Non potevo perdere l’occasione; non potevo non dire la mia perché, dopo la lettura del suo ultimo libro (rectius: “opera”), sentivo il bisogno di esternare alcune mie favorevoli impressioni non solo sui contenuti, ma anche (se mi posso permettere) sulla preziosa evoluzione culturale verificatasi nel tempo, intesa come processo di crescita, di conoscenza, di credenze dell’autore. Perché Saverio Lodato non è una figura neutra, cioè insensibile e disinteressato; è piuttosto un intellettuale che prende posizione.
Credo di conoscere bene Saverio perché, non solo ho letto quasi tutti i suoi libri, ma anche perché - ove sia stato possibile - l’ho seguito in tutte le occasioni – anche da remoto - convegni, apparizioni televisive e quant’altro) nelle quali ha offerto ai partecipanti il racconto delle storie di 'Cosa nostra' con grande chiarezza, certezza e determinazione.
E dunque, quando ho appreso la notizia della sesta ristampa del libro, ho capito che quell’occasione era meritevole di particolare attenzione.
Fatte queste doverose considerazioni, torniamo appena indietro per capire quale posizione assume Lodato nel consesso della società civile, anche perché il suo approccio nel mondo sociale è sempre stato molto prudente e riservato e lontano dai racconti della mafia salottiera.
Saverio Lodato, dopo la sua formazione giornalistica in Sicilia, in particolare al giornale “L’Ora”, diviene un vero giornalista investigativo che rifugge dai racconti folkloristici e senza ricorrere al richiamo di quegli stereotipi che usano - o abusano - molti narratori, analizza i fatti entrando nelle logiche del sistema di potere. E lo ha fatto non senza la consapevolezza che questo approccio non era certamente esente da una grave esposizione personale. Possiamo dunque affermare che Lodato non sia stato solamente un cronista di giudiziaria bensì un testimone autorevole e credibile della storia di 'Cosa nostra'. La migliore prova di ciò risiede nella grande fiducia e stima che aveva di lui Giovanni Falcone e nella sua capacità di non usare quella fiducia per puntare allo scoop giornalistico, come purtroppo è abitudine di molti cronisti di giudiziaria. 
Questo aspetto costituisce la sua riservatezza e serietà professionale, basata su integrità, etica, coerenza e rispetto per gli impegni assunti. Lodato, per un verso ha potuto avvalersi delle confidenze di Giovanni Falcone per raccontare le storie di mafia, al tempo stesso quelle confidenze costituivano il patto di fiducia intrattenuto da Falcone e Lodato, con una responsabilità immensa.
Con tutto il rispetto e la stima verso molti altri scrittori saggisti, non credo che esistano nelle librerie altri testi che raccontano con lucidità e puntualità la storia di mafia relativa ad un lunghissimo periodo; quei cinquant’anni ricchi di avvenimenti, purtroppo molto tristi. Non ricordo la mia fonte ma ricordo bene di aver letto da qualche parte che “la mafia non è solo criminalità, ma storia d’Italia”. E Saverio questo ha fatto: ha raccontato un pezzo molto ingombrante della storia d’Italia nel suo libro che possiamo definire un vero trattato sul sistema mafia.
Per scrivere quest’opera Lodato ha impiegato tutta la sua vita professionale cercando con ostinazione quei meccanismi sistemici adottati da 'Cosa nostra', le logiche dell’aberrante cultura mafiosa così difficile da sradicare che mina giornalmente la vita della comunità.
“L’uomo della strada”. È così che inizia il libro. L’uomo della strada è colui che si fa domande prive di risposta. Dice l’autore: “E’ facile dire ciò che è accaduto, assai più complicato spiegarne le ragioni […] Perché in Italia la mafia esiste ancora? Ci sono altri paesi nel mondo costretti ormai quasi da due secoli a convivere con la mafia o con fenomeni criminali che in qualche modo le somigliano? Qual è stata la remora che ha impedito alle migliori intenzioni e ai buoni propositi di avere ragione di un’organizzazione degli affari e del delitto che , invece, è riuscita a mantenere gelosamente le sue radici? E in quale museo dobbiamo collocare la proverbiale previsione di Falcone sulla mafia, che come tutte le cose della vita avendo avuto un inizio avrebbe avuto una sua fine”.
L’uomo della strada è una figura centrale nel racconto di Lodato perché è colui che si fa le domande e da cinquant’anni aspetta delle risposte.
Dicevo prima che il libro è ricco di fatti, più o meno tristi che Saverio ha raccontato mantenendone le dovute distanze, per non cedere allo sconfinamento verso un approccio emotivo che non avrebbe giovato alla nitidezza della narrazione.
In cinquant’anni di mafia Saverio ha trattato tutto; non credo che abbia lasciato fuori dalla storia, un solo avvenimento: la guerra delle due mafie, il pentito Buscetta, Ciancimino, l’antistato, l’antimafia, la cattura di Totò Riina e di tutti gli altri latitanti fino ad arrivare a Matteo Messina Denaro, il processo sulla trattativa Stato-Mafia, la stagione delle stragi. Parla di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino rompendo quello stereotipo che li simboleggia come “eroi astratti” o, ancora peggio, come simboli utili per le commemorazioni ufficiali alle quali presenziano tutti i sepolcri imbiancati delle istituzioni. 
E invece i due magistrati sono semplicemente strumenti dello Stato, della politica, della magistratura, dei media, lasciati tristemente soli in balia del proprio destino.
Nei miei vari incontri, conversazioni più o meno formali intrattenuti con colleghi o amici, ho potuto constatare che c’è una gran parte dell’intellighenzia palermitana che apprezza il libro di Lodato e non solo per i contenuti storici ma anche per quella sua capacità di mettere a disposizione del lettore un linguaggio semplice ma completo.
Se posso permettermi, senza con questo ergermi a recensore, i contenuti di questo libro mostrano un Saverio Lodato molto più maturo, più libero da apparenze, più freddo nella narrazione. È ovvio che lo scrittore ha vissuto un importante periodo di evoluzione della propria maturità, frutto certamente di studi e letture approfondite, che hanno fatto di lui uno tra i più importanti intellettuali della fine del Novecento.
Ho tanto apprezzato la figura dell’uomo della strada perché costituisce, secondo me, il filo conduttore dell’intera narrazione.
Ma Lodato conclude questa storia italiana dicendo che “i grandi processi di Palermo ormai si avviavano a conclusione. Provenzano era stato arrestato. I mesi seguenti sarebbero stati decisivi per capire in che direzione sarebbe andata la lotta alla mafia. Tre fatti però apparirono indiscutibili.
Questi:
1) Chiunque avrebbe governato in Italia e in Sicilia avrebbe dovuto fare i conti con Cosa Nostra;
2) Ciampi aveva detto sull’argomento in una riga ciò che da centinaia di convegni sull’argomento non era mai emerso;
3) La lotta alla mafia era ancora ferma alle porte di Bagdad. Il ventunesimo secolo sarebbe stato finalmente un secolo senza mafia? Se non volevamo ritrovarci una mafia riveduta e corretta, andava reciso l’intreccio fra Cosa Nostra, la politica e le istituzioni, Di quell’intreccio, Bernardo Provenzano, per decenni, era stato la massima espressione. Solo a queste condizioni sarebbe stata "decapitata la mafia", espressione incautamente adoperata dal ministro Giuseppe Pisanu il giorno della cattura del super padrino. Era un buon momento per accelerare la definitiva scomparsa di Cosa Nostra, come chiedeva Ciampi. Ma il tempo l’avrebbe dimostrato, la retorica è sempre pessima consigliera.
Cinquant’anni di mafia rimane comunque non solo un testo da leggere ma anche un testo da consultare.
Foto © Paolo Bassani
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