Il sostituto procuratore alla Dna ospite di un incontro online di autoformazione organizzato dall’Associazione Schierarsi
“Questa non è una riforma della giustizia, è una riforma della magistratura contro i magistrati, ma soprattutto contro l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, e quindi contro i cittadini che nell’autonomia e nell’indipendenza della magistratura trovano una garanzia dei loro diritti”. Con queste parole il sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo ha aperto il suo intervento durante un incontro online di autoformazione organizzato dall’associazione Schierarsi per i propri iscritti. L’appuntamento, dedicato ai contenuti e ai rischi della cosiddetta riforma Nordio, è stato pensato come un momento di approfondimento in vista del referendum sulla giustizia che chiamerà i cittadini alle urne il 22 e 23 marzo. Nel corso dell’incontro, moderato da Angelo Zanfardino, sono intervenuti lo stesso Di Matteo e Alessandro Di Battista, vicepresidente dell’associazione, che hanno analizzato la riforma da una prospettiva giuridica e politica, soffermandosi sulle conseguenze che potrebbe produrre sull’equilibrio tra i poteri dello Stato.
Secondo Di Matteo il provvedimento non rappresenta una riforma del sistema giudiziario nel senso sostanziale del termine. “È stata presentata come una riforma costituzionale epocale della giustizia. Ma questa non è una riforma della giustizia: non incide minimamente sui mali della giustizia, sui tempi troppo lunghi dei processi, sull’incertezza degli esiti processuali, sulle garanzie degli indagati e degli imputati o sulle aspettative delle persone offese - ha spiegato -. Nulla di tutto questo. Il cuore della riforma è un altro: rafforzare il potere dell’esecutivo rispetto al controllo di legalità esercitato dalla magistratura”.
Il magistrato ha ricordato come il disegno di legge intervenga direttamente sulla Carta costituzionale. “Vengono modificati sette articoli della Costituzione con un pacchetto blindato proveniente dal governo, senza un dibattito approfondito e senza la possibilità di emendamenti”, ha sottolineato. Una scelta che, secondo Di Matteo, appare ancora più grave se confrontata con la frequente disapplicazione di altri principi costituzionali fondamentali: “Il principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, il diritto al lavoro, il diritto alla salute, l’articolo 11 sul ripudio della guerra: sono norme che in questi anni sono state continuamente tradite. Eppure, si interviene proprio sulla parte che riguarda l’equilibrio tra i poteri dello Stato”. 
Carlo Nordio © Paolo Bassani
Nel suo intervento il magistrato ha inserito la riforma Nordio dentro un percorso più ampio. “Questa riforma è il suggello di una serie di riforme approvate negli ultimi anni”, ha affermato citando tra gli esempi la riforma Cartabia, l’improcedibilità dei processi oltre determinati termini, le limitazioni alla pubblicazione degli atti di indagine, l’abolizione dell’abuso d’ufficio e le restrizioni alle intercettazioni. Tutte misure che, secondo Di Matteo, concorrono a creare “uno scudo di protezione per i potenti”. “Tutte queste norme renderanno sempre più difficile perseguire i reati dei cosiddetti colletti bianchi - ha detto -. Rischiano di consacrare definitivamente una giustizia a due velocità: rigorosa e spietata con i reati degli ultimi della società, ma con le armi spuntate davanti alla criminalità dei colletti alti”.
Tra i punti più controversi della riforma, Di Matteo ha indicato la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici. “Un pubblico ministero separato dal giudice, formato in maniera diversa, finirebbe per trasformarsi in un accusatore a tutti i costi, in una sorta di avvocato della polizia - ha spiegato -. Il cittadino deve sapere che il pubblico ministero ha la stessa cultura della giurisdizione del giudice, che opera con criteri di neutralità e imparzialità. Se questo equilibrio salta, il danno non è per i magistrati ma per i cittadini”.
Secondo il magistrato, inoltre, la riforma rafforzerebbe il peso della politica nell’autogoverno della magistratura. “Si prevedono due CSM e un’Alta Corte disciplinare con un meccanismo che aumenta il peso della componente politica - ha osservato -. Questo rischia di creare magistrati intimiditi, magistrati timidi nell’affrontare indagini rischiose nei confronti del potere”.
Di Matteo ha infine invitato i cittadini a guardare alla riforma nel suo contesto storico e politico. “Questa proposta era uno dei punti del Piano di Rinascita Democratica della P2 ed è stata per decenni un cavallo di battaglia dei governi Berlusconi”, ha ricordato. “Se allarghiamo lo sguardo ci rendiamo conto che si tratta di un ulteriore passaggio verso la concentrazione dei poteri nell’esecutivo, a danno del giudiziario e dei controlli democratici”.
Durante l’incontro è intervenuto anche Alessandro Di Battista, che ha definito la separazione delle carriere “un grimaldello” destinato ad aprire la strada ad ulteriori interventi legislativi. “Tu separi le carriere e dai un cazzotto alla magistratura tutta quanta, indebolendola, creando una crepa per poi intervenire più facilmente con leggi ordinarie” ha detto. Secondo l’ex parlamentare, la riforma rappresenterebbe solo “il primo tempo” di un processo più ampio.
Plenum CSM © Imagoeconomica
“Nordio lo ha già detto: interverremo sul processo penale, sulla custodia cautelare e su altre questioni. Il secondo tempo sarà una serie di leggi ordinarie che metteranno sempre di più la magistratura inquirente sotto il controllo della politica”, ha spiegato.
Di Battista ha citato in particolare il rischio legato ai criteri di priorità delle indagini. “Basterà una legge per dare al Parlamento la possibilità di stilare una lista di reati da perseguire con priorità”. E rivolgendosi alle decine di “piazze” connesse all’incontro ha domandato: “Secondo voi i politici diranno mai ai pm che l’urgenza è occuparsi dei reati contro la pubblica amministrazione o dei colletti bianchi? Non l’hanno mai fatto”. Secondo l’ex deputato, le priorità rischierebbero invece di essere orientate verso temi politicamente più convenienti. “Diranno che il problema principale è la droga o l’immigrazione clandestina, questioni che hanno a che fare con il loro consenso elettorale ma non con loro stessi”. Di Battista ha quindi allargato il discorso alla credibilità della classe politica che promuove la riforma. “Coloro che mentono ogni giorno sulla guerra, sul diritto internazionale e sulla politica estera sono gli stessi che vogliono cambiare la Costituzione in nome del diritto”, ha affermato. “Io francamente non mi fiderei mai di questi soggetti per modificare sette articoli della Costituzione”.
Infine, ha sintetizzato il nodo politico della riforma: “Quando si interviene sul rapporto tra due poteri dello Stato lo si fa sempre per avvantaggiarne uno a danno dell’altro. E secondo voi la politica farà una riforma per indebolire sé stessa? No. È una riforma che modifica il rapporto tra magistratura e politica a vantaggio della politica. Questa è la pura verità”.
L’incontro si è concluso con un appello alla partecipazione e alla consapevolezza in vista del referendum. Per i promotori dell’iniziativa la posta in gioco riguarda l’equilibrio dei poteri previsto dalla Costituzione e, come ha ricordato Di Matteo, “l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, che sono una garanzia per tutti i cittadini”.
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