Nuovi elementi emersi dagli archivi resi pubblici relativi al caso Jeffrey Epstein stanno scuotendo ulteriormente la monarchia britannica. Un documento del Federal Bureau of Investigation (FBI), datato 2020 e di recente desecretato, contiene la denuncia di una presunta vittima che riferisce di aver subito gravi violenze durante gli anni '90, inclusa una tortura con scariche elettriche inflitta da Ghislaine Maxwell alla presenza del principe Andrew Mountbatten-Windsor, fratello minore di re Carlo III. La donna, che all'epoca aveva tra i 6 e gli 8 anni e viveva nel Surrey, Regno Unito, ha dichiarato nella sua testimonianza: “Quando avevo tra i 6 e gli 8 anni e vivevo nel Surrey, Regno Unito, mio padre mi drogava di notte e mi portava a feste di bande di pedofili”. Ha poi aggiunto che in uno di questi eventi fu investita da “un'auto blu scuro con targa personalizzata che terminava con 'M', guidata dal principe Andrea”. A seguito dell'incidente, ha riportato “lesioni permanenti alle costole, all'anca e alla gamba destra”, senza ricevere cure ospedaliere immediate. Ha precisato: “Non mi portarono in ospedale”. Successivamente ha raccontato di essersi risvegliata in presenza del principe Andrea. In un altro episodio, avvenuto a Frogmore Cottage (residenza facente parte del patrimonio della Corona a Windsor), la denunciante ha affermato di essere stata “immobilizzata su un tavolo” da Ghislaine Maxwell, che l'avrebbe “torturata con scariche elettriche, circondata da uomini” che assistevano alla scena. Ha dichiarato esplicitamente: “Ricordo di aver visto il volto del principe Andrea”. Ha tentato la fuga, ma “Maxwell mi ha afferrata e mi ha picchiata con le setole di una scopa. [...] Mi ha anche minacciato, dicendo che 'meritavo di morire' e mi ha colpita in faccia con la scopa, rompendomi il naso”. L'infortunio al naso fu fatto passare per conseguenza di “una partita di rugby” al momento del ricovero ospedaliero. Tra i materiali desecretati figurano anche fotografie che lo ritraggono nella dimora di Epstein accanto a una donna in seguito identificata come vittima di tratta.
I contatti con l'intelligence israeliano
Gli archivi contengono inoltre dettagli su altri aspetti, come i frequenti soggiorni dell'ex premier israeliano Ehud Barak e di sua moglie Nili Priel in un appartamento al 301 East 66th Street di New York, proprietà di una società legata a Mark Epstein ma gestito da Jeffrey Epstein. Tra il 2016 e il 2017, il sistema di sicurezza (videosorveglianza, sensori alle finestre e controlli accessi) fu installato e supervisionato da Rafi Shlomo, allora responsabile della protezione per la missione israeliana presso l'ONU, in coordinamento con lo staff di Epstein. Le email rivelano scambi su fori nel muro, neutralizzazione allarmi e liste di autorizzati, inclusi addetti alle pulizie. Yoni Koren, funzionario del ministero della Difesa israeliano vicino a Barak, fu ospite dell'appartamento, anche per cure mediche, al momento dell'arresto di Epstein nel 2019. Tali misure appaiono rientrare nel protocollo di tutela per ex premier, senza elementi che supportino teorie di legami più profondi con servizi segreti.
I legami con la Chiesa Cattolica
Infine, dai file emerge l'interesse di Epstein per la Chiesa cattolica: finanziamenti a enti benefici vaticani, partecipazione a eventi e attenzione alla politica estera della Santa Sede. In email a Larry Summers (ex Segretario al Tesoro USA), Epstein sottolineava come il cambio al vertice dello IOR, l'Istituto per le Opere di Religione, fosse più rilevante delle dimissioni di Benedetto XVI, data l'esenzione del Vaticano da controlli italiani ed europei sui trasferimenti finanziari. Citava il licenziamento di Ettore Gotti Tedeschi nel maggio precedente, perquisizioni con ritrovamento di dossier compromettenti e timori di assassinio espressi dall'ex presidente della banca. In un messaggio del 19 febbraio 2013, faceva riferimento a una denuncia alla Corte penale internazionale presentata nel 2011 da vittime di abusi clericali contro il papa e funzionari vaticani per presunta tolleranza di crimini sessuali; la CPI non aprì indagini, senza motivare pubblicamente la decisione. Summers rispose: “What can I say?” (Cosa posso dire?, ndr).
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