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libro olivia le altre copertinaDifficilmente si ha una visione chiara di ciò che si cela dietro le aule di giustizia, dietro la toga, protocolli e riti processuali.
Da una parte c’è il codice, asciutto e schematico, dall’altra ci sono uomini, donne, vittime, carnefici.
E il peso di certe storie non si dimentica, anzi, spesso urla di essere ricordato: perché il ricordare è il primo atto di giustizia, strappare qualcosa alle correnti del tempo e dell’oblio per poter dare dignità al dolore. Sono 160 pagine, venti storie in tutto: tanto bastano per far arrivare al lettore un colpo fortissimo allo stomaco. “Olivia e le altre. La normalità del male nel diario di una magistrata” (ed. Zolfo).

Tra i ricordi di Diana Russo emergono racconti di chi ha subito abusi e violenze; ci sono storie di omicidi, di maltrattanti in famiglia; dal suo ufficio, come da lei stessa scritto, sono passate “storie di ordinaria miseria, quelle che nessuno vuole ascoltare, quelle che nessuno vuole capire”. È vero: per quanto la criminalità comune, la mafia, il terrorismo o il narcotraffico possano essere terribili, rientrano comunque in quella categoria di fenomeni che si possono spiegare. Al contrario, ci sono cose che l’uomo è capace di fare ma che tuttavia lasciano uno strano vuoto: per quanto ci si possa sforzare, la mente davanti a certi orrori si arrende. Il freddo bisturi della logica si spezza e mantenere alti i valori dell’imparzialità e dell’indipendenza diventa una sfida continua e, soprattutto, lunga. Diana Russo è magistrata dal 2009, svolge attualmente funzioni amministrative presso il Ministero della Giustizia. In precedenza è stata sostituto procuratore a Velletri, Napoli Nord e Palermo, occupandosi in particolare di reati gravi contro la persona e le ‘fasce deboli’: maltrattamenti in famiglia, pedofilia, violenza sessuale, stalking, prostituzione, immigrazione.

Tutte le storie narrate hanno nomi e luoghi artefatti per evitare l’identificazione delle vittime – spesso minorenni – ma sono tutte vere. Ai lettori l’onore di scoprire chi è Olivia e di sentire sulla pelle il gelo della tristezza o il calore della rabbia. C’è chi potrebbe pensare che si tratti di un’opera che invoca vendetta o che manchi di equilibrio. Ma Diana Russo è una magistrata e lo dimostra in ogni riga: “Tante volte ho ritenuto di chiedere l’archiviazione di un procedimento quando, pur essendo intimamente sicura della responsabilità della persona sottoposta a indagini, mi ero resa conto che gli elementi di cui disponevo erano troppo flebili e non avrei potuto utilmente sostenere l’accusa in giudizio. E poi in dibattimento tutto può cambiare. Quello che nella fase delle indagini può sembrarti solidissimo può invece sciogliersi come neve al sole nel contraddittorio tra le parti, anche solo perché la tua vittima è troppo fragile e spaventata per reggere la tensione delle indagini prima e del processo poi. Non tutti, nonostante le violenze e le umiliazioni subite, sono disposti a riscattarsi e a lottare perché la loro sofferenza ottenga giustizia. Quasi mai, tuttavia, anche quando l’esito del dibattimento ha disatteso le mie originarie previsioni, sono stata in disaccordo con la decisione del giudice. Anzi, mi è capitato di chiedere io stessa l’assoluzione dell’imputato che avevo fatto rinviare a giudizio, pur rimanendo convinta della sua colpevolezza. Del resto, sono queste le regole dello Stato di diritto”.

Certo, la giustizia quasi mai è in grado di riparare del tutto i torti subiti.
Gli esiti non sono certi, nonostante il rigore delle indagini e la completa applicazione delle procedure.
È probabile che in alcuni casi i lettori si potranno riconoscere: magari in una frase, in un contesto, nella pelle di un bimbo troppo solo o di una giovane donna che ha trovato il coraggio di denunciare; forse nei carnefici; altri, invece, si riconosceranno in Diana Russo e comprenderanno il valore di quest’opera.

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