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Da Porto S. Elpidio (FM), l’allarme sui rischi della riforma Nordio per l’equilibrio dei poteri e l’indipendenza dei magistrati

Questa non è una riforma della giustizia sulla giustizia, è una riforma della magistratura sulla magistratura e contro i magistrati, contro l’autonomia e l’indipendenza della magistratura”. Con queste parole il sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo è intervenuto – in collegamento – all’incontro pubblico “Referendum Giustizia: perché votiamo NO”, che si è svolto ieri, giovedì 12 febbraio, al Polo Culturale Beniamino Gigli di Porto Sant’Elpidio (FM). In sala, tra gli altri, il sostituto procuratore del Tribunale di Ancona Ruggiero Dicuonzo e Salvatore Borsellino, presidente del Movimento Agende Rosse, nonché fratello del giudice assassinato in via d'amelio il 19 luglio '92. A moderare, Salvatore Pompei per il Comitato provinciale Fermo “Noi per il NO”.

Di Matteo entra subito nel merito del voto del 22 e 23 marzo, definendolo "un voto importante, direi fondamentale", perché non riguarda leggi ordinarie, "ma la legge fondamentale, la nostra Costituzione". E chiarisce la sua posizione di principio: "La vera rivoluzione positiva consisterebbe non nel modificare quella che è la Costituzione più bella, più evoluta, più libera, più garantista del mondo, ma nell’applicarla, perché di fatto troppo spesso e in troppe parti la nostra Costituzione di fatto non è attuata".

Secondo il magistrato, quella sottoposta a referendum non è una riforma pensata per migliorare il funzionamento della giustizia. "Questa è una riforma che non riguarda minimamente la giustizia, il funzionamento, la velocità dei processi, non riguarda i diritti e le garanzie degli indagati e degli imputati, non riguarda le legittime aspettative delle persone offese, non riguarda le condizioni carcerarie dei detenuti". È invece "una riforma della magistratura sulla magistratura e contro i magistrati".

Gli obiettivi, per Di Matteo, sono chiari: "Il primo obiettivo è quello di prevenire la possibilità che anche in futuro la magistratura possa continuare a esercitare il suo doveroso controllo anche nei confronti della politica e del potere in generale". Il secondo è "una voglia di rivalsa nei confronti della magistratura", in particolare verso quella parte "che ha preteso di esercitare il controllo di legalità a 360 gradi", anche sui colletti bianchi, sulle collusioni politico-mafiose e sui sistemi corruttivi.

Il cuore della riforma è la separazione delle carriere tra pubblico ministero e giudice. Di Matteo ne ricorda l’impostazione costituzionale: "La carriera unica, così come è stata concepita dal legislatore costituente, garantisce che anche il pm abbia quella stessa cultura della giurisdizione che caratterizza il giudice". Il pubblico ministero, insiste, "non è un accusatore a tutti i costi", ma "una parte imparziale" con "il solo obbligo di accertare la verità, non di accusare". Separare le carriere significa invece "trasformarlo in una sorta di avvocato della polizia, di accusatore a tutti i costi, di cambiarne la cultura giuridica".

Per rafforzare il ragionamento, cita dati concreti: "Nel 48% dei casi il giudice di primo grado disattende le richieste del Pubblico Ministero". E ricorda due casi emblematici avvenuti nella stessa settimana: un pm che chiede l’assoluzione e il giudice che condanna; un pubblico ministero che chiede la condanna e la Corte che assolve. "Questo è soltanto un momento emblematico di quello che si verifica giorno per giorno, quotidianamente, nelle aule di giustizia".

Altro punto critico è la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura e l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare. Qui, secondo Di Matteo, il rischio è evidente: "Porterà il rischio che dall’eccessivo peso delle correnti della magistratura si passi all’eccessivo peso della politica". Il meccanismo previsto — sorteggio secco per i magistrati e sorteggio su liste individuate dalla maggioranza per i membri laici — crea, a suo giudizio, "uno sbilanciamento naturale di forze", con una componente politica sempre più forte.

La riforma Nordio viene inoltre letta come parte di un disegno più ampio. "Questa è la ciliegina sulla torta di una serie di riforme" che stanno costruendo "una giustizia sempre più schizofrenica: forte con i deboli e assolutamente debole nei confronti della criminalità dei colletti bianchi e dei potenti". Di Matteo elenca l’abrogazione dell’abuso d’ufficio, il ridimensionamento del traffico di influenze, i limiti alle intercettazioni, l’obbligo di interrogatorio preventivo per le misure cautelari: "Ne viene fuori il quadro di un potere che si blinda, che si crea uno scudo di protezione contro le possibili iniziative della magistratura".

I numeri sul carcere sono, per lui, indicativi: su circa 60.000 detenuti, "sono soltanto poche decine, forse non arrivano a 20, coloro i quali stanno scontando una pena definitiva per corruzione o altri reati contro la pubblica amministrazione". La conclusione è amara: "In galera vanno gli spacciatori, i ladri, coloro che si rendono colpevoli di criminalità ordinaria. La grande criminalità legata alla gestione del potere è impunita".

Infine, un appello netto contro quella che definisce "una propaganda che si fonda su una serie di mistificazioni". "Non è vero che con questa riforma si limiteranno gli errori giudiziari", afferma, anzi, la trasformazione del pm in figura più spiccatamente accusatoria "potrà essere un fattore di aumento del rischio".

Il senso del voto, conclude Di Matteo, non sta nei tecnicismi ma nella difesa dell’impianto costituzionale: "Partiamo dalla difesa della nostra Costituzione, dalla difesa della separazione dei poteri, dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura". E ancora: "Non adeguiamoci a quell’andazzo per cui si vogliono concentrare sempre più poteri sull’esecutivo a scapito del potere giudiziario e legislativo".

Per questo, il 22 e 23 marzo, è in gioco l’equilibrio dei poteri e "il rispetto del principio fondamentale dell’eguaglianza di tutti i cittadini innanzi alla legge".

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