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Missili, droni e barchini suicidi contro le rotte energetiche, sei navi colpite in un giorno, l’Aie avverte di un crollo dell’offerta globale

In questo momento è parlabile il panico che regna alla Casa Bianca, i cui piani per una conclusione del conflitto iraniano stanno sfumando inesorabilmente come i missili intercettori utilizzati dall’inizio delle ostilità. Emblematico il fatto che gli Stati Uniti abbiano trasferito alcuni sistemi di difesa aerea THAAD e MIM-104 Patriot dalla Corea del Sud al Medio Oriente. La coperta è corta e i costi della guerra sono già esorbitanti. 
Questa settimana, in un briefing riservato, i funzionari del Pentagono hanno dichiarato ai senatori che i primi sei giorni dell'operazione Epic Fury sono costati ai contribuenti americani circa 11,3 miliardi di dollari, secondo una persona a conoscenza della sessione.
Il tutto mentre i prezzi del petrolio continuano a salire vertiginosamente: il costo di un barile di petrolio greggio Brent nelle contrattazioni ha superato i 100 dollari. Non è stato di aiuto neanche il fatto che il presidente statunitense Donald Trump abbia autorizzato il Dipartimento dell'Energia a rilasciare 172 milioni di barili dalla Riserva Strategica di Petrolio, a partire dalla prossima settimana. 
Ci aveva provato ieri il tycoon a calmierare gli investitori annunciando scenari che erano confinati nel suo trionfalistico e imperturbabile tronfio ego.
"Operazione 'Furia Epic': è un nome fantastico? Beh, è buono solo se hai vinto. Sai, puoi solo... e noi abbiamo vinto. Lasciate che vi dica, abbiamo vinto... Non bisogna mai parlare troppo presto di vittoria. Abbiamo vinto. Abbiamo vinto la scommessa. Tutto è finito nella prima ora. Ma abbiamo vinto", ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti, annunciando la fine delle ostilità. 
Ci hanno pensato i fatti delle ultime ore a rompere l’idillio. 
"Da ieri Trump stesso ha cercato di annunciare un cessate il fuoco. Se il nemico avesse vinto la guerra non avrebbe chiesto a tutto il mondo di mediare per un cessate il fuoco”, ha commentato il Vice comandante dell'Irgc Ali Fadavi.
Il presidente americano, in un eccesso di spavalderia, aveva addirittura invitato gli armatori a non rinunciare ai transiti. “Queste navi devono passare per lo Stretto di Hormuz e dimostrare un po' di coraggio”, ha dichiarato in un'intervista alla rete Fox News, nella convinzione che le operazioni militari condotte contro l'Iran abbiano gravemente ridotto le capacità marittime di Teheran.
Secondo l’Ufficio britannico per le operazioni marittime commerciali (UKMTO), l’Iran avrebbe attaccato sei navi commerciali nel Golfo Persico in un solo giorno. Almeno tre imbarcazioni hanno riportato gravi danni, una persona è morta e diverse risultano disperse. La petroliera Zefyros, battente bandiera maltese, è stata attaccata nei pressi del terminale di Al‑Faw: alcune imbarcazioni cariche di esplosivi si sono avvicinate alla nave e sono esplose, causando danni significativi. L’equipaggio è stato evacuato.
La nave portacontainer Una Maestà, registrata in Giappone, è stata colpita da un missile vicino agli Emirati Arabi Uniti. Lo scafo ha subito danni, ma l’imbarcazione è riuscita a raggiungere un’area sicura. La petroliera Safesea Vishnu, battente bandiera delle Isole Marshall, è stata attaccata da droni carichi di esplosivo nelle acque irachene. A bordo è scoppiato un forte incendio e un membro dell’equipaggio, cittadino indiano, è morto. La nave portarinfuse Stella Gwyneth, anch’essa delle Isole Marshall, è stata danneggiata durante combattimenti nei pressi dello Stretto di Hormuz, ma l’equipaggio non ha riportato ferite. Infine, la portarinfuse Mayuree Naree, registrata in Thailandia, è stata colpita da proiettili nello Stretto di Hormuz, provocando un incendio nella sala macchine. L’equipaggio è stato soccorso, ma diverse persone risultano ancora disperse.
Nel frattempo, secondo quanto riferito dal canale televisivo NDTV, l'Iran ha autorizzato le petroliere battenti bandiera indiana a passare attraverso lo Stretto. 


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Le borse guardano verso l’abisso

Non c’è promessa che tenga. L'AIE afferma che l'offerta globale di petrolio diminuirà di 8 milioni di barili al giorno. "Preparatevi a un prezzo del petrolio di 200 dollari al barile, perché il prezzo del petrolio dipende dalla sicurezza regionale, che avete destabilizzato", ha dichiarato Ebrahim Zolfaqari, portavoce del comando militare iraniano, in un commento rivolto a Washington.
Giovedì, a causa degli attacchi alle petroliere, le azioni statunitensi sono crollate, aggravando ulteriormente i timori di inflazione e spingendo gli investitori ad abbandonare i mercati azionari. 
Tutti e tre i principali indici azionari statunitensi sono scivolati di oltre l'1,5% in un'ampia svendita e alcuni titoli difensivi hanno subito forti perdite percentuali. L'indice S&P 500 ha registrato il calo percentuale più significativo in tre giorni in un mese.
Non sono pochi le ombre che si stagliano sul prossimo futuro con la chiusura de facto dello Stretto di Hormuz e lo stop alla produzione di GNL in Qatar. Basti pensare che questi due fattori hanno interrotto circa un terzo della produzione mondiale di elio, una risorsa essenziale per diversi settori tecnologici e medicali. L’elio è indispensabile, tra le altre cose, per il funzionamento degli scanner MRI e soprattutto per la produzione di semiconduttori, dove non esistono sostituti praticabili nel processo industriale. La situazione è aggravata dal fatto che i container già riempiti prima del conflitto restano bloccati in Medio Oriente, impedendo di compensare rapidamente la perdita di forniture.
Se l’interruzione dovesse prolungarsi, l’industria dei chip potrebbe essere costretta a ridurre o riorganizzare la produzione, privilegiando alcune linee a scapito di altre. Questo rischierebbe di accentuare la già forte concentrazione della produzione verso le memorie destinate all’intelligenza artificiale e, di conseguenza, aggravare la carenza di memorie per computer e dispositivi mobili.
Dunque altro che guerra finita. Secondo fonti della Reuters, l’intelligence statunitense sostiene che la leadership iraniana è ancora in gran parte intatta e non rischia di crollare nell'immediato dopo quasi due settimane di incessanti bombardamenti da parte di Stati Uniti e Israele. Lo riporta un'esclusiva Reuters che cita, sul suo sito, tre fonti a conoscenza della questione.
Una "moltitudine" di rapporti forniscono "un'analisi coerente secondo cui il regime non è in pericolo" di collasso e "mantiene il controllo del popolo iraniano", ha affermato una delle fonti che, come le altre due, ha chiesto l'anonimato.
In un altro messaggio di sfida indirizzato al presidente degli Stati Uniti, il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale dell'Iran Ali Larijani, ha affermato che Teheran "non cederà finché non vi farà pentire di questo grave errore di calcolo".  


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Il primo discorso del nuovo leader Khamenei

Non poteva che trattarsi di un discorso di continuità con la precedente leadership, quello del nuovo leader supremo Mojtaba Khamenei. Tuttavia, rispetto al passato, i toni sono ancora più radicalizzati nella volontà di sferrare un colpo mortale alla coalizione Usa-Israele senza mostrare il minimo segno di resa. Nessuna apparizione pubblica: il suo discorso è stato letto da un presentatore della televisione di stato.
Ricordiamo che moglie e la sorella del nuovo leader supremo sono morte durante l'operazione Epic Fury. "Oltre a mio padre, la cui perdita è diventata nota, ho consegnato la mia cara e fedele moglie, su cui avevo riposto le mie speranze, la mia altruista sorella, che si è dedicata a servire i suoi genitori e ha ricevuto una meritata ricompensa, così come il suo bambino, alle schiere dei martiri".
Ebbene è con queste premesse che Mojtaba non ha lasciato spazio a fraintendimenti. “La guerra non si fermerà”, ha dichiarato, indicando che gli attacchi contro obiettivi militari e infrastrutture nelle monarchie del Golfo “percepite come piattaforme di supporto” proseguiranno.
Secondo la nuova Guida, la richiesta che sale dalla popolazione è “la continuazione di una difesa efficace e capace di far rimpiangere al nemico le sue azioni”.
Khamenei jr. poi ha precisato il concetto di “compensazione”: “Riceveremo una compensazione dal nemico, e se rifiuterà, prenderemo tanti dei suoi beni quanto riterremo opportuno; e se questo non sarà possibile, distruggeremo beni di pari valore”.
Non poteva ovviamente mancare un intero passaggio è dedicato allo Stretto di Hormuz, già chiuso de facto nelle ultime settimane.
“La leva della chiusura dello Stretto di Hormuz deve certamente continuare a essere usata”, ha affermato il nuovo leader, precisando che questo diventerà “uno strumento di pressione sul nemico” e una “leva” da mantenere attiva finché non cambieranno i costi e i tempi dell’escalation per Stati Uniti e Israele.
Khamenei jr. ha rivelato anche che «sono stati condotti studi sull’apertura di altri fronti in cui il nemico ha poca esperienza e sarebbe estremamente vulnerabile”. L’attivazione di tali fronti, prosegue, “avverrà se la situazione di guerra continuerà e sulla base dell’osservanza degli interessi” del Paese.
Infine, il leader supremo ha concluso che “l’Iran deve migliorare le relazioni con i suoi vicini”, insistendo sulla necessità di mantenere legami di «amicizia» con i Paesi confinanti, ribadendo che il Paese “sta prendendo di mira solo le basi statunitensi» nella regione e che ‘continuerà a farlo’”.
Il messaggio di Teheran impone uno shock economico prolungato per costringere Trump a compiere una marcia indietro che oramai non può più permettersi. 


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Si rinsalda l’asse della resistenza

Nel frattempo, i principali proxy dell’Iran hanno avevano accolto l’appello del nuovo leader supremo già prima che il suo discorso fosse pronunciato. Mercoledì Hezbollah e le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno effettuato il primo bombardamento missilistico simultaneo contro Israele, con il lancio di 200 razzi e 20 droni da parte del gruppo libanese in parallelo a missili balistici iraniani, operazione che fonti libanesi descrivono come parte di un piano concepito da Teheran per una guerra di vasta portata con l’obiettivo di confondere le difese aeree israeliane. 
In Iraq, dove non tutte le milizie sciite filoiraniane hanno scelto di attaccare obiettivi statunitensi, un nucleo centrale di fazioni strettamente allineate con Teheran opera sotto l’etichetta “Resistenza islamica in Iraq” e ha rivendicato 31 attacchi nelle ultime 24 ore contro quelle che definisce “basi di occupazione” in Iraq e nella regione, utilizzando decine di droni e razzi; tra questi, secondo fonti di sicurezza e un ingegnere sul campo, due droni hanno colpito il giacimento petrolifero meridionale di Majnoon gestito dalla statunitense KBR senza causare vittime, in un contesto di cinque attacchi simili in meno di una settimana.
Le stesse milizie, riferiscono funzionari della sicurezza, cercano di esercitare pressione anche sui progetti energetici e sui giacimenti petroliferi dell’Iraq meridionale dove operano società statunitensi o collegate agli Stati Uniti, mentre una struttura diplomatica americana nei pressi dell’aeroporto internazionale di Baghdad è stata colpita martedì da un drone, senza feriti, ed è stata nuovamente presa di mira il giorno successivo; separatamente, due droni hanno attaccato una base militare statunitense vicino all’aeroporto di Erbil nel Kurdistan iracheno e un altro attacco con drone del 5 marzo ha colpito un giacimento petrolifero della HKN Energy nel Kurdistan, provocando un incendio e il blocco della produzione, con fonti che attribuiscono i droni a milizie sostenute dall’Iran, sebbene Reuters non sia stata in grado di verificare in modo indipendente i responsabili. Sul fronte yemenita, gli Houthi – alleati di Teheran, pesantemente armati e capaci di interrompere il traffico marittimo nel Mar Rosso come dimostrato durante la guerra di Gaza – non sono ancora intervenuti nel nuovo conflitto, ma il loro leader Abdul Malik al-Houthi ha dichiarato la scorsa settimana che il gruppo ha “il dito sul grilletto” ed è pronto ad agire militarmente se la situazione lo richiederà, circostanza che potrebbe aggravare le tensioni sui mercati petroliferi, visto che l’Arabia Saudita ha spostato le esportazioni verso il Mar Rosso dopo la chiusura iraniana dello stretto di Hormuz.

Foto © Imagoeconomica 

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