Di Battista: “I nazisti squagliavano vivi gli ebrei nei forni; i sionisti fanno la stessa cosa ai palestinesi”
“Al Jazeera, la rete che si è occupata (e che, grazie a Dio, si continua ad occupare) più approfonditamente del genocidio in Palestina e per questo è stata messa fuori legge dallo Stato terrorista di Israele, ha pubblicato un’inchiesta della quale dovrebbero parlare tutti i giornali del mondo”. A scriverlo a chiare lettere su “Scomode Verità” è Alessandro Di Battista, che ha rilanciato l’indagine pubblicata pochi giorni fa dall’emittente qatariota, “The Rest of the Story” (Il resto della storia).
Ed è proprio partendo da quell’inchiesta che l’ex parlamentare ha assestato un duro colpo: “I nazisti - scrive Di Battista - squagliavano vivi gli ebrei nei forni dei campi di concentramento. Ebbene, i sionisti hanno fatto la stessa identica cosa in Palestina: hanno letteralmente squagliato le carni e le ossa di quasi 3000 civili palestinesi, bambini inclusi ovviamente”.
Parole che trovano fondamento - secondo quanto riportato dall’inchiesta di Al Jazeera - in un’analisi tecnica e documentale sulle armi impiegate a Gaza. L’articolo firmato da Mohammad Mansour ha ricostruito, infatti, come le munizioni termiche e termobariche, capaci di generare temperature fino a 3.500 gradi Celsius, avrebbero provocato non solo migliaia di morti ma, appunto, la scomparsa fisica di quasi 3mila persone.
La scuola al-Tabin e la scomparsa di Saad, tra le vittime “evaporate”
L’inchiesta di Mansour parte da un giorno preciso: il 10 agosto 2024, e da un posto in particolare, la scuola al-Tabin, a Gaza City, dove Yasmin Mahani cammina senza una direzione precisa, in cerca di suo figlio Saad. 
Alessandro Di Battista © Paolo Bassani
“Sono entrato nella moschea e mi sono ritrovato a calpestare carne e ossa”, ha detto Mahani ad Al Jazeera Arabic, spiegando che la ricerca estenuante di suo figlio è continuata per giorni tra ospedali e obitori; ma nulla, di suo figlio nessuna traccia. Saad era infatti scomparso, nel senso letterale del termine. Di Saad “non c’era traccia”. “Non abbiamo trovato nulla di Saad - ha precisato -. Neanche un corpo da seppellire. Quella è stata la parte più difficile”. E questo perché Saad rientra tra quei 2.842 palestinesi che - come le squadre di Difesa Civile a Gaza hanno documentato - sono letteralmente “evaporati”.
Secondo l’indagine, eseguita tramite esperti e testimoni, tutto sarebbe stato causato da un uso sistematico da parte di Israele di “armi termiche e termobariche proibite a livello internazionale, spesso - ha precisato Al Jazeera - chiamate bombe a vuoto o aerosol, capaci di generare temperature superiori a 3.500 gradi Celsius”.
Ad ogni modo, la cifra di 2.842 non è una stima al ribasso, ma potrebbe essere persino superiore. È il risultato di una contabilità “forense” costruita direttamente sul campo, caso per caso, all’interno di case sventrate e luoghi colpiti. Come ha spiegato Mahmoud Basal, portavoce della Difesa Civile, le squadre di ricerca che sono arrivate a quella classificazione entrano nei luoghi dell’attacco e incrociano il numero noto degli occupanti con i corpi recuperati. Se una famiglia dice che dentro c’erano cinque persone e i soccorritori trovano tre corpi “intatti”, gli altri due vengono considerati “evaporati” solo dopo una ricerca molto approfondita che non produce altro che tracce biologiche: sangue sui muri, piccoli frammenti, persino “scalpi”. È ciò che, attraverso l’inchiesta di Mansour, viene definito “metodo di eliminazione”: prima si verifica tutto ciò che è recuperabile, poi si dà un nome a ciò che non lo è più.
Un’altra conferma è arrivata invece da un esperto militare russo, Vasily Fatigarov; fa rabbrividire: quelle armi termobariche utilizzate da Israele non si limitano a uccidere soltanto, ma distruggono direttamente la materia. Infatti, diversamente dagli esplosivi convenzionali, questa tipologia di armi disperde una nube di carburante che crea un’enorme palla di fuoco. “Per prolungare il tempo di combustione - ha spiegato Fatigarov - alla miscela chimica vengono aggiunte polveri di alluminio, magnesio e titanio. Questo porta la temperatura dell’esplosione tra 2.500 e 3.000 gradi Celsius”. Un calore “intenso” che spesso sarebbe generato da tritonal, una miscela di TNT e polvere di alluminio utilizzata nelle bombe statunitensi come la MK-84. 
Le armi impiegate che provano le responsabilità occidentali
La spiegazione più “biologica” è arrivata invece dal dottor Munir al-Bursh, direttore generale del Ministero della Salute di Gaza. Il corpo umano, ricorda, è composto per circa l’80% d’acqua; l’acqua bolle a 100 gradi. Quando un corpo viene esposto a energie superiori ai 3.000 gradi, insieme a pressione e ossidazione massicce, i fluidi “bollono istantaneamente”, i tessuti “si vaporizzano” e si trasformano in cenere: “È chimicamente inevitabile”, ha affermato il dottor al-Bursh.
Ma è entrando più nel dettaglio che si capiscono chiaramente le complicità delle potenze occidentali, come gli Stati Uniti. A dimostrarlo è, appunto, la presenza della MK-84, bomba non guidata da 900 chili caricata a tritonal, che può sviluppare una temperatura fino a 3.500 °C.
Oppure la BLU-109, “bunker buster” con miccia ritardata, che sarebbe stata impiegata ad al-Mawasi - area dichiarata “zona sicura” - e che, secondo le ricostruzioni, avrebbe provocato la scomparsa di 22 persone, detonando in profondità e generando una palla di fuoco in ambienti chiusi.
Infine, la GBU-39, bomba planante di precisione con esplosivo AFX-757, utilizzata durante l’attacco alla scuola al-Tabin. Un’arma micidiale, progettata per lasciare in piedi la struttura e distruggere ciò che si trova al suo interno attraverso un’onda d’urto e un’onda termica.
A confermarlo, ancora una volta, è stata la Difesa Civile, che ha riferito di aver trovato frammenti compatibili proprio con la GBU-39 nei siti in cui i corpi risultano scomparsi. 
Il nodo giuridico e il caso Italia
Come hanno confermato anche esperti legali e giuristi, tra cui l’avvocato Diana Buttu, docente alla Georgetown University in Qatar, “questo è un genocidio globale, non solo uno israeliano”. Parlando al Forum Al Jazeera a Doha, l’avvocato Buttu ha precisato che le prove che dimostrano queste complicità arrivano direttamente dalla catena di approvvigionamento delle armi. “Assistiamo a un flusso continuo di queste armi dagli Stati Uniti e dall’Europa. Sanno che queste armi non distinguono tra un combattente e un bambino, eppure continuano a inviarle”.
L’altro dato che l’avvocato Buttu ha voluto sottolineare è che, secondo il diritto internazionale, l’uso di armi che non sono in grado di distinguere tra combattenti e non combattenti costituisce di per sé un crimine di guerra.
Anche da quest’ultimo elemento passa un’ulteriore conferma che dimostra in maniera empirica come il sistema internazionale abbia fallito nel fermare il genocidio in atto a Gaza. Infatti, nonostante nel gennaio 2024 la Corte Internazionale di Giustizia abbia imposto a Israele misure provvisorie ordinando di prevenire atti di genocidio, e nel novembre dello stesso anno la Corte Penale Internazionale abbia emesso un mandato di arresto nei confronti del primo ministro Benjamin Netanyahu, le uccisioni non si sono fermate. Anzi, si sono intensificate.
Quasi impossibile, dunque, non pensare al ruolo dell’Italia: a quello che avrebbe potuto fare, ma che ha deciso di ignorare. Mentre nei mesi scorsi la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha affidato alle dichiarazioni pubbliche alcune critiche nei confronti di Israele, annunciando iniziative politiche per il riconoscimento dello Stato di Palestina, sul piano dei fatti l’Italia ha continuato a mantenere un atteggiamento di sostanziale collaborazione con Tel Aviv. 
Benjamin Netanyahu © Imagoeconomica
È all’interno di questa cornice che, tra i tanti eventi che confermano questa direzione, uno in particolare sembra disvelare le reali intenzioni del Bel Paese. Stiamo parlando del 25 settembre 2025, quando l’aereo di Stato israeliano con a bordo il primo ministro Benjamin Netanyahu, diretto a New York per intervenire all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ha sorvolato senza ostacoli lo spazio aereo italiano, nonostante nei suoi confronti penda un mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale.
A segnalare per primo la presenza dell’aereo di Stato di Israele, il velivolo “Wings of Zion” - come ha spiegato “l’Indipendente” in un articolo del 26 settembre - è stato il corrispondente militare dell’emittente israeliana Channel 11, Itay Blumental. Dopo aver attraversato lo spazio aereo greco, l’aereo non ha seguito il consueto corridoio verso la Francia, ma ha deviato in direzione della Calabria, entrando nei cieli italiani. Da lì ha proseguito lungo una traiettoria quasi interamente marittima, superando lo stretto di Gibilterra senza incrociare lo spazio aereo spagnolo. Ciò che incuriosisce è il fatto che questa deviazione è costata circa 600 chilometri in più rispetto al percorso ordinario.
Ovviamente, le ragioni ufficiali di questa scelta non sono mai state chiarite. Secondo alcune ricostruzioni della stampa israeliana, Netanyahu avrebbe voluto evitare il sorvolo della Francia per timore che Parigi potesse trovarsi nella condizione di dover dare seguito al mandato della CPI qualora si fosse reso necessario un atterraggio d’emergenza. Condizioni che sembrano non aver avuto un particolare effetto sull’Italia. Come dimostra - anche se su piani giuridici diversi - il caso del generale libico Almasri, arrestato in Italia nel 2024 su richiesta della CPI e poi rimpatriato, ironia della sorte, proprio con un volo di Stato.
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