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Zagrebelsky: “Il governo teme l’esito”. Montano le polemiche sul testimonial del Sì

 La questione del referendum sulla riforma della giustizia e sulla separazione delle carriere in magistratura tra pm e giudice è palesemente entrata in un clima decisamente più teso rispetto alle settimane precedenti. Questo anche perché la decisione presa dal governo di anticipare la data del voto, fissandola al 22 e 23 marzo, ha prodotto un effetto inatteso e sicuramente indesiderato per il governo. In pratica, invece di indebolire il fronte contrario alla riforma, ne ha rafforzato la mobilitazione e ha contribuito a ridurre il divario nei sondaggi tra Sì e No.

Non è un caso se, secondo gli ultimi rilevamenti, il Sì sarebbe ancora in vantaggio, ma con un margine decisamente più ridotto rispetto a un mese fa. Secondo l’ultima rilevazione Ipsos-Doxa, se si votasse oggi il 54% degli elettori sceglierebbe il Sì e il 46% il No. A dicembre la distanza era ben più ampia. In poche settimane, dunque, chi si oppone alla riforma ha recuperato consensi.

La raccolta firme promossa da quindici giuristi contrari alla riforma ha infatti superato le 445 mila adesioni, avvicinandosi rapidamente alla soglia necessaria per presentare ufficialmente il referendum di iniziativa popolare, fissata a 500 mila firme. Insomma, manca davvero poco.


Il ricorso al Tar

Per comprendere il punto centrale della questione bisogna partire da come funziona, di norma, un referendum costituzionale. Dopo la pubblicazione della legge in Gazzetta Ufficiale, la Costituzione concede tre mesi di tempo per chiedere il referendum. In questo arco temporale possono attivarsi i parlamentari, i Consigli regionali o i cittadini, attraverso la raccolta di almeno 500 mila firme. Si tratta di strumenti diversi che convivono tra loro, senza che uno escluda l’altro. Solo una volta scaduti i termini e dopo che la Cassazione ha stabilito quale sarà il quesito definitivo, viene fissata la data del voto. È sempre andata così nei precedenti referendum costituzionali.

Questa volta, però, il governo ha scelto una strada diversa. Ha preso atto della richiesta di referendum presentata dai parlamentari, già ammessa dalla Cassazione, e ha fissato immediatamente la data del voto, senza attendere la fine del periodo previsto per la raccolta firme dei cittadini. Formalmente l’atto è possibile. Tuttavia, per i promotori del referendum popolare, si tratta di una forzatura nemmeno troppo velata, che svuota di fatto il diritto dei cittadini a partecipare pienamente al procedimento referendario.

Per questo motivo quindici giuristi hanno presentato un ricorso urgente al Tar del Lazio contro la delibera del Consiglio dei ministri, chiedendone l’annullamento o quantomeno la sospensione, perché adottata troppo presto e in contrasto con una prassi costituzionale ormai consolidata.

Il nodo della questione, però, non riguarda solo la tempistica, ma anche il contenuto del referendum. I promotori hanno sottolineato che il quesito presentato dai parlamentari è troppo generico e non chiarisce ai cittadini quali e quanti articoli della Costituzione verrebbero modificati. Il quesito popolare, al contrario, indicherebbe in modo chiaro ed esplicito tutte le parti coinvolte dalla riforma, rendendo il voto più consapevole. Secondo i legali, la legge sui referendum impone proprio questo livello di chiarezza. Ed è anche per questo che sostengono che la data del voto non avrebbe dovuto essere fissata prima che la Cassazione avesse esaminato tutte le richieste, comprese quelle dei cittadini.


Le reazioni

Secondo Gustavo Zagrebelsky, l’anticipo del referendum non è affatto casuale. Per l’ex presidente della Corte costituzionale, intervistato dal Fatto Quotidiano, il governo teme che, con più tempo a disposizione, le ragioni del No possano convincere una parte crescente dell’opinione pubblica. “Nessuno di noi ha la sfera di cristallo e non sappiamo quale sarà l’esito del referendum - sottolinea Zagrebelsky - ma se i fautori del Sì, cioè il governo, utilizzano strumenti piuttosto artificiosi come l’anticipazione del voto rispetto alla prassi e alla Costituzione, vuol dire che temono che l’esito possa non essere quello che auspicano”.

Intanto la campagna referendaria si sta allargando. Magistrati, giuristi, scrittori e personalità del mondo della cultura stanno prendendo posizione, soprattutto sui social e nelle università. Tra loro anche la scrittrice Viola Ardone, che - come ha riportato “la Repubblica” - invita a votare No sostenendo che la riforma non risolve i problemi della giustizia e rischia di indebolire l’indipendenza della magistratura.

A pesare sul clima del confronto è anche la scelta del Comitato per il Sì di affidare il ruolo di testimonial a Michele Nardi, ex magistrato radiato dall’ordine giudiziario e condannato in primo grado a 16 anni e 9 mesi per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione. Una decisione che, inevitabilmente, ha sollevato parecchie critiche.

Sicuramente è una scelta che genera qualche perplessità”, ha osservato ai microfoni del Fatto Quotidiano il sostituto procuratore a Brindisi e presidente dell’Associazione nazionale magistrati di Lecce, Giuseppe De Nozza, che sulla questione dei sondaggi e sulla tenuta del fronte del No invita comunque alla cautela: “Non siamo preoccupati. Siamo convinti che la partita non sia ancora persa”. Mentre sulle ragioni del No, De Nozza conclude: “Siamo fiduciosi che nel tempo a disposizione riusciremo a svolgere fino in fondo la nostra campagna di sensibilizzazione e a convincere la maggioranza degli italiani che le nostre ragioni sono condivisibili”. 

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