L'articolo del criminologo forense pubblicato su Dark Side
A trent’anni dalle stragi sussistono ancora misteri, segreti, domande irrisolte.
Da una parte c’è chi cerca mandanti eccellenti, “coperture istituzionali, le convergenze tra criminalità organizzata, politica ed eversione”; mentre dall’altro opposto c’è chi invece spinge per relegare tutto dentro un perimetro fatto solo di mafia e di appalti.
C’è un dato in particolare che rompe violentemente il dogma della mafia come unica responsabile delle stragi: “la pista femminile” che punta dritta ai “rapporti tra mafia e apparati, alle catene di comando, alle complicità dentro lo Stato”.
È questa, in estrema sintesi, l’analisi del criminologo forense Federico Carbone e del consulente tecnico Manuele Avilloni, pubblicata in un articolo su Dark Side. Nel testo si prende in esame il documento riservato della Direzione distrettuale antimafia di Firenze apparso per pochissimo tempo sul web, e quindi scaricabile da chiunque. Le pagine sono state rimosse ma chi lo ha letto, compresa ANTIMAFIADuemila, ha potuto costatare diverse cose, tra cui appunto il tema sull’indagine ‘mafia-appalti’. Secondo Carbone “trasformare il dossier mafia–appalti nella ‘spiegazione totale’ delle stragi finisce per abbassare il livello dello scontro e, soprattutto, per spostare lo sguardo”; si trasforma così in una “comoda scorciatoia narrativa. Se il movente è 'economico', se tutto si riduce a una guerra per le commesse, allora gli attori da mettere a fuoco restano, in fondo, sempre gli stessi: i vertici di Cosa Nostra, qualche imprenditore colluso, una manciata di politici locali o nazionali”.
Ma se si adotta questa tesi si sposta l’attenzione dal “ruolo dei servizi di sicurezza e dei loro segmenti deviati”, dei “canali di interlocuzione con strutture sovranazionali”; dalla “funzione delle stragi come strumento di ridisegno degli equilibri politici nella transizione tra Prima e Seconda Repubblica” e della “presenza di altre matrici (nere, eversive, “di Stato”) in compartecipazione o copertura”. In effetti “se il cuore delle stragi fosse stato davvero l’affare degli appalti, perché gli apparati avrebbero investito tanta energia in depistaggi, false piste, costruzioni accusatorie fragili come quella Scarantino? Perché spingere per anni su figure di comodo, se si trattava “solo” di seguire i soldi e i flussi delle commesse pubbliche?” Come si legge nell’articolo “Concentrarsi esclusivamente su quel dossier consente di raccontare una storia rassicurante: una mafia che uccide per difendere i propri interessi economici, uno Stato in parte distratto, in parte corrotto, ma sostanzialmente esterno alla decisione stragista”.
Non solo mafia: la presenza femminili sulla scena delle stragi
Eppure nel documento si fa riferimento agli “innesti femminili”: la “pista forse più destabilizzante viene liquidata in poche parole: il riferimento a Rosa Belotti come possibile ‘biondina’ di via Palestro, con prospettiva di archiviazione. È qui che il documento mostra tutta la distanza tra il linguaggio burocratico delle procure e la portata dirompente di ciò che affiora dalle carte”. “L’idea - si legge - che nei comandi stragisti del 1993 fossero inserite delle donne scardina uno dei dogmi della narrativa giudiziaria tradizionale: l’immagine di Cosa Nostra come macchina maschile, verticalizzata, che delega alle donne solo ruoli di retrovia. Le cronache e alcune informative di apparati di sicurezza raccontano invece altro: presenze femminili in più di un teatro di strage, figure che guidano auto cariche di esplosivo, accompagnano sopralluoghi, coprono ritirate”. Ma non c’è solo la donna di Milano, ma in “diverse carte investigative si parla di almeno due figure femminili differenti, ruoli che si intrecciano con ambienti dell’eversione nera, della manovalanza milanese, e persino con segmenti degli apparati di sicurezza. L’ipotesi che alcune di queste donne potessero fungere da cerniera tra mondi diversi – mafie, strutture statali, reti eversive – è rimasta ai margini, quasi fosse un corpo estraneo da tollerare ma non da assumere come chiave interpretativa”. Leggendo le carte, conclude Carbone, si ha l’impressione che “la ‘pista femminile’ non sia stata solo sottovalutata ma anche temuta. Perché se è vero che in Cosa Nostra nulla accade per caso, allora l’ingresso di donne in un’operazione di quel livello non può essere ridotto a dettaglio folkloristico. È un segnale di ibridazione, di professionalizzazione, di collegamenti che escono dai confini della mafia tradizionale. Esattamente il terreno che da trent’anni si fa di tutto per non nominare apertamente”.
Fonte: darksideitalia.it
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