Nell’inchiesta “Propaganda” di Report, l’allarme del magistrato alla Dna e di Nicola Gratteri sul rischio di una giustizia piegata al potere politico
“È una riforma che rappresenta una rivalsa contro i magistrati, che vuole creare le condizioni affinché la magistratura in futuro non possa svolgere il controllo di legalità anche nei confronti del potere”. A parlare è il sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo, che ai microfoni di Report sintetizza i rischi che, a suo avviso, la riforma della giustizia porta con sé. Le sue parole aprono l’inchiesta intitolata “Propaganda”, un’indagine che mette al centro il senso politico e istituzionale delle modifiche costituzionali e legislative volute dal governo Meloni in tema di giustizia, o meglio, sulla magistratura.
Nel corso dell’intervista, Di Matteo chiarisce che l’intervento non ha nulla a che vedere con un miglioramento del servizio giustizia, né con la tutela dei diritti degli imputati. Parla anzi di vendetta “perché la magistratura ha dato fastidio come da fastidio l’informazione su questi fatti. Non è una riforma della giustizia, non riguarda la durata dei processi, non riguarda i diritti e le garanzie degli indagati e degli imputati”. Il punto centrale, secondo il magistrato, è l’indebolimento strutturale di un potere dello Stato che ha il compito di controllare anche l’azione politica. 
La separazione delle carriere rappresenta, in questa prospettiva, una cesura potenzialmente irreversibile. “Mi chiedo se in regime di separazione delle carriere sarebbe stato possibile celebrare alcuni processi che in Italia hanno avuto una portata storica, e che hanno riguardato esponenti politici importanti come Giulio Andreotti o Marcello Dell’Utri; ma anche la trattativa Stato-mafia; i processi che hanno riguardato le violenze della polizia al G8 di Genova”, dice Di Matteo.
La riforma costituzionale, per il sostituto procuratore nazionale antimafia, si inserisce in una strategia coerente e progressiva che caratterizza l’azione dell’attuale governo: dall’abrogazione dell’abuso d’ufficio alla sterilizzazione del traffico di influenze, fino alla limitazione delle intercettazioni introdotta con la legge Zanettin. Su quest’ultimo punto, la critica è durissima: “45 giorni è un tempo il più delle volte insufficiente anche a capire chi parla al telefono. Non mi convince questa distinzione che viene sempre prospettata tra reati ordinari e reati di mafia. Sempre più spesso i reati contro la pubblica amministrazione costituiscono dei reati spia rispetto a qualcosa che riguarda invece l’interesse mafioso”.
Marcello Dell'Utri
Secondo Di Matteo, il filo conduttore è il rafforzamento dell’esecutivo e l’indebolimento di ogni forma di controllo. “Si cerca di creare una protezione che renda sempre più forte l’esecutivo rispetto a ogni altro potere e ad ogni altro controllo. Quasi come se anche rispetto a certi fatti che hanno caratterizzato drammaticamente la storia della nostra Repubblica si volesse favorire l’oblio”. Una lettura che investe non solo il presente, ma anche il modo in cui il Paese rielabora le proprie ferite più profonde.
Da qui nasce anche la sua critica ai richiami simbolici a figure come Paolo Borsellino da parte del governo. “Sinceramente non capisco come possa richiamare al modello ideale di Paolo Borsellino. Questa riforma della giustizia non è nella storia della destra, è nelle corde di Silvio Berlusconi, di Forza Italia. E coincide, proprio per la separazione delle carriere, con il piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli”. 
Persino il faccendiere Luigi Bisignani sottolinea questo passato. Oggi giornalista e scrittore – nel ‘93 arrestato per finanziamento illecito ai partiti (condannato a 2 anni e 6 mesi) e finito ai domiciliari di nuovo nel 2011 per una serie di reati tra cui favoreggiamento e rivelazione del segreto d’ufficio (inchiesta P4) e poi nel 2014 per un altro filone della stessa indagine (patteggia prima 1 anno e 7 mesi e, tre anni più tardi, 2 mesi per frode fiscale), Bisignani va dritto al punto: “Tutti dicono che va riformata la giustizia. Gelli ci ha fatto dei punti del suo manifesto. Nordio l’ha sdoganato”.
Nel corso dell’inchiesta Di Matteo sottolinea l’inaccettabilità di una rilettura edulcorata di quella stagione: “Mi sorprende come un ministro della Repubblica nel dire che ‘Gelli è inciampato nella verità’ possa omettere di ricordare che sentenze definitive sulla strage di Bologna del 1980 alla stazione riconoscano che Licio Gelli e la P2 abbiano avuto un ruolo anche di finanziatori della strage. Non stiamo parlando di Licio Gelli e delle sue opinioni ma di un soggetto che quelle sue idee aveva consacrato un piano eversivo dell’ordine costituzionale”.
Nel quadro delineato a Report, la riforma costituzionale rappresenta l’atto finale di un percorso già avviato. “Un disegno unico che pare dalla Cartabia con la legge sulla improcedibilità in Appello e in Cassazione – continua Di Matteo -. Prosegue con l’abrogazione dell’abuso d’ufficio, la sterilizzazione del reato di traffico di influenze. Fino ad arrivare a quello che è il suggello, il passaggio definitivo: la riforma costituzionale della giustizia, che è una riforma contro la magistratura con l’obiettivo di creare uno scudo di protezione per i potenti. Trasformare la giustizia nel nostro Paese in una giustizia a due velocità: forte con i deboli e con le armi spuntate nei confronti dei poteri forti”.
A sostegno delle sue preoccupazioni, Di Matteo richiama l’esperienza di altri Paesi europei spesso citati come modello. “In tutti i Paesi in cui vige la separazione delle carriere, come Germania, Austria, Olanda, Spagna, Francia, gli uffici del pubblico ministero sono sottoposti ad un controllo dell’esecutivo. Sono obbligati a rispettare le direttive del ministro della Giustizia”. Il rischio è evidente: “Un pm sotto il controllo del governo significa che può succedere che la politica detti i criteri di priorità nell’esercizio dell’azione penale. Ad esempio, indaghiamo prima su questo reato, poi se rimane tempo e risorse su un altro. E poi significa che il ministro della Giustizia può punire o trasferire il magistrato che svolge un’indagine sgradita al potere”. 
Alle parole di Di Matteo si affiancano quelle del procuratore capo di Napoli Nicola Gratteri, che individua nella riforma una finalità dichiarata di indebolimento della magistratura. “Il manifesto del No ce lo ha dato lo stesso ministro Nordio quando ha detto al Corriere della Sera: ‘Ma come, la Schlein che è una persona intelligente non capisce che quando loro saranno al potere questa riforma servirà anche a loro?’ Questa è la mamma di tutte le risposte per il quale si fa questa riforma. L’obiettivo è quello di indebolire la magistratura per renderla più docile”.
Gratteri lancia infine un allarme sugli effetti pratici della gerarchizzazione delle priorità investigative: “Quest’anno la priorità sono le truffe online? Questo significa che prima si faranno quelle, poi se rimane tempo si penserà a corruzione, concussione e peculato. Ma dato che tutte le riforme tendono a non toccare questa tipologia di reati che riguarda i cosiddetti colletti bianchi, a questo punto – dice con sarcasmo – facciamo una cosa: aboliamo corruzione, concussione e peculato, così facciamo prima e almeno lasciamo il resto del codice di procedura penale per contrastare efficacemente gli altri reati”.
Dall’inchiesta di Report emerge così un problema convergente da più punti di vista: la riforma non risponde ai problemi reali della giustizia, quelli più vicini alla popolazione, ma rischia di alterare gli equilibri costituzionali, riducendo l’autonomia della magistratura e rafforzando il potere politico proprio là dove il controllo dovrebbe essere terzo, imparziale e rigoroso.
Guarda la puntata: raiplay.it
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