La denuncia della relatrice Onu: “È una roba folle, hanno manipolato un video per accusarmi di antisemitismo”
Continua la campagna di delegittimazione nei confronti della relatrice speciale delle Nazioni Unite per i Territori palestinesi, Francesca Albanese, dove l’unico obiettivo sembra essere quello di arrivare a una lenta ma costante erosione della sua reputazione.
L’ultimo tentativo, in ordine di tempo, si è verificato nei giorni scorsi, quando un frammento video preso da un suo intervento a un forum organizzato da “Al Jazeera” il 7 febbraio 2026 e poi montato con “efficacia” ha fatto sembrare che Albanese pronunciasse una frase pesantissima: “noi, come umanità, abbiamo un nemico comune”, inducendo le persone a pensare che la relatrice Onu si riferisse a Israele. Peccato che, come si evince dal video integrale, le cose non stiano affatto in questo modo: Albanese non ha mai indicato Israele come un nemico comune dell’umanità. Eppure, tanto è bastato per scatenare un altro inferno su di lei.
Infatti, quel breve estratto video è stato immediatamente diffuso sui social, innescando una vera e propria tempesta politica, quindi mediatica, che in pochissime ore ha fatto il giro del mondo. Numerosi Paesi, compresa l’Italia con i soliti partiti politici, si sono immediatamente schierati contro Albanese insieme a Francia e Germania, che non hanno perso tempo nel chiedere le dimissioni della relatrice speciale delle Nazioni Unite. 
Ma cosa ha detto veramente Albanese?
Come si vede nel video integrale, la relatrice Onu ha detto: “Questa è una sfida. Il fatto che, invece di fermare Israele, la maggior parte del mondo si sia armata, dandogli scuse politiche, rifugio, sostegno economico e finanziario. Questa è una sfida. Il fatto che la maggior parte dei media nel mondo occidentale abbia amplificato la narrazione pro-apartheid, la narrazione genocida, è una sfida. Allo stesso tempo - ha proseguito - qui si presenta anche un'opportunità. Perché se il diritto internazionale è stato colpito al cuore, è anche vero che mai prima d'ora la comunità globale ha visto le sfide che noi tutti affrontiamo. Noi - ha precisato - che non controlliamo grandi quantità di capitali finanziari, algoritmi e armi, ora vediamo che, come umanità, abbiamo un nemico comune”. E aggiunge: “Il rispetto delle libertà fondamentali è l'ultima via pacifica, l'ultima cassetta degli attrezzi che abbiamo per riconquistare la nostra libertà”.
Dunque, Francesca Albanese non ha mai detto o lasciato intendere in alcun modo che Israele sia un nemico comune, come invece è stato voluto far credere con un video tagliato ad arte. Ad esserlo - come ha invece spiegato la relatrice Onu - è il sistema mediatico vigente, con la sua narrazione “pro-apartheid”, che sostiene in modo promiscuo sia un sistema di segregazione razziale sia di oppressione sistematica. A beneficiarne, ovviamente, anche la grande finanza e il sempre profittevole mercato delle armi. Questo è il “nemico comune” a cui la relatrice Onu ha fatto riferimento, non Israele.
Chi ha diffuso per primo il video contro Albanese?
A diffonderlo è stato il direttore di UN Watch - formalmente una ONG con sede in Svizzera, a Ginevra - il canadese Hillel Neuer. Dopo aver diffuso il video montato ad hoc, il direttore Neuer ha commentato: “Invitiamo tutti gli Stati membri dell’Ue e le altre democrazie a condannare l’uso di incitamento all’odio da parte di questo funzionario dell’Onu”.
Subito dopo, il video ha iniziato a circolare rapidamente negli ambienti pro-Israele, accompagnato - come abbiamo detto - dalle richieste di dimissioni. Così, in poche ore, è approdato anche nel dibattito istituzionale europeo: prima citato dal ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot, poi ripreso dal suo omologo tedesco, fino all’Italia.
Ma in realtà non è la prima volta che UN Watch conduce campagne di questo tipo.
Diverse agenzie internazionali e testate giornalistiche, come il “Times of Israel”, l’hanno infatti definita apertamente un gruppo di pressione pro-Israele presso le Nazioni Unite.
Già in passato - come ha ricordato anche “Il Fatto Quotidiano” - altri, prima di Albanese, sono finiti nel mirino della ONG. Il giurista statunitense Richard Falk, relatore speciale dal 2008 al 2014, ad esempio, è stato accusato ripetutamente di antisemitismo e di vicinanza a Hamas dopo aver denunciato le violazioni dei diritti umani nei territori occupati e l’espansione degli insediamenti. Analoghe “pressioni” non sono mancate nemmeno nei confronti del canadese Michael Lynk, in carica dal 2016 al 2022. In tutti i casi, le richieste di rimozione si sono poi accompagnate a campagne mediatiche volte a delegittimare il mandato stesso del relatore speciale di turno.
Ad ogni modo, per quanto riguarda Francesca Albanese, l’intensità dello scontro è cresciuta in maniera significativa dopo il 7 ottobre 2023. Il motivo è di facile intuizione, soprattutto se si leggono i suoi libri; uno di questi è “Inside. Dentro la violenza di Israele”, edito da Fuoriscena.
“Dal 7 ottobre fino alla fine di febbraio 2024 - scrive Albanese nel suo libro - a Gaza Israele ha ucciso più di 30mila palestinesi, pari a circa l’1,4 per cento della popolazione, attraverso armi letali e l’imposizione deliberata di condizioni pericolose per la sopravvivenza. Alla fine di febbraio 2024, altri 12mila palestinesi risultavano dispersi, presumibilmente morti sotto le macerie”. Soltanto dopo i primi mesi dell’offensiva israeliana, l’esercito “ha impiegato oltre 25mila tonnellate di esplosivo (equivalenti a due bombe nucleari) su innumerevoli edifici, molti dei quali sono stati identificati come obiettivi dall’intelligenza artificiale. Israele - ha aggiunto - ha inoltre utilizzato bombe teleguidate ‘dumb bombs’ e ‘bunker buster’ da 2000 libbre (poco meno di una tonnellata, ndr) su aree densamente popolate e ‘zone sicure’”.
Tornando ad UN Watch e al suo direttore Hillel Neuer, proprio a partire dal 7 ottobre 2023, la ONG fondata in Svizzera nel 1993, nei fatti, è diventata una vetrina permanente di accuse nei confronti di Albanese. Il modus operandi è sempre lo stesso: accuse false di vicinanza con Hamas, complicità con i “regimi del male”, finanziamenti opachi e alimentazione dell’antisemitismo a livello globale. 
Hillel Neuer
Tra Europa e Stati Uniti: la macchina del fango messa in moto contro Albanese
Dopo la richiesta di dimissioni formalizzata dal ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot, anche Roma e Berlino si sono allineate. In Italia, il ministro Antonio Tajani, di cui già in passato è emersa - grazie a un servizio di Report - una certa vicinanza con alcune lobby legate a interessi pro-Israele, come la Transatlantic Friends of Israel, che operano tra Europa e Stati Uniti, si è immediatamente unito al coro, chiedendo le dimissioni della relatrice speciale Onu per la Palestina.
Nel frattempo, un’altra organizzazione, il Combat Antisemitism Movement, con base negli Stati Uniti, ha diffuso una propria richiesta di rimozione della relatrice, con argomentazioni simili a quelle poi utilizzate da Barrot. Va anche detto che il movimento, fondato dall’imprenditore statunitense Adam Beren e attivo in collaborazione con il ministero israeliano della Diaspora, ha rafforzato negli ultimi mesi i legami con ambienti politici francesi, anche attraverso iniziative pubbliche e proposte legislative ispirate alla definizione estesa di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance.
Sempre per quanto riguarda Parigi, la mossa di Barrot non nasce nel vuoto. Il ministro ha accusato Albanese di agire come un’“attivista” e di aver pronunciato “discorsi d’odio”: una presa di posizione, quella di Barrot, che si inserisce in una dinamica politica già avviata. A precederlo era stata infatti una lettera sottoscritta da sessanta deputati macroniani, guidati da Caroline Yadan. È stata proprio Yadan la prima ad attribuire alla relatrice la frase “Israele è il nemico dell’umanità”, parole che - come abbiamo detto - nella versione integrale dell’intervento non compaiono affatto in quei termini. Da lì, il gioco è fatto: la polemica, montata ad hoc, ha compiuto il salto definitivo dai social e dalle dichiarazioni isolate fino al piano istituzionale. 
Jean-Noël Barrot
La risposta di Francesca Albanese
La risposta della relatrice speciale delle Nazioni Unite alle accuse pesantissime e ingiustificate mosse dal ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot è arrivata poco dopo a Milano, durante un collegamento con il cinema Anteo, dopo la proiezione del documentario “Disunited Nations”, diretto dal regista francese Christoph Cotteret, che racconta il “fallimento” dell’ONU e del diritto internazionale nel prevenire e fermare i conflitti contemporanei.
Francesca Albanese, senza giri di parole, ha parlato di un video “manomesso” e di un’accusa costruita su parole che, sostiene, “non ho mai pronunciato”.
Proprio in riferimento a Barrot, Albanese è stata diretta: “Mi aspetto che il ministro si scusi perché ha detto una cosa sbagliata. Se non lo farà è malafede”. E ha aggiunto: “Mi ha accusato di antisemitismo e ha chiesto le mie dimissioni per aver detto una cosa che non ho detto, cioè che Israele è un nemico dell’umanità. È una roba folle - ha precisato -. Siamo in una fase in cui la menzogna è verità e la verità menzogna”.
Foto © Imagoeconomica
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