignote che hanno agito nella veste di istigatori" avrebbe falsamente accusato boss mafiosi catanesi (e sé stesso ndr) di aver partecipato alla strage del 19 luglio 1992. "In particolare indicava Ercolano Aldo, D'Agata Marcello e Galea Eugenio di aver preso parte quali organizzatori e il primo anche quale esecutore materiale alla strage" con lo scopo "di assicurare a soggetti rimasti ignoti l'impunità". Inoltre le dichiarazioni fornite da Avola erano “finalizzate a smontare la ricostruzione dei fatti operata dopo gravi depistaggi grazie alla collaborazione di Gaspare Spatuzza con la giustizia ma anche, e con dolo specifico sul punto, a escludere la partecipazione alla strage di via d'Amelio di soggetti esterni a Cosa Nostra"; come ad esempio quella figura non ancora identificata, indicata da Spatuzza, presente durante il caricamento dell'esplosivo nella Fiat 126 che poi esplose il 19 luglio.
Avola con le sue dichiarazioni ha cercato di "smentire la presenza" di questo soggetto con "la menzogna relativa alla sua presenza in via d'Amelio il 19 luglio 1992 abbigliato con una divisa della polizia ha cercato di rendere priva di rilievo l'intercettazione della conversazione avvenuta il 13 dicembre 1993 fra il collaboratore di giustizia Mario Santo Di Matteo e l'ex moglie Francesca Castellese, laddove quest'ultima invitò Di Matteo a tacere coinvolgimenti istituzionali nella strage di via d'Amelio".
I magistrati di Caltanissetta hanno smontato pezzo per pezzo le affermazioni di Avola – rese note in un libro (Nient'altro che la verità di Michele Santoro) e in trasmissioni televisive – tanto che il gip nisseno ha disposto a novembre dell'anno scorso l'archiviazione per boss catanesi Aldo Ercolano, Marcello D’Agata ed Eugenio Galea.
Le dichiarazioni dell’ex pentito, secondo la ricostruzione dei pm, sarebbero state “eterodirette” e finalizzate a proteggere i veri responsabili della strage, ancora non identificati.
Il processo si lega a un filone più ampio di depistaggi che hanno caratterizzato le indagini sulle stragi del 1992. Salvatore Borsellino, attraverso l’associazione “Le Agende Rosse”, ha più volte denunciato la sottrazione dell’agenda rossa del fratello, contenente appunti cruciali sulle indagini, e la presenza di ostacoli istituzionali alla ricerca della verità. “Evidentemente qualcuno ritenne che non fosse sufficiente l’assassinio di Paolo Borsellino ma che occorresse eliminare pure la sua voce, anche attraverso l’occultamento delle parole che potevano testimoniare la verità sulle scoperte da lui fatte su vicende che hanno sicuramente segnato la storia della Repubblica”, si legge nell’atto di costituzione di parte civile.
La Procura, nel chiedere l’archiviazione, ha sottolineato come le dichiarazioni di Avola siano “improbabili” anche alla luce di riscontri oggettivi, come la sua impossibilità fisica a partecipare alla preparazione della strage a causa di una frattura al braccio.
Foto © Paolo Bassani
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- Luca Grossi
