Dallo Studio Ovale pregano per la guerra finale, ma i radar distrutti, i droni iraniani e il petrolio a 150 dollari smentiscono il mito della vittoria totale
Non c’è più spazio per nessun compromesso. L’esistenza stessa dell’America è ora giocata sulla vittoria messianica di una guerra che ha assunto i contorni propagandistici di una missione divina.
Per rendere l’idea del fanatismo dei nuovi ayatollah sanguinari che vogliono governare l’Iran, basta considerare un esempio emblematico. Il 5 marzo, la pastora evangelica, consigliera spirituale del presidente Usa, Paula White-Cain ha organizzato quello che è diventato un "rito annuale": venti leader evangelici si sono riuniti nello Studio Ovale per pregare con e per Donald Trump in merito alla guerra contro l'Iran. Tra i presenti c’era Ralph Reed, presidente Faith & Freedom Coalition che ha definito la sessione un momento per chiedere "il sostegno di Dio alle truppe americane nei loro attacchi all'Iran", ringraziando il tycoon per la "coraggiosa decisione di colpire il regime terrorista".
È solo una punta dell’iceberg delle attività delle più feroci lobby evangeliche nazionaliste cristiano-sioniste. Il Christians United for Israel (CUFI), fondato nel 2006 dal pastore texano John Hagee, dichiara oltre 10 milioni di membri ed esercita un'influenza sulla politica estera americana che, secondo alcuni analisti, supera quella dell'AIPAC. Lo stesso Hagee ha ripetutamente invocato un attacco preventivo contro l'Iran, sostenendo che Teheran nutra il "sogno maniacale" di cancellare Israele dalla mappa.
Il sionismo cristiano si basa in larga parte sul dispensazionalismo, una teologia del XIX secolo sviluppata dal pastore anglo-irlandese John Nelson Darby, che divide la storia in fasi (dispensations) di interazione divina con l'umanità. Al centro di questa visione c'è la convinzione che la restaurazione di Israele sia il segno dell'inizio degli Ultimi Tempi, preludio al ritorno di Cristo. I sostenitori credono nel Rapture (il rapimento dei credenti in cielo prima della tribolazione) e vedono ogni conflitto in Medio Oriente come possibile adempimento della profezia biblica di Armageddon.
Il delirio regna sovrano. La Military Religious Freedom Foundation (MRFF) ha ricevuto oltre 200 segnalazioni da più di 50 installazioni militari dal 28 febbraio 2026, documentando comandanti che presentano la guerra in Iran come "parte del piano divino di Dio". Un sottufficiale ha riferito che il proprio comandante ha dichiarato che "Trump è stato unto da Gesù per accendere il fuoco segnaletico in Iran per causare Armageddon e segnare il suo ritorno sulla Terra", citando passaggi dell'Apocalisse. Le segnalazioni provengono da tutti i rami delle forze armate americane.
Nel frattempo, un terzo gruppo d'attacco con la portaerei Uss George H. W. Bush della Marina degli Stati Uniti si prepara a essere schierato per la guerra contro l'Iran.
Ormai è chiaro, Trump, per non ammettere di essere pedina della lobby neocon sionista guerrafondaia, si sente investito di una missione divina, che può solo avere come esito la vittoria del bene sul male, senza nessun compromesso.
Questa mattina, il tycoon ha pubblicato un messaggio su Truth Social dichiarando che l'Iran "sarà colpito molto duramente" annunciando una sua ormai inevitabile resa incondizionata.
“L’Iran, che sta venendo sconfitto in modo schiacciante, ha chiesto scusa e si è arreso ai suoi vicini mediorientali, promettendo che non avrebbe più sparato contro di loro”, ha scritto trionfale, spiegando che “questa promessa è stata fatta solo a causa dell’implacabile attacco degli Stati Uniti e di Israele“.
La dichiarazione è arrivata poco dopo che il presidente iraniano Masoud Pezeshkian aveva annunciato, in un messaggio video preregistrato, “la sospensione degli attacchi contro i paesi confinanti”. Trump ha subito interpretato questa mossa come una "resa" dell'Iran ai vicini del Medio Oriente, sostenendo che tale passo "è stato fatto solo a causa dell'incessante attacco degli Stati Uniti e di Israele". 
Masoud Pezeshkian © Imagoeconomica
L’Utopia di una vittoria totale sull’Iran
La realtà dei fatti racconta che questo conflitto non sarà la vittoriosa crociata diabolica che consacrerà ancora una volta la supremazia dell’Impero.
Mentre Trump continua a rivendicare un successo schiacciante, le ammissioni interne dell’amministrazione e i dati militari ed economici disponibili mostrano un quadro ben diverso, segnato da limiti strutturali sul piano bellico e da ricadute sempre più pesanti sui mercati globali.
Nei briefing a Capitol Hill i vertici militari riconoscono che i droni d’attacco iraniani Shahed pongono un problema serio alla difesa aerea occidentale: “non possiamo fermare tutto ciò che l’Iran lancia”, hanno ammesso fonti presenti all’incontro guidato dal segretario alla Difesa Pete Hegseth e dal capo di stato Maggiore Dan Caine, sottolineando che la disponibilità di intercettori non è illimitata e che, col tempo, la guerra diventa “un problema di matematica” tra capacità produttive e ritmo di consumo delle munizioni. Un divario che lo stesso segretario di Stato Marco Rubio ha definito un insostenibile “gap di attrito”, con l’Iran in grado di sfornare missili e droni a un ritmo che la filiera industriale statunitense fatica a eguagliare.
A dispetto delle dichiarazioni trionfalistiche del tycoon, secondo cui “le forze statunitensi hanno distrutto decine di navi iraniane, messo fuori uso gran parte della potenza aerea e colpito strutture legate al programma nucleare, infliggendo un colpo decisivo alle capacità militari dell’Iran”, l’idea di azzerare davvero l’arsenale missilistico di Teheran mediante soli bombardamenti aerei e missilistici resta un’utopia.
Da decenni la Repubblica islamica ha disseminato il Paese di “città dei missili”, basi sotterranee e tunnel scavati in profondità nella roccia, con alcuni complessi missilistici e nucleari sepolti tra i 500 e gli 800 metri sotto terra, livelli che richiederebbero ordigni penetranti estremamente specializzati – se non addirittura scenari di tipo nucleare – per essere distrutti con certezza. Anche colpendo gli ingressi di queste infrastrutture, il risultato più probabile è “seppellire” parte dei vettori e delle installazioni, degradandone l’efficienza ma senza alcuna garanzia di eliminazione completa.
La vastità del territorio iraniano – quattro volte l’Iraq e più del doppio della Francia – e la presenza di catene montuose e aree scarsamente popolate offrono inoltre un ambiente ideale per disperdere lanciatori e depositi. Una quota significativa dei missili non è in silos fissi, ma su lanciatori mobili che possono spostarsi, lanciare e ridispiegarsi rapidamente, spesso camuffati da normali camion pesanti: questo trasforma il contrasto in una guerra di logoramento e di sorveglianza continua, un “gioco del gatto e del topo” in cui intercettare ogni lancio o neutralizzare ogni veicolo risulta quasi impossibile. 
A questo dobbiamo aggiungere il supporto silenzioso di Pechino che riceve il 15% del suo petrolio dall'Iran. La Cina, nei mesi scorsi ha fornito a Teheran perclorato di sodio, sostanza chiave per la produzione del propellente solido dei missili balistici. Tra il 2025 e l’inizio del 2026 avrebbe ricevuto complessivamente oltre 3000 tonnellate del composto, abbastanza per ricostruire l’intero arsenale impiegato nella “guerra dei dodici giorni”. Una quantità di materie prime che consente all'ex impero persiano di continuare ad armarsi nel sottosuolo.
Radar da miliardi di dollari distrutti
Sul piano difensivo, i costi per Washington crescono vorticosamente: recenti immagini satellitari mostrano la distruzione o il grave danneggiamento di almeno tre radar strategici statunitensi – due AN/TPY‑2 collegati al sistema THAAD in Giordania e negli Emirati Arabi Uniti, e un radar AN/FPS‑132 in Qatar – per un valore stimato di circa 2 miliardi di dollari, che sale a circa 4 miliardi se si considerano anche sensori meno sofisticati colpiti in Kuwait, Bahrein e Iraq. Analisti citati da Bloomberg e dal James Martin Center sottolineano come la sostituzione di questi asset richiederà anni: per un nuovo AN/FPS‑132 sono necessari tra cinque e otto anni e almeno 1,1 miliardi di dollari, mentre per un AN/TPS‑59 servono comunque da 12 a 24 mesi e decine di milioni di dollari. A complicare il quadro c’è la dipendenza da materie prime critiche come il gallio, di cui il 98% dell’offerta mondiale proviene dalla Cina, e l’enorme consumo di munizioni: “nelle primi 36 ore di guerra, Stati Uniti e Israele hanno sparato più di 3.000 munizioni e intercettori di alta precisione”, mettendo in luce una catena di approvvigionamento vulnerabile e già sotto stress.
Le pesanti ricadute economiche per l’occidente
Le ricadute economiche globali confermano l’insostenibilità di una guerra prolungata. Il ministro dell’Energia del Qatar Saad al‑Kaabi ha avvertito che, se il conflitto nel Golfo dovesse protrarsi e bloccare i flussi energetici, il prezzo del greggio potrebbe toccare i 150 dollari al barile in appena “due o tre settimane”. Trump ha liquidato il tema con fatalismo – “Se dovessero aumentare, allora significherà che aumenteranno. Gli elettori giudicheranno” – assicurando che, una volta “sconfitta” l’Iran, i prezzi si attenueranno, ma i mercati stanno già scontando uno scenario ben più cupo. Il Brent è balzato a 93 dollari al barile il 6 marzo, quasi il 30% in più in una settimana, mentre il WTI ha toccato i 90 dollari con un rialzo dell’11% in una sola seduta, sull’onda delle dichiarazioni presidenziali secondo cui solo la “resa incondizionata” di Teheran porrà fine alla guerra.
Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita un quinto del petrolio mondiale, è ormai quasi paralizzato: il numero di petroliere in transito è crollato dell’88% e quello delle navi per il gas di petrolio liquefatto del 94%, costringendo Paesi come il Kuwait a ridurre la produzione perché i serbatoi di stoccaggio si stanno riempiendo per l’impossibilità di esportare. Secondo le stime di J.P. Morgan, se il blocco dovesse protrarsi, Iraq e Kuwait potrebbero essere costretti a tagliare le esportazioni fino a 4,7 milioni di barili al giorno entro il diciottesimo giorno di conflitto, con ripercussioni devastanti sull’economia globale. Le Borse europee hanno già bruciato centinaia di miliardi di capitalizzazione in pochi giorni, con lo Stoxx 600 in calo di oltre il 5% nella sua peggiore settimana da mesi, mentre Wall Street ha aperto in forte ribasso e i nuovi dati sul lavoro americano – 92.000 posti persi a febbraio e disoccupazione al 4,4%, contro attese di segno opposto – suggeriscono che lo shock energetico sta arrivando su un’economia tutt’altro che solida.
Il Financial Times ha infine evidenziato una vulnerabilità strategica che smentisce la narrativa di controllo totale: Trump ha lanciato l’operazione senza aver ricostituito la Riserva Strategica di Petrolio, ferma a circa 415 milioni di barili contro una capacità di 714 milioni, l’equivalente di appena venti giorni di consumo nazionale. La promessa inaugurale di “riempire di nuovo le riserve fino alla piena capacità” è rimasta inevasa e, oggi, Washington si trova a fronteggiare uno shock petrolifero potenzialmente storico senza il principale strumento disponibile per attenuarne l’impatto sui consumatori americani, mentre sul campo e sui mercati si accumulano segnali che rendono sempre più irrealistica l’idea di una vittoria rapida e indolore su Teheran.
La realtà dietro la mossa del presidente iraniano
Pezeshkian si è scusato personalmente con i vicini colpiti dagli attacchi iraniani, spiegando che dopo la morte dei comandanti e della Guida Suprema, "le nostre forze armate — in assenza dei loro comandanti — hanno portato avanti tutte le azioni che ritenevano necessarie di propria iniziativa". Le forze armate avevano operato fino a quel momento con una sorta di "autorità di fuoco a discrezione", che ora è stata formalmente revocata.
Casualmente, il messaggio preregistrato è stato trasmesso pochi minuti prima che un nuovo attacco missilistico venisse intercettato in Qatar, e nella stessa giornata sono state segnalate esplosioni all'aeroporto internazionale di Dubai e forti detonazioni ad Abu Dhabi.
In totale smentita con il tono conciliante del presidente, il quartier generale Khatam al-Anbiya delle forze armate iraniane ha emesso una dichiarazione che va nella direzione opposta. L'IRGC ha dichiarato di rispettare la sovranità e gli interessi dei paesi vicini, negando aggressioni nei loro confronti fino a quel momento, aggiungendo un avvertimento netto: "Se le precedenti azioni ostili dovessero continuare, tutte le basi militari e gli interessi dell'America criminale e del falso regime sionista sulla terraferma, in mare e in aria in tutta la regione saranno considerati obiettivi primari e saranno sottoposti ai potenti e schiaccianti attacchi delle forze armate della Repubblica islamica dell'Iran". 
Le fratture interne a Teheran: l'analisi degli esperti
Secondo Ali Vaez, responsabile del programma Iran dell'International Crisis Group, la dichiarazione video del presidente e la reazione dell'IRGC indicano differenze di approccio sostanziali nella leadership iraniana.
Pezeshkian, descritto come "uno dei presidenti più deboli nella storia della Repubblica islamica", appare chiaramente preoccupato di bruciare troppi ponti con i vicini dell'Iran. Tuttavia, la politica effettivamente perseguita è "guidata principalmente dalle Guardie Rivoluzionarie e da individui come il consigliere per la sicurezza nazionale Ali Larijani e il presidente del parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, entrambi veterani ed ex comandanti delle Guardie.
Vaez ha sottolineato che più che una profonda rottura, la divergenza nei messaggi riflette "una ridotta unità dovuta all'assenza di un leader supremo che un tempo aveva l'ultima parola sull'approccio da adottare". Con il sistema di governo in "modalità sopravvivenza", Teheran è consapevole che danneggiare i paesi vicini e interrompere le forniture petrolifere rappresenta una leva strategica a cui non rinuncerà facilmente, soprattutto di fronte a due avversari con superiorità militare schiacciante.
"Potrebbero anche essere diverse parti del sistema che cercano di tutelarsi con i vicini, ma alla fine sono tutti sulla stessa barca, e se questa affonda, affonderanno tutti con essa. Ecco perché non definirei la frattura troppo profonda", ha concluso l'analista.
Verso le truppe di terra sul terreno
A dispetto del disastro che si staglia all’orizzonte, le scelte dell’amministrazione americana avvicinano sempre più verso il baratro. Secondo NBC News, Trump sta "considerando seriamente" l'invio di truppe americane in Iran, anche se non si tratterebbe di un'operazione terrestre su larga scala, bensì di un contingente limitato con obiettivi specifici e strategici.
A supporto di questa ipotesi, il Washington Post ha rivelato che l'esercito statunitense ha improvvisamente annullato le esercitazioni dell'elemento di comando dell'82ª Divisione Aerotrasportata, l'unità d'élite di stanza a Fort Bragg, in Carolina del Nord. La divisione comprende una brigata di combattimento composta da 4.000–5.000 uomini, specializzata in assalti con paracadute, sequestro di aeroporti e infrastrutture critiche, rinforzo di ambasciate e evacuazioni di emergenza. Si tratta di forze pronte a dispiegarsi in qualsiasi parte del mondo entro 18 ore dall'ordine di partenza.
Sebbene al venerdì non fossero ancora stati emessi ordini di dispiegamento formali, funzionari del Dipartimento della Difesa — parlando in condizione di anonimato — hanno confermato che l'annullamento delle esercitazioni ha alimentato speculazioni su una possibile missione in Medio Oriente. Un funzionario ha detto al Washington Post: "Ci stiamo tutti preparando per qualcosa, nel caso servisse".
La posizione ufficiale dell'amministrazione è rimasta volutamente ambigua. Lo stesso Trump, in un'intervista al New York Post della settimana precedente, aveva dichiarato di non avere "riserve riguardo alle truppe sul terreno", distinguendosi da precedenti presidenti che avevano categoricamente escluso tale opzione. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth aveva a sua volta evitato di escludere l'ipotesi, definendo "una follia" rivelare pubblicamente i limiti dell'azione militare americana.
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