A pochi giorni dal voto del 22 e 23 marzo la responsabilità di contribuire a scrivere la storia
“Pochi sono grandi abbastanza da poter cambiare il corso della storia. Ma ciascuno di noi può cambiare una piccola parte delle cose, e con la somma di tutte quelle azioni verrà scritta la storia di questa generazione”. La citazione è di Robert F. Kennedy, fratello minore del presidente John F. Kennedy. E’ il sei giugno del 1966 (due anni prima del suo omicidio avvenuto a Los Angeles), siamo all’Università di Città del Capo, in Sudafrica. Che in quel periodo è nel pieno dell'apartheid. Poco dopo quella frase, Kennedy approfondisce ulteriormente il concetto davanti agli attivisti che lo ascoltano attentamente: “Ogni volta che un uomo si batte per un ideale, o agisce per migliorare la sorte degli altri, o lotta contro l'ingiustizia, proietta una piccola onda di speranza; e queste onde, incrociandosi da un milione di diversi centri di energia e di audacia, formano una corrente capace di travolgere le più potenti mura dell'oppressione e della resistenza”. Sono passati 60 anni, è cambiato il mondo. Ma quell’imperativo è più che mai attuale. Mancano pochi giorni al Referendum sulla giustizia, e a ognuno di noi viene chiesta una maggiore assunzione di responsabilità: trasmettere l’importanza vitale di votare No contro questa oscena riforma. Che si snoda attraverso menzogne spudorate, dando spazio al fascismo più becero, più strisciante, più subdolo, ma pur sempre letale per la nostra democrazia. E che ci riporterà al ventennio fascista del secolo scorso. Tutt’attorno c’è un mondo in fiamme, attraversato da guerre e genocidi sostenuti anche da questo governo. Che intende sferrare con prepotenza un colpo di coda stuprando la Costituzione a discapito di ogni cittadino. Perchè è esattamente questo il nocciolo della questione: in caso di vittoria dei Si, non sarebbero unicamente i magistrati a pagarne il prezzo. Sarebbero tutti i cittadini le vittime designate, che si ritroverebbero una magistratura abbattuta, tenuta al guinzaglio dal governo di turno: con la conseguenza della perdita di una giustizia uguale per tutti. Mai più verità sui mandanti esterni delle stragi di Stato, come ha ricordato il nostro direttore: buio sugli eccidi dopo la seconda guerra mondiale, fino alle stragi del 92/’93. Nessuna giustizia per i familiari delle vittime di mafia e del terrorismo, né per i cittadini che li sostengono. Impunità totale per i reati dei colletti bianchi e accanimento sui deboli. La reazione scomposta della capa di Gabinetto del Ministro Nordio rappresenta l’ennesima ammissione delle reali intenzioni di chi ha ideato questo Referendum. Siamo di fronte alla squallida metodologia – fin troppo evidente – di un sistema di potere che in passato si è macchiato dei peggiori crimini. “Votate sì al referendum – sbraita Giusi Bartolozzi durante una trasmissione televisiva – così ci togliamo di mezzo la magistratura. Sono pilo... sono plotoni di esecuzione!” (nel video, come ha fatto notare Saverio Lodato, sembra quasi che stia per dire la parola “pilotati”, ndr). La gravità delle sue dichiarazioni spiana la strada ai peggiori scenari: Cosa nostra (e non solo) non aspetta altro che indicazioni sui magistrati delegittimati. 
Carlo Nordio © Paolo Bassani
L’architettura delle menzogne impilate una sull’altra dai promotori del Si – che puntano all’ignoranza o alla superficialità di una società tenuta all’oscuro dalla prostituzione della stragrande maggioranza dei media nazionali – è stata smontata punto per punto in queste settimane da importanti personalità provenienti dai più svariati ambiti, così come da giovani attivisti che non si sono risparmiati per fare la propria parte. Nel convegno che si è svolto a Roma in occasione della presentazione del libro di Luigi Li Gotti e Saverio Lodato “Stragi d’Italia”, è stato proprio quest’ultimo a tracciare il bivio di questo referendum. Che verte immancabilmente “sulla repubblica o sulla autocrazia, che comunque è parente alla monarchia di 80 anni fa”. “All’indomani del voto – ha sottolineato amaramente il noto scrittore – sapremo se l’Italia sarà definitivamente fascista per i prossimi 30 anni o non lo sarà più”. Dello stesso avviso il senatore Roberto Scarpinato per il quale il 22 e il 23 marzo “noi non saremo chiamati a votare su una riforma della magistratura. Non è questa la posta in gioco. Noi dovremo decidere in quale paese vogliamo vivere”.
Ma in quale paese vogliamo vivere? E soprattutto in quali condizioni: da cittadini o da servi? Non c’è alcuna retorica nella domanda, ma piuttosto un’accorata ultima chiamata ad una mobilitazione consapevole. Dal canto suo Nino Di Matteo auspica “che il popolo dia un segnale preciso a chi pensa che le ragioni della forza debbano prevalere su quelle del diritto e della democrazia”, evidenziando con vigore che “è il momento di una vera e propria resistenza costituzionale”. Esattamente quello di cui c’è bisogno in questi giorni e nel prossimo futuro. Prima che il nulla guadagni terreno e ci tolga la speranza di un paese che possa rinascere dalle proprie ceneri per diventare quella “terra bellissima” che sognava Paolo Borsellino. Suo fratello Salvatore è stato chiarissimo nel ricordare che “Paolo su quella Costituzione ha giurato, per quella Costituzione ha sacrificato la vita, e quindi questa istituzione non può essere toccata. Sarebbe come uccidere un'altra volta mio fratello”.
E ad ucciderlo nuovamente ci penserà proprio la riforma che, come ribadisce l’avvocato Luigi Li Gotti, “porta la firma di Licio Gelli”. E di Silvio Berlusconi, aggiunge con cognizione di causa l’ex parlamentare M5S Giulia Sarti.
Luigi Li Gotti, Nino Di Matteo, Giorgio Bongiovanni, Saverio Lodato, Giulia Sarti e Roberto Scarpinato © Paolo Bassani
In mezzo ad un delirio di grida concitate, stride non poco il silenzio e il ruolo ingessato del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Qualche settimana fa le cronache registrarono unicamente la sua richiesta di abbassare i toni delle polemiche. Ma non c’è stato poi alcun segnale forte in difesa della Costituzione attraverso prese di posizioni più nette e trancianti.
Non resta quindi che continuare a fare la nostra parte, ognuno nel proprio ambito, per cercare di sensibilizzare chi non ha ancora chiaro quale sia la posta in gioco. Non solamente per resistere, ma per incidere nella storia come ci ha spiegato Robert Kennedy. Per “cambiare una piccola parte delle cose”, in modo che “con la somma di tutte quelle azioni verrà scritta la storia di questa generazione”. Con la consapevolezza di farlo per noi stessi, per chi ha dato la vita per la nostra democrazia, e soprattutto per le generazioni che verranno.
Nel 1982, dopo aver combattuto le Br, il generale Carlo Alberto dalla Chiesa avrebbe potuto accettare un incarico di prestigio e sicuro a Roma. E invece aveva scelto Palermo. Là dove 100 giorni dopo il suo insediamento sarebbe stato assassinato assieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente Domenico Russo per mano di Cosa Nostra, su ordine di apparati di Stato. Quando gli era stato chiesto “chi te lo fa fare?”, aveva risposto che non si trattava di coraggio o di incoscienza, ma piuttosto dell’impossibilità di convivere con il rimorso di non aver fatto il proprio dovere. “Ci sono cose che non si fanno per coraggio – aveva spiegato – si fanno solo per poter continuare a guardare serenamente negli occhi i propri figli e i figli dei nostri figli”. Una motivazione immensa nella sua semplicità. Che vale oggi per chiunque abbia a cuore il destino di questo disgraziato e meraviglioso paese.
Immagine di copertina realizzata con il supporto dell'IA
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