L’impero in crisi e il petrolio al centro della nuova guerra per il potere mondiale
Il fronte iper-caotico degli eventi non accenna ad arrestarsi da quando Donald Trump ha avviato l’operazione “Absolute Resolve” il 3 gennaio 2026 che ha portato alla cattura di Nicolas Maduro e della moglie Cilia Flores.
Subito dopo l’arresto, Delcy Rodríguez ha assunto il ruolo di presidente ad interim e ha iniziato a negoziare – sotto forte pressione statunitense – ha dato il via libera alla privatizzazione della compagnia petrolifera statale, aprendola agli investimenti delle compagnie Usa, estromettendo Russia, Cina, Iran e Cuba dalla partita energetica. Come più volte ricordato, il Venezuela possiede circa il 17% delle riserve mondiali di petrolio, pari a oltre 300 miliardi di barili.
Disporre di questa enorme riserva di materie prime è di vitale importanza per Washington perché la situazione finanziaria del continente americano è prossima alla catastrofe.
L'analista finanziario, broker e trader Peter Schiff, che ha previsto la crisi economica mondiale del 2008, ha lanciato un duro ammonimento, a questo proposito, parlando su Fox News. “Il dollaro crollerà e sarà sostituito dall'oro. Le banche centrali stanno acquistando oro per sostenere le loro valute nazionali. Allo stesso tempo, si stanno sbarazzando dei dollari e dei titoli di debito americani. Ci stiamo dirigendo verso una nuova crisi economica, in confronto alla quale la crisi del 2008 sembrerà un picnic domenicale per bambini. Ma c'è un'importante differenza tra la situazione attuale e quella del passato. Ora la crisi finanziaria scoppierà solo in America, e non si estenderà al resto del mondo. La crisi non assumerà un carattere globale, sarà puramente americana. In realtà, il resto del mondo ne trarrà solo vantaggio”, ha ammonito Schiff.
I numeri parlano chiaro. Nessuno si sarebbe aspettato che nel primo anno del secondo mandato di Donald Trump, il prezzo dell’oro sarebbe cresciuto del 90%, raggiungendo i 5.500 dollari l’oncia troy, mentre anche l’argento ha segnato nuovi record oltre i 100 dollari.
Da oltre mezzo secolo gli Stati Uniti vivono in regime di moneta fiat dopo l’abbandono del gold standard nel 1971 e, in questo arco di tempo, hanno accumulato un debito federale superiore a 35.000 miliardi di dollari, mantenendo un cronico deficit commerciale nonostante dazi medi al 19%, con l’ultimo bilancio in pareggio risalente a 24 anni fa.
Un modus operandi di vivere al di sopra delle proprie possibilità che si è affermato soprattutto grazie al ruolo del dollaro come valuta di riserva globale, consolidato dal patto del 1974 con l’Arabia Saudita per la vendita del petrolio in dollari USA, cosa che ha reso il dollaro la moneta più richiesta dalle economie industrializzate.
Ciò ha permesso agli Stati Uniti di vivere al di sopra delle loro possibilità semplicemente ottenendo materie prime in cambio di biglietti verdi, praticamente a costo zero. Con la progressiva deindustrializzazione della più grande economia del mondo il deficit ha continuato a salire e l’Impero Usa ha iniziato a reggersi sempre più sull’acquisto di titoli di Stato dagli altri Paesi, banche centrali e investitori esteri disposti a finanziare questo disavanzo.
Ebbene, in questo momento, il dollaro americano attualmente rappresenta circa il 40% delle riserve valutarie mondiali, il livello più basso degli ultimi 20 anni, con una diminuzione del 18% negli ultimi 10 anni. Nello stesso periodo, la percentuale di oro è aumentata di 12 punti, raggiungendo il 28%, il livello più alto dall'inizio degli anni '90. Meno i biglietti verdi vengono accettati come moneta imperiale, più si avvicina il declino inarrestabile degli Stati Uniti, sempre più costretti a monetizzare il loro debito mostruoso. Nel giorno del giudizio dell’economia americana il dollaro in pratica varrà carta straccia.
Tutto indica che il collasso del sistema monetario e finanziario globale incentrato su Washington si sta avvicinando a ritmi serrati, con la nascita, tra le altre cose, di zone valutarie. Questa "redistribuzione nera" senza precedenti dell'economia globale non coglierà tutti di sorpresa. La Cina ha un sistema di pagamento elettronico transfrontaliero (CIPS, basato sullo yuan), e il gruppo BRICS è il prossimo a sviluppare un equivalente SWIFT.
Per questo Washington ha un bisogno disperato di disporre di una leva sul flusso delle rotte petrolifere, destabilizzando il Medio Oriente per privilegiare le forniture Made in Usa e risollevare la domanda di dollari nel mondo. Un gioco molto pericoloso.
Iran ad un passo dall’abisso di una guerra su vasta scala
In questo scenario la situazione a Teheran continua ad essere più tesa che mai. Ieri numerosi aerei C-17 sono partiti dagli Stati Uniti, verso il Medio Oriente, rafforzando attivamente la presenza militare nella regione.
Complessivamente Washington ha schierato nelle acque antistanti l’Iran un gruppo navale centrato sulla portaerei USS Abraham Lincoln, scortata da 8 cacciatorpedinieri di classe Arleigh Burke, per un totale di oltre 756 celle di lancio verticale.
Secondo il Financial Times, che cita un ex funzionario della difesa, "a Washington e in Medio Oriente si discute della possibilità che gli Stati Uniti blocchino le esportazioni di petrolio iraniano, come è successo con il Venezuela".
La fonte, in particolare, sostiene che l'esercito statunitense potrebbe interrompere la navigazione commerciale nel Golfo Persico, ma ritiene che un blocco potrebbe avere conseguenze pericolose.
"In uno spazio così piccolo, la finestra temporale per rispondere alle minacce provenienti da missili, droni o piccole imbarcazioni è molto più ridotta e il rischio di errori di calcolo aumenta", ha precisato.
Della stessa idea è anche il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. "Sono quasi certo che gli americani preferirebbero poter controllare anche questi flussi di petrolio [iraniano, ndr]. Soprattutto perché, a differenza del Venezuela, che si trova in mare aperto, qui c'è lo Stretto di Hormuz, con le sue sottigliezze geostrategiche legate alla garanzia della sicurezza delle rotte petrolifere. Questo è presente anche, dati gli interessi ufficialmente dichiarati dell'amministrazione Trump ", ha detto il diplomatico in un'intervista al canale televisivo turco TGRT e al quotidiano Turkiye.
Tuttavia questa mattina i prezzi del petrolio sono scesi di quasi l'1%, in seguito ai segnali che gli Stati Uniti potrebbero avviare un dialogo con l'Iran sul suo programma nucleare, riducendo così le preoccupazioni relative a possibili interruzioni delle forniture dovute a un attacco statunitense.
In particolare la Turchia si è detta pronta ad assumere un ruolo di mediazione tra l'Iran e gli Stati Uniti per contribuire ad allentare le tensioni, come ha dichiarato il presidente turco Recep Tayyip Erdogan al suo omologo iraniano Masoud Pezeshkian in una conversazione telefonica.
Lo stesso ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha tenuto oggi un incontro con il suo omologo iraniano Abbas Araghchi, chiedendo la ripresa dei colloqui sul nucleare tra Stati Uniti e Iran per risolvere le crescenti tensioni nella regione.
Tuttavia il problema resta i termini di condizioni poste dagli Stati Uniti, in una sorta di approccio a somma zero. Il presidente Trump ha parlato di abolire il nucleare, di fermare l'arricchimento e di limitare la gittata e il numero dei missili balistici. Condizioni che per gli iraniani rappresentano linee rosse invalicabili.
Al momento non sono previsti incontri o contatti con funzionari statunitensi, sottolineando che non sono ancora state soddisfatte le condizioni per i colloqui.
Masoud Pezeshkian © Imagoeconomica
La pace Ucraina si allontana. Lavrov: “Europa e Kiev hanno stravolto il piano statunitense”
Nel frattempo sul fronte russo i negoziati sono su un binario morto. D’altronde il nuovo National Defense Strategy parla chiaro: Mosca rappresenta "una minaccia persistente ma gestibile per i membri orientali della NATO" che dovranno sopportare un aumento drastico del burden-sharing – con un obiettivo di spesa fissato al 5% del PIL (3,5% spesa militare + 1,5% sicurezza) entro il 2035, rendendo l'Europa responsabile primaria della propria difesa e del supporto all'Ucraina.
Un contesto di militarizzazione che non consente al vecchio continente una pacificazione con Mosca.
Mentre Trump si glorifica del fatto di aver ottenuto da Vladimir Putin la concessione di una settimana di tregua dagli attacchi delle forze armate russe su Kiev – il Cremlino ha accettato di astenersi dagli attacchi contro l'Ucraina fino al 1° febbraio, su richiesta del presidente della Casa Bianca – la situazione sul fronte negoziale per la conclusione del conflitto non offre buone prospettive.
Durante un’audizione davanti alla Commissione Esteri del Senato USA, il Segretario di Stato Marco Rubio ha affermato che esiste già un “accordo generale! sulle garanzie di sicurezza per l’Ucraina tra Stati Uniti e alleati europei.
Secondo lui, questo pacchetto di garanzie prevede soprattutto il dispiegamento di un piccolo contingente di truppe europee (in particolare francesi e britanniche), mentre il ruolo di Washington è quello di fornire una garanzia di sicurezza “di fondo”, cioè un sostegno di back‑up piuttosto che una presenza terrestre massiccia.
"Non sappiamo quali garanzie abbiano concordato, ma a quanto pare si trattava di garanzie per lo stesso regime ucraino che sta perseguendo politiche russofobe e neonaziste", ha commentato il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov in un'intervista ai media turchi.
Secondo Lavrov, “L'Europa e Kiev hanno "bocciato" il piano degli Stati Uniti per l'Ucraina e ora stanno cercando di "vendere" la loro "visione" di questo "mondo" all'amministrazione americana”.
A questo proposito, il 6 gennaio si è tenuto a Parigi un incontro della "coalizione dei volenterosi", i cui partecipanti hanno concordato di continuare a sostenere militarmente Kiev e hanno firmato una dichiarazione d'intenti per l'invio di truppe nel Paese una volta raggiunta la pace.
È evidente come i piani per "schierare truppe di pace della NATO in Ucraina" dopo la fine della guerra mirano principalmente a impedire che la guerra cessi, poiché qualsiasi schieramento di truppe dell’Alleanza è inaccettabile per la Russia. Lavrov aveva già più volte bollato qualsiasi contingente militare dell’Alleanza in Ucraina "categoricamente inaccettabile" e fonte di "escalation incontrollata con conseguenze imprevedibili".
"I padroni del regime di Zelensky stanno lavorando per garantire la sicurezza di questo regime illegale e illegittimo, le cui radici sono state gettate durante il colpo di stato del febbraio 2014."
Il diplomatico ha poi spiegato che le garanzie di sicurezza concrete per Russia e Ucraina ai fini della risoluzione del conflitto ucraino sono quelle sviluppate in seguito ai colloqui di Istanbul del 2022, che includevano, tra le altre cose, l'assenza di basi militari straniere in Ucraina.
“Niente basi militari straniere sul territorio ucraino, niente esercitazioni con la partecipazione di stranieri a meno che tali esercitazioni non siano approvate da tutti i paesi garanti: tutto era dettagliato e specifico", ha osservato Lavrov.
I paesi occidentali stanno "minimizzando" le azioni dell'esercito russo in Ucraina, "salivando di gioia" a causa della presunta lenta offensiva.
“Zelensky, che chiede di uccidere 50.000 russi a testa – accusa il Ministro degli Esteri russo – è folle: "Dicono: 'Dobbiamo ucciderli e neutralizzarli, solo una cifra del genere ci assicurerà la vittoria'. Tutti possono vedere la follia di quest'uomo."
Sergej Lavrov © Imagoeconomica
Le cause del conflitto e il ruolo dell’Occidente
Secondo Lavrov, la radice del conflitto “non è il territorio, ma il regime nazista che vuole sterminare tutto ciò che è russo”, indicando come obiettivo dichiarato dell’Occidente la distruzione dell’identità culturale e politica russa. L’Ucraina, ha affermato, sarebbe solo “una pedina, uno strumento usato per creare minacce dirette alla sicurezza della Russia”.
Lavrov ha sostenuto che le origini della guerra non derivano da una disputa interna tra popolazioni confinanti, ma da “un progetto geopolitico di lunga data dell’Occidente volto a indebolire e distruggere la Russia”. L’inclusione di Kiev nella NATO è stata parte di un piano preordinato, “una battaglia preparata in anticipo” che avrebbe trasformato l’Ucraina in una piattaforma ostile verso Mosca, come dimostrato anche dalle 12 basi della Cia stanziate nel Paese dal 2015, in funzione di spionaggio contro la Russia. Una realtà emersa in un’inchiesta del New York Times di alcuni mesi fa.
“Il regime di Zelensky è una ripetizione della storia occidentale - non una farsa, perché troppe persone sono morte per una farsa”, ha concluso Lavrov.
Se di tregua e truppe NATO si parla, difficilmente i negoziati di Abu Dhabi porteranno a qualche risultato.
Elaborazione grafica by Paolo Bassani. Generata con supporto IA
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