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La presentazione del libro del presidente del tribunale di Palermo “Mani Legate” ai Cantieri culturali della Zisa

La riforma sulla separazione delle carriere fa parte di “un’operazione di potere” con radici lontane, finalizzata a “smantellare la Costituzione”. Lo hanno detto rispettivamente l’ex procuratore generale di Palermo e oggi senatore Roberto Scarpinato e il presidente del tribunale del capoluogo siciliano Piergiorgio Morosini durante la presentazione del libro scritto assieme alla giornalista Antonella Mascali “Mani Legate. La separazione delle carriere per addomesticare la giustizia” (edito da PaperFirst) ai cantieri culturali della Ziza; moderatore Claudio Riolo del Laboratorio per la difesa e l’attuazione della Costituzione.
È un referendum che tocca la vita di ogni cittadino”, ha detto Morosini criticando il percorso parlamentare, svolto in un’atmosfera ostile, offensiva e denigratoria: “Il testo è oscuro e i sostenitori non ce l’hanno spiegato. È entrata in Parlamento il 29 maggio 2024 ed è uscita a colpi di maggioranza il 20 ottobre 2025 senza cambiare nemmeno una virgola. Non c’è stata la ricerca di un compromesso alto”. 





Il procedimento è stato accelerato verso “un referendum da fissare il prima possibile”, con la conseguenza di impedire il “voto a 5 milioni di fuori sede”. Secondo il presidente del tribunale, tale condotta rivela molto sulla “sensibilità democratica di certe scelte”. La riforma presenta tratti fortemente ‘nostalgici’: suddivide il Csm in tre sezioni distinte, attribuisce il potere disciplinare a un’Alta Corte di giudici speciali, consente alla maggioranza parlamentare di nominare in blocco tutti i membri laici dei due nuovi consigli, mentre i togati verranno estratti a sorte. Morosini ha avvertito che questo schema riporterà la figura del pm – colui che dirige le indagini – sotto l’influenza politica attraverso il controllo sui consigli e sull’azione disciplinare. Ha portato esempi storici in cui la politica poteva trasferire d’ufficio i magistrati inquirenti per fermare le indagini scomode, come accadeva nel ventennio fascista o nell’Italia monarchica, citando il caso dell’omicidio di Giacomo Matteotti.
Roberto Scarpinato ha aggiunto un ulteriore elemento: ha ricordato che i fautori della riforma “capiscono che un pm che dirige le indagini” ostacola il governo nel controllare le inchieste. In una dichiarazione esplicita il ministro degli Esteri Antonio Tajani, resa a gennaio, disse che “bisognerà togliere la direzione delle indagini al pm, quest’ultimo dovrà diventare ‘l’avvocato della polizia’”. 

 

Ecco la prova e l’intenzione vera della maggioranza di governo. Il senatore ha poi ricostruito il contesto storico di lungo periodo. “In questo paese per più di un secolo” politica e magistratura hanno convissuto in una sorta di tregua: “i processi ai potenti erano rarissimi e tutti si concludevano con le assoluzioni”. In quell’epoca “c’era una profonda sfiducia popolare per la giustizia”, motivata dal fatto che la giustizia risultava “forte con i deboli e debole con i forti”. Tale squilibrio era garantito da un ordinamento che attribuiva alla politica “forti” poteri di pressione sulla magistratura, fino a consentire trasferimenti improvvisi: “potevano anche trasferirti da un giorno all’altro”.
La rottura di questo equilibrio si è avuta con la Costituzione del 1948, che ha sancito l’indipendenza e l’autonomia della magistratura e ha creato il Csm come organo di autogoverno indipendente, dotato del “potere di esercitare l’azione disciplinare”. Dopo la garanzia formale è seguita quella sostanziale: nuove generazioni di magistrati, non più formate nel periodo fascista o monarchico, hanno preso il posto dei precedenti.



Le masse popolari iniziano a vedere la magistratura con occhi diversi” e la politica ha reagito con fastidio crescente. Una prima reazione si ebbe con Giorgio Almirante, leader del Movimento sociale italiano che presentò un disegno di legge per il sorteggio dei togati al Csm, proposta che “questa attuale maggioranza di governo ha ripescato e l’ha riintrodotta”, ha ricordato Scarpinato sottolineando che la riforma riprende elementi del progetto di rinascita democratica della P2, che auspicava la separazione delle carriere, lo smembramento del Csm e test psicoattitudinali per i magistrati, misura quest’ultima “introdotta nel 2022 da questa maggioranza”. 
Non c’è altro da dire: l’attuale forza politica di maggioranza è l’erede di quelle forze politiche come eredi di chi, in passato, ha fatto ricorso a violenza e stragismo” quando si profilava la concreta attuazione della Costituzione e che hanno sempre considerato “un corpo estraneo”. 



Attacco alla democrazia: in atto un disegno di potere internazionale

Salvatore Nicosia, presidente dell’Istituto Gramsci Siciliano, ha affermato che “noi siamo convinti che c’è un problema della magistratura e questa riforma porta dei guasti cui non si potrebbe più rimediare” e che si favorisce “questo regime antidemocratico che viene favorito dal contesto internazionale”. Bloccare la legge significherebbe “intralciare” tale processo, in una partita che riguarda la “vita e la morte della nostra democrazia”. Anche Alessandro La Grassa, presidente del CRESM, ha portato il proprio saluto all’evento.
I relatori hanno applicato poi il discorso portandolo anche sul piano internazionale. 



Silvia Albano, presidente di Magistratura Democratica e giudice dei diritti delle persone del tribunale di Roma, ha rilevato che rispetto a trent’anni fa si registra “una campagna di delegittimazione della magistratura e oggi c’è un salto di qualità importante, così come nel mondo”. Non si tratta più di uno scontro locale tra magistratura e politica, né delle leggi ad personam del berlusconismo, ma di “un progetto complessivo che sta andando avanti nel mondo a partire dagli Stati Uniti che è già realizzato in molti paesi europei, come l’Ungheria o la Polonia”. Il progetto mira allo “svuotamento dall’interno dei sistemi democratici” attraverso l’indebolimento dell’indipendenza giudiziaria. Le dinamiche politiche attuali “tendono a concentrare nel momento elettorale, dopodiché chi ha la maggioranza può fare quello che vuole”.  

 

Il progetto va avanti anche con le leggi per punire la criminalità dei potenti, come l’abuso d’ufficio, e l’introduzione dei pacchetti sicurezza, con cui “si stravolge il rapporto tra cittadino e Stato” e “stravolge il concetto di ordine pubblico e della possibilità di tutti di esercitare i propri diritti”. L’ordine pubblico viene trasformato in strumento contro chi dissente. Il cuore della riforma non è solo la separazione delle carriere, ma “la divisione in tre del Csm” e “con il sorteggio”, mentre la parte politica “viene sorteggiata tratta da una lista stilata da una maggioranza semplice”. Il sorteggio aggraverà i problemi delle correnti, in un clima di “attacchi violentissimi”, come quelli rivolti al gip di Torino che ha scarcerato “alcuni degli arrestati” per fatti recenti. 


mani legate noz pbassani


Alberto Vannucci, professore di Scienza politica all’Università di Pisa e studioso di corruzione da molti anni, ha collegato la riforma a una lunga catena di eventi storici. Ha parlato di “tentativo di una resa dei conti contro la magistratura. È stata intitolata alla memoria di Silvio Berlusconi, evocando la vicenda di Mani Pulite che ha rappresentato in una sua fase successiva il momento di più intensa contrapposizione e scontro tra la classe politica e la magistratura”. A oltre trent’anni da Mani Pulite, evento di svolta per l’Italia, manca ancora “una memoria storica condivisa”: la narrazione resta “schizofrenica”, divisa tra chi vede magistrati come “eroi che hanno permesso di contrastare la corruzione” e chi parla di “una sorta di golpe giudiziario che ha permesso ai giudici politicizzati di distruggere il sistema partitico”, risolto poi dall’ingresso di Forza Italia. Vannucci ha concluso sottolineando che il vero garantismo presuppone “l’indipendenza di un potere” di controllo poiché “il primato della politica non esiste”.



Foto © Paolo Bassani 

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