L’intervento dell’ex procuratore generale di Palermo al Teatro al Massimo di Palermo sulla separazione delle carriere
La maggioranza politica di governo vuole “riaffermare il controllo della peggiore politica sulla magistratura, quel controllo che aveva perso con la Costituzione del 1948”, riesumando “il vecchio arnese dell'azione disciplinare” contro “i magistrati non allineati”.
Lo ha detto Roberto Scarpinato, ex procuratore generale e oggi senatore al Teatro al Massimo di Palermo durante l’evento: “La vera posta in gioco”, organizzato dal Movimento 5 Stelle. Il riferimento è ovviamente alla riforma della separazione delle carriere: “Una mela avvelenata” partorita da coloro che “sono gli eredi di chi mise nel mirino i magistrati del pool antimafia di Palermo” come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e che oggi hanno “la faccia tosta” di strumentalizzarli per la “loro campagna referendaria”. “L'attuale maggioranza governativa, che ha concepito questa riforma” ha capito “che nel corso degli anni il Csm si è dimostrato uno scudo valido contro le intimidazioni e le pressioni del potere, ed ecco perché con questa riforma modifica l'articolo 105: hanno tolto l'azione disciplinare per darla all'Alta Corte, composta da 15 membri, strutturata in modo tale da aumentare il peso della politica nelle azioni disciplinari.”
La politica potrà “scegliere accuratamente i propri rappresentanti all'interno di questo organo”, togliendo invece ai magistrati questa possibilità, che invece verranno selezionati tramite il sorteggio.
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Non ci vuole un dottorato per capire che una squadra politica scelta con cura e selezionata tra i più fedeli uomini di partito sarà certamente più forte rispetto ad un gruppo di magistrati scelti a sorte.
Il sorteggio dei magistrati al Csm, ha ricordato Scarpinato non è un’idea nuova: il primo a portare questa proposta di legge in Parlamento fu Giorgio Almirante, segretario del Movimento Sociale Italiano: “Aveva capito che l'elezione dei magistrati tramite il voto consentiva di scegliere i magistrati più impegnati”, quelli “che interpretavano la legge alla luce della Costituzione”. Per questo occorreva fermarli e riportarli sotto il controllo della politica.
Il voto, come ha ricordato Scarpinato sarà il 22-23 marzo prossimo: un vero e proprio “appuntamento con la storia”; “dovremmo decidere se la giustizia in questo Paese dovrà tornare a essere come lo era prima della Costituzione del 1948, forte con i deboli e debole con i forti”, cioè quando “era inflessibile quando si trattava di processare contadini che manifestavano contro lo sfruttamento dei latifondisti e operai che protestavano contro turni di lavoro massacranti” e nello stesso tempo usava i guanti bianchi nei confronti dei potenti.
Nel nostro Paese “il peggiore passato non passa mai e si ripropone ciclicamente per rendersi meno riconoscibile”: esempio è questa riforma, concepita da una maggioranza i cui deputati sono stati “ridotti a pigia-bottoni” mentre il Parlamento è stato ridotto “ad un rimorchio del governo”, ha detto il senatore.
“La maggioranza vuole riportare indietro l'orologio della Storia al tempo antico” ha detto l’ex magistrato, un tempo pre-costituzionale in cui i magistrati “che osavano disattendere le direttive che venivano dall'alto venivano trasferiti” o “rimossi con altri stratagemmi”. “Il governo, tramite il ministero della Giustizia, poteva veicolare la carriera dei magistrati e poteva utilizzare l'azione disciplinare”: il ministro aveva la facoltà di emettere direttive ai pm e quindi influenzare i processi.
Quei tempi iniziarono a cambiare con la Costituzione poiché “i costituenti capirono che per rendere realmente la magistratura indipendente dovevano togliere alla politica il potere di condizionarla”, cioè togliendogli l’azione disciplinare.
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Tutto questo era contenuto anche nel “Piano di rinascita democratica” di Licio Gelli, capo della loggia massonica P2, mandante e organizzatore della strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980: la principale misura prevista in questo piano era la separazione delle carriere, l'introduzione di test psicoattitudinali e la schedatura dei magistrati per capire il metodo migliore per avvicinarli e condizionarli. “Gelli disse che il Csm doveva essere sotto il controllo del Parlamento e la magistratura sotto il controllo del ministero della Giustizia”. Secondo Meloni questa riforma metterà fine “alle storture a cui abbiamo assistito negli ultimi anni”, e per ‘storture’ si intende la magistratura che condanna o mette sotto processo i potenti di turno come Marcello Dell'Utri, cofondatore di Forza Italia, o Silvio Berlusconi, condannato per frode fiscale e pagatore della mafia, come scritto nelle sentenze.
Contiamo quanti esponenti della coalizione di centrodestra – e soprattutto di Forza Italia – sono stati condannati o indagati per legami con la mafia. Andiamo a memoria, e ci scusiamo se ne dimentichiamo qualcuno: Dell’Utri, appunto, condannato a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa; Totò Cuffaro: condannato a 7 anni per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra; Antonio D’Alì: ex senatore Forza Italia e sottosegretario all’Interno, condannato a 6 anni per legami con Cosa Nostra; Giancarlo Pittelli: ex senatore calabrese di Forza Italia, condannato a 11 anni (e poi a 14 in altro procedimento) per rapporti con la ‘Ndrangheta; altro politico colpito dal reato di contiguità con la criminalità organizzata è Nicola Cosentino.
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Napoletano di Casal di Principe è stato deputato dal 1996 al 2013 per Forza Italia e PDL e nel quarto governo Berlusconi è stato sottosegretario all’Economia e Finanze. In primo grado venne condannato a 9 anni per concorso esterno, divenuti poi 10 in Appello e infine confermati in Cassazione lo scorso aprile. Le sentenze lo ritengono il referente del clan dei Casalesi.
Non va poi dimenticato il ruolo avuto da Amedeo Matacena, deputato di Forza Italia dal 1994 al 2002 e condannato in via definitiva nel 2014 a tre anni di reclusione per essere stato contiguo alle ‘ndrine reggine. Amedeo Matacena, morto a Dubai nel 2022, era accusato di avere richiesto l’appoggio elettorale della ‘Ndrangheta alla famiglia dei Rosmini.
E tanto per parlare di altre relazioni pericolose non si possono dimenticare quelle che hanno riguardato Gianfranco Miccichè, ex presidente dell’Ars e oggi parlamentare, che, seppur non indagato, è finito nuovamente al centro di uno scandalo per l'acquisto di dosi di droga a Palermo, dopo quegli scandali che erano già emersi negli anni in cui era al Ministero dell’Economia.
È questo dunque il “primato della politica sui magistrati” che vorrebbero ristabilire Nordio e tutta la maggioranza: quella dei condannati per mafia, dei corruttori, degli amici dei mafiosi e della destra eversiva.
Foto © Paolo Bassani
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