La presentazione del libro “Mani Legate” scritto del presidente del tribunale di Palermo e dalla giornalista Antonella Mascali
"Ci stiamo giocando una fetta importante della nostra Costituzione del 1948". Con queste parole Piergiorgio Morosini, presidente del Tribunale di Palermo, ha aperto la presentazione del suo libro “Mani legate. La separazione delle carriere per addomesticare la giustizia” (PaperFirst), scritto insieme alla giornalista Antonella Mascali. L’evento, organizzato da Catia Castiglione alla libreria Feltrinelli di Palermo, si è trasformato in un forum serrato sul referendum confermativo che, nel marzo 2026, chiederà ai cittadini di approvare o respingere la legge costituzionale approvata dal Parlamento il 30 ottobre 2025, senza modifiche sostanziali rispetto al testo originario.
Il volume, come ha sottolineato lo stesso Morosini, nasce da un’esigenza di chiarezza: spiegare una riforma complessa, approvata "in tempo di record" e priva di vero dibattito parlamentare, capace di incidere sul cuore dell’ordinamento giudiziario italiano. L’obiettivo dichiarato dagli autori è contribuire alla conoscenza, rivolgendosi soprattutto ai più giovani, affinché comprendano cosa sia davvero in gioco: non una mera riorganizzazione tecnica, ma il futuro dell’indipendenza della magistratura e dell’equilibrio tra poteri.
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Aaron Pettinari, caporedattore di ANTIMAFIADuemila, ha definito il libro "assolutamente attuale che genera interesse", collocandolo in un contesto di "emergenza democratica". Pettinari ha espresso allarme per quanto accaduto al professore Alessandro Barbero – il cui video critico sulla riforma è stato oscurato da Meta – e per la censura percepita nei confronti dei magistrati schierati per il No. "Il fronte del Sì sta semplificando e sta cercando di sfruttare gli scandali che sono accaduti negli ultimi anni", ha aggiunto, alludendo a casi come quello di Luca Palamara per screditare l’intera magistratura.
Morosini ha ripercorso le radici storiche della scelta costituente del 1948: l’Assemblea optò per un unico ordine giudiziario e un unico Consiglio superiore della magistratura (CSM) non solo per realizzare la separazione dei poteri, ma anche per ragioni politiche, in un Paese segnato da tensioni post-belliche. Quella soluzione rappresentò "la più garantista nei confronti di chi avrebbe perso le elezioni", evitando che la magistratura potesse essere usata come strumento di potere contro la fazione perdente. Il timore oggi, secondo l’autore, è che la riforma ribalti proprio questo equilibrio.
Un passaggio cruciale riguarda il ruolo del pubblico ministero. Morosini ha citato le parole del ministro degli Esteri Antonio Tajani per descrivere la "ricaduta" della riforma: se passa, la polizia giudiziaria non sarebbe più sotto il pm, ma le indagini finirebbero nelle mani della polizia, con il pm ridotto a raccogliere elementi forniti da un apparato con a capo l’esecutivo. "Quindi le indagini sarebbero nelle mani dell’esecutivo", ha ammonito, ricordando che le grandi inchieste su mafia, finanza e stragi sono decollate dagli anni ’90 proprio quando il pm ne ha assunto il pieno coordinamento.
Altro nodo è il CSM. La riforma prevede due Consigli separati (uno per giudici, uno per pm) e introduce meccanismi come il sorteggio per i componenti laici e togati. Morosini ha avvertito: "Con quelle leve si possono condizionare i magistrati" perché attraverso il Csm si guidano le nomine, i trasferimenti e si veicola l’azione disciplinare.
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Il sorteggio non è la panacea agli errori giudiziari
Sul punto è intervenuto Vincenzo Lo Re, avvocato del foro di Palermo, smontando l’argomento del sorteggio come panacea contro gli errori giudiziari: i sostenitori del ‘Si’ "non ti sanno dire come il sorteggio CSM impedirebbe gli errori giudiziari", ha detto portando l’esempio del processo a Matteo Salvini a Palermo. La procura chiese la condanna, il giudice assolse, e la corte era presieduta da un ex pm, come ha ricordato Morosini. "Quindi io non riesco a capire dove sia questo appiattimento: per fare una sentenza e far entrare la simpatia del pm e dell’avvocato ci vuole una fantasia enorme perché le sentenze si devono fare con le prove e con i fatti".
Durante il dibattito si è ricordato più volte l’esempio dell’avvocato Franco Coppi, difensore storico di Andreotti e Berlusconi: "Io non ho mai avuto l’impressione che i giudici adottassero le loro decisioni poco d’accordo con i pm" disse lo storico legale nei suoi interventi.
Ma tutti questi argomenti non sono entrati nel dibattito odierno.
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Marta Capaccioni, dottoressa in giurisprudenza e aspirante magistrato, ha insistito sulla difficoltà di comunicare una riforma così intricata. Il libro di Morosini le appare "efficace da far leggere ai giovani" ma soprattutto ha ribaltato la narrazione: "Noi abbiamo il dovere come società civile e come giovani di spiegare ai nostri concittadini che l’indipendenza della magistratura non è una prerogativa di casta ma è una tutela per tutti". "Occorre far comprendere questo a tutti i giovani", ha aggiunto, indicando il rischio di una "giustizia classista" sul modello statunitense, con patteggiamenti per chi non può permettersi processi lunghi e avvocati costosi. E ha ricordato che l’Italia è "l’unico paese al mondo o uno dei pochissimi" ad aver processato in via definitiva presidenti del Consiglio, ministri e sindaci grazie a una magistratura indipendente, capace di indagare connivenze tra politica, mafia e servizi segreti” soprattutto con riguardo “alle stragi mafiose e fasciste”.
Alfredo Morvillo, coordinatore del comitato per il No al referendum di Palermo, ex magistrato e genero di Giovanni Falcone, ha smontato la vulgata di un plebiscito anti-magistrati alimentato da "notizie fasulle": molti credono che col Sì "cambierebbe tutto davanti al giudice", ma non è così. Ha ricordato il pensiero di Falcone: non auspicava la separazione delle carriere, ma quella delle funzioni, perché "una cosa era scrivere una sentenza e un’altra condurre indagini". "L’importante – diceva Falcone – è che non parliamo mai di rinunciare all’autonomia del pubblico ministero". "A lui, credetemi, della separazione delle carriere non gliene fregava nulla. Per lui l’unico problema è che si facessero bene le indagini. Lui aspirava che per accedere alla funzione di pm ci fossero dei corsi". Questo, ha concluso Morvillo, "era il vero pensiero del dottore Falcone".
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L’incontro palermitano si chiude con un monito collettivo: il referendum non è una resa dei conti con la magistratura, ma un’occasione per interrogarsi sul futuro della democrazia italiana. In un Paese che ha conosciuto Mani pulite, stragi mafiose e scandali di corruzione, preservare l’autonomia investigativa e giudicante significa difendere non una casta, ma i pesi e contrappesi costituzionali.
Foto © Paolo Bassani
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