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Le parole del pentito Alberto Lo Cicero e il convegno alla camera

Nel febbraio del 1993, il generale Mario Mori si era già fatto un’idea precisa di Mariano Tullio Troia, gran boss di Cosa Nostra con esplicite simpatie per la destra, tanto da essere soprannominato “’u Mussolini”.
È proprio quel Troia che usava incontrare il leader neofascista Stefano Delle Chiaie, secondo le testimonianze del pentito Alberto Lo Cicero e della sua compagna Maria Romeo, diabolicamente occultate da manovre depistanti che Report e Paolo Mondani hanno raccontato in diverse occasioni.
Ebbene, nel febbraio 1993 l’ex comandante del Ros Mori, in occasione di un convegno a Montecitorio tenuto nell’auletta dei gruppi parlamentari, al quale presero parte i procuratori nazionali antimafia, ebbe un breve colloquio con uno dei relatori, allora componente della Commissione antimafia, Massimo Brutti, futuro presidente del Comitato per la Sicurezza della Repubblica: la circostanza emerge da una udienza del processo Trattativa, quella tenuta nel Tribunale di Palermo il 14 gennaio 2016.
Brutti sta rispondendo alle domande del procuratore Teresi a proposito di Vito Ciancimino e dell’allora ipotesi di una sua audizione in Commissione Antimafia: ne parlò con Mori? gli chiede Teresi, e il senatore risponde: “Non ebbi mai modo di parlare con il generale Mario Mori di Ciancimino, ma ricordo una nostra conversazione nel febbraio del 1993 – come detto, nell’auletta dei Gruppi – era appena stato catturato Riina, gli chiesi come stavano le cose e lui mi disse che stava emergendo all’interno della commissione di Cosa Nostra la figura avveduta del boss Mariano Troia, nome che allora a me nulla diceva”.
Il procuratore Teresi preferì tornare su altri argomenti e le domande per Brutti finirono lì a proposito di quella specifica circostanza, sulla quale si possono fare tante inutili congetture, ma che invece consente di sostenere con una certa sicurezza che ambienti del Ros avevano delineato la figura di Troia, qualcuno deve aver parlato con lui o con suoi emissari, giudicandolo un possibile punto di equilibrio, come lascia intendere il concetto di avvedutezza.
Nella villa del boss Troia era di casa anche l’ex politico Guido Lo Porto, fiero missino che salutò con il braccio teso la dipartita del camerata Pino Rauti, amico di Paolo Borsellino dai tempi della militanza nel Fuan, l’organizzazione giovanile del Movimento sociale, rimanendo suo buon amico, anche se Borsellino venne a sapere proprio da Lo Cicero che l’onorevole Lo Porto frequentava la casa del mafioso Troia, e da tempo: “Ero io cinque anni fa che andavo a prenderlo all’aeroporto e lo portavo a casa di Troia”, dice Alberto Lo Cicero. Il brigadiere Giustini, che raccolse la testimonianza coraggiosa di Lo Cicero e Maria Romeo, ha detto che allora “a nessuno venne in mente di fare il collegamento con gli ambienti di destra eversiva di Delle Chiaie”.
Lo Porto era stato anche arrestato nel 1968 insieme a un altro terrorista di grande calibro criminale, Pierluigi Concutelli. A nessuno venne in mente, tranne, forse, che a Paolo Borsellino.
Ebbene, il nome di Troia è centrale in questa vicenda alla base della cosiddetta, e sempre più solida, ‘pista nera’ delle stragi mafiose al punto da apparire come il terminale di una ennesima sciagurata trattativa.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

Foto © Imagoeconomica 

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