Nel supercarcere di Opera, Totò Riina aveva trovato in Alberto Lorusso un interlocutore apparentemente fidato. Durante le ore d'aria trascorse insieme nel cortile sorvegliato dalla Dia con microspie nascoste, il capo dei capi di Cosa Nostra si era lasciato andare a dichiarazioni durissime, culminate in minacce esplicite contro il pm Nino Di Matteo, impegnato nel processo sulla trattativa Stato-Mafia. Un'analisi più attenta del profilo di Alberto Lorusso rivela una figura ben diversa: come raccontato in Nero su Bianco, il podcast di approfondimento di ANTIMAFIADuemila, le indagini nelle procure pugliesi non attribuiscono a lui un ruolo di vertice né un'affiliazione consolidata alla quarta mafia, limitandosi a legami marginali e parentela vaga con ambienti criminali locali. Prima del trasferimento a Opera, Lorusso aveva tentato senza successo di inserirsi nell'organizzazione e, in seguito, aveva offerto invano la propria collaborazione a carabinieri e magistrati. Per il personale penitenziario, era semplicemente una sorta di accompagnatore quotidiano. Chi ha esaminato le registrazioni descrive Lorusso come un uomo abile nel condurre la conversazione: pone domande mirate, insiste con gradualità e riesce a far breccia nelle difese di Riina, che per quasi due decenni al 41 bis non aveva mai concesso nulla di significativo nonostante la sorveglianza costante. Emerge così un interrogativo cruciale: come ha potuto un soggetto privo di autorevolezza mafiosa far crollare le barriere di un capo abituato al silenzio assoluto? Quel che è certo è la reazione decisa delle procure di Palermo e Caltanissetta, che hanno valutato con estrema serietà le esternazioni di Riina chiarendo che l’allora capo di Cosa Nostra era ignaro di essere intercettato.
In questo contesto si moltiplicano le domande, tutte mai chiarite.
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