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Araghchi e Witkoff tornano al tavolo a Ginevra, ma resta l’ipotesi di decapitazione del regime e assedio aeronavale paragonato alle ore che precedettero l’invasione dell’Iraq 

Continua il caos senza fine in Medio Oriente dove un'impossibile maratona negoziale si intreccia con un dispiegamento militare occidentale nella regione da guerra totale.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e l’inviato speciale di Donald Trump Steve Witkoff prevedono di incontrarsi ancora una volta giovedì a Ginevra, ma il terreno è più ripido e impervio che mai.

Lo stesso Witkoff, in un’intervista a Fox News, ha affermato che il presidente Trump sta perdendo la pazienza con l’Iran, chiedendosi perché Teheran non abbia ancora “capitolato” sotto la pressione navale statunitense e non abbia rinunciato formalmente al suo programma nucleare.

Per evitare il peggio, l’Iran dovrebbe accettare il sostanziale abbandono del programma nucleare, il netto ridimensionamento e depotenziamento delle proprie capacità missilistiche e lo smantellamento dell’“Asse della Resistenza”. Condizioni che sia la Guida Suprema Khamenei che Araghchi hanno qualificato immediatamente come irricevibili.
La macchina bellica Usa si sta muovendo di conseguenza. Secondo un’inchiesta del New York Times, nelle ultime settimane, il presidente ha ripetuto ai suoi consiglieri che “se la diplomazia fallisce, non esiterà a usare la forza”, spiegando che un primo attacco limitato dovrebbe mostrare alla leadership iraniana che “non ha altra scelta che rinunciare a ogni aspetto del suo programma nucleare”. Secondo funzionari a conoscenza delle deliberazioni interne, l’obiettivo immediato del raid sarebbe quello di distruggere o degradare “i centri nevralgici dell’apparato militare e nucleare iraniano”, a partire dal quartier generale del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, da siti nucleari chiave e da porzioni del programma missilistico balistico. Ma Trump ha anche chiarito che, se un’operazione di questo tipo non bastasse a piegare Teheran, resterebbe sul tavolo l’ipotesi di “un assalto molto più grande nei prossimi mesi, mirato a cacciare dal potere l’Ayatollah Ali Khamenei e la sua cerchia”.


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Steve Witkoff


Sul tavolo, secondo Axios, c’è anche uno scenario che prevede l’eliminazione fisica della massima leadership politico-religiosa di Teheran. Un consigliere della Casa Bianca riferisce che “esiste un piano per prendere di mira l’ayatollah, suo figlio e i mullah”, con Mojtaba Khamenei indicato come potenziale successore e quindi obiettivo chiave di un’eventuale decapitazione del vertice del regime. Una seconda fonte ha confermato che la proposta di eliminare Khamenei e il figlio è stata sottoposta a Trump già alcune settimane fa, segno che non si tratta di una mera ipotesi teorica ma di un’opzione inserita nella pianificazione avanzata del Pentagono. 

L’architettura di questa strategia è stata discussa mercoledì nella Situation Room della Casa Bianca, durante una riunione che ha riunito il vicepresidente JD Vance, il segretario di Stato Marco Rubio, il generale Dan Caine, presidente dei Capi di Stato Maggiore Congiunti, il direttore della C.I.A. John Ratcliffe e la capo di gabinetto Susie Wiles. Testimoni dell’incontro raccontano che Trump ha fatto pressione sul generale Caine e su Ratcliffe perché “si esprimessero chiaramente sulla strategia più ampia in Iran”, pur sapendo che nessuno dei due tende a prendere posizioni politiche nette: il militare si è concentrato su ciò che l’esercito può realisticamente fare “dal punto di vista operativo”, il capo dell’intelligence ha preferito illustrare “la situazione sul campo e gli esiti possibili delle operazioni proposte”.

Secondo il Washington Post, Caine avrebbe avvertito in privato il presidente Trump che un attacco militare a Teheran comporta rischi seri – soprattutto quello di venire risucchiati in un conflitto prolungato.
Il generale, descritto dagli insider come un “guerriero riluttante” sul dossier Iran, è in netto contrasto con il suo appoggio a tutto campo all’operazione in Venezuela; considera Teheran un rompicapo molto più pericoloso, con poste più alte e maggiori rischi di vittime americane.
Tuttavia, il tycoon americano non ha mancato di smentire queste dichiarazioni con la sua boria delirante che lo contraddistingue:

“Numerose storie diffuse dai Fake News Media sostengono che il generale Daniel Caine, talvolta chiamato Razin, sia contrario al fatto che andiamo in guerra con l’Iran. La storia non attribuisce questa enorme ricchezza di informazioni a nessuno ed è al 100% falsa. Il generale Caine, come tutti noi, preferirebbe non vedere una guerra ma, se venisse presa la decisione di agire militarmente contro l’Iran, secondo lui sarebbe qualcosa di facilmente vincibile”, ha scritto su Truth Social, sostenendo addirittura che Caine, in qualità di generale a capo dell’operazione Midnight Hammer, ha “fatto esplodere in mille pezzi il programma nucleare iraniano”.
Sarà un caso, ma il fatto che sia proprio il tema dei negoziati attuali forse è un indizio che la realtà è ben diversa da come viene presentata.


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Dan Caine


Il confronto è avvenuto sullo sfondo di un rafforzamento militare che molti analisti paragonano, per dimensioni, alle fasi preparatorie dell’invasione dell’Iraq di quasi ventitré anni fa. Due gruppi di portaerei, la USS Abraham Lincoln nel Mar Arabico e la USS Gerald R. Ford in rotta nel Mediterraneo orientale, si trovano ormai a distanza d’attacco dall’Iran, scortati da cacciatorpediniere lanciamissili e da una costellazione di velivoli da combattimento, da guerra elettronica, intelligence e rifornimento in volo. Fonti OSINT e militari parlano di “decine di F-15E, F-16 e F-35A”, di almeno sei EA‑18G Growler e di una rete di AWACS, E‑11A BACN e RC‑135 che disegnano un quadro di prontezza sostenuta su più fronti nella regione, alimentata da centinaia di voli cargo e da una cinquantina di aerocisterne distribuite fra Arabia Saudita, Qatar, Grecia, Bulgaria e l’Oceano Indiano.
“Penso che finiremo per usare le capacità dei nostri due gruppi da battaglia di portaerei che si trovano nella regione quando scadrà quella tempistica”, ha commentato infervorato il presidente della Commissione Esteri della Camera, Brian Mast, sostenendo che attaccare l’Iran “è una questione di sicurezza nazionale”.
L’ex funzionario della CIA John Kiriakou parla addirittura di una decisione che sarebbe già stata presa, evidenziando, tuttavia, le divisioni interne all’amministrazione che andrebbero al di là del generale Caine: il vicepresidente JD Vance e la direttrice dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard rappresentano il fronte contrario alla guerra, mentre Marco Rubio, Pete Hegseth e i neo‑nominati capi di Stato Maggiore spingono per l’azione militare. Ha inoltre suggerito che la tempistica potrebbe essere collegata al recente annuncio sul rilascio dei file sugli UFO, sottolineando che la vicinanza tra questi eventi è degna di nota.

Nel frattempo, clamorosamente, i reali sauditi hanno spalancato le porte alla guerra con la famiglia Al Saud che ha messo a disposizione la base aerea Sultan, dove sono schierati 6 aerei da sorveglianza E‑3G Sentry, 3 aerei spia E‑11A, 13 aerocisterne KC‑135R, 7 aerocisterne KC‑46A e 6 aerei da trasporto C‑130J.
Proprio l’Arabia Saudita, in precedenza, si era detta contraria ad offrire le sue basi per un attacco Usa, temendo delle terribili ripercussioni economiche date dalla destabilizzazione dell’area.
Nel frattempo, da Teheran si spera ancora in un accordo che renda tutti vincitori senza colpo ferire.


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In un’intervista alla CBS, il Ministro degli Esteri ha insistito nuovamente che il paese non era pronto a rinunciare a quello che ha definito il suo "diritto" di produrre combustibile nucleare secondo il Trattato di Non Proliferazione Nucleare. La decisione sul fatto che gli Stati Uniti stessero per attaccare obiettivi in Iran — con l'apparente obiettivo di indebolire ulteriormente il governo del signor Khamenei — potrebbe ridursi al fatto che entrambe le parti potrebbero concordare su un compromesso in grado di salvare la faccia sia a Washington e Teheran. Una di queste proposte, avanzata dal direttore generale dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica Rafael Grossi, sarebbe oggetto di dibattito sia dall'amministrazione Trump che dalla leadership iraniana. In sostanza, all'Iran sarebbe permesso produrre quantità molto piccole di combustibile nucleare per scopi medici. L'Iran produce isotopi medici da anni presso il Reattore di Ricerca di Teheran, una struttura di quasi 60 anni fuori dalla capitale del paese che, in una delle strane svolte della storia nucleare moderna, fu fornita per la prima volta allo scià filoamericano iraniano dagli Stati Uniti nell'ambito del programma "Atomi per la Pace".
Ma credere che la questione iraniana sia circoscritta alla proliferazione nucleare, è un grande inganno. Il dossier atomico è solo un pretesto, Washington vuole creare le condizioni per cambio di regime che conceda agli Stati Uniti il potere di controllare i flussi petroliferi verso la Cina che riceve il 50–55% delle importazioni di greggio totali dal golfo Persico.

Tel Aviv, che gioca un ruolo di primo piano, vuole portare avanti il progetto del grande Israele, dunque con un Iran indebolito e balcanizzato la strada sarà spalancata a questo obiettivo esistenziale.
Cosa farà Trump? Se è vero quanto riportato dagli Epstein files pubblicati il 30 gennaio, il presidente americano è totalmente compromesso da Israele e il suo genero Jared Kushner è il vero "cervello" dietro la sua organizzazione e presidenza, le cose potrebbero mettersi molto male per gli Stati Uniti nel prossimo futuro.

Foto © imagoeconomica 

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