Il sociologo: “L’invasione della Groenlandia senza spargimento di sangue non sarebbe necessariamente negativa per l’Italia”
Un’azione aggressiva degli Stati Uniti contro la Groenlandia, territorio danese, per il noto sociologo Alessandro Orsini non è solo un’ipotesi avanzata dal presidente americano Donald Trump, né tantomeno una provocazione, ma un vero e proprio scenario strategico.
“Trump sta trattando con la Danimarca l’acquisto della Groenlandia, ma annuncia di essere pronto a usare la forza. La Danimarca – scrive Orsini sul Fatto Quotidiano – replica che l’attacco porterebbe alla fine della Nato. L’Italia trarrebbe beneficio dall’invasione di Trump? Probabilmente sì”.
Ora, il nodo centrale sollevato da Orsini è una domanda politica: se l’Italia investe massicciamente in armamenti, perché continua ad avere bisogno delle basi americane? La risposta proposta dal sociologo è netta: quelle basi non servono a difendere l’Italia, che non ha nemici diretti, ma a consentire agli Stati Uniti di proiettare la propria potenza nel Mediterraneo e oltre. È infatti all’interno di questa cornice che le armi acquistate dall’Italia diventano strumenti funzionali alle guerre americane, e non alla difesa nazionale.
“Le armi che Crosetto sta acquistando da Trump sono le armi che Crosetto userà nelle guerre degli Stati Uniti per difendere gli interessi della Casa Bianca. I soldati italiani sono morti in Iraq e in Afghanistan per stabilizzare una regione destabilizzata dalla Casa Bianca. I nuovi carri armati dell’Italia - ha proseguito Orsini - non servono all’Italia, che non ha guerre proprie da combattere. E non potrebbe averle, giacché la sua politica estera e di sicurezza è controllata dalla Casa Bianca. Ieri Biden usava le armi dell’Italia per sconfiggere la Russia in Ucraina. Domani Trump potrebbe trovarle utili contro la Cina. Decidendo i nemici dell’Italia, gli Stati Uniti decidono dove Crosetto deve usare le armi italiane”.
Uno dei principali fattori che dimostrano la triste condizione di subordinazione dell’Italia sono le basi americane presenti sul suolo nazionale. In pratica, non solo un segno tangibile di uno Stato satellite, ma anche uno strumento di controllo e condizionamento profondo, che spinge i ministri italiani ad allinearsi preventivamente agli interessi della Casa Bianca.
Da qui la domanda che sorge spontanea e che Orsini pone apertamente: “Perché chiudere le basi americane?”. La risposta è altrettanto netta: “Il primo motivo è che sono la principale fonte di corruzione del vertice della Repubblica e del sistema politico sottostante. La prima caratteristica di uno Stato satellite, da cui derivano le altre, è la presenza militare di una potenza straniera sul territorio nazionale. Le basi americane svolgono la funzione sociologica di ricordare ai ministri italiani che possono essere uccisi o rapiti in qualsiasi momento. La Cia non ha il problema di infiltrarsi a Roma: ci abita e conosce ogni centimetro quadrato dei suoi ‘palazzi’. Le basi americane servono a ricordare che il dibattito sulla politica internazionale in Italia deve sempre conformarsi agli interessi della Casa Bianca. È la Casa Bianca a stabilire che cosa i ministri italiani possono dire nelle crisi internazionali severe. Non potendo discutere liberamente - ha aggiunto - i ministri italiani non possono ragionare sul modo in cui difendere al meglio gli interessi dell’Italia. Il filo-americanismo è l’ascensore sociale della Repubblica italiana. Soltanto i politici graditi alla Casa Bianca possono aspirare a un ruolo apicale nella Repubblica”.
Oltretutto, in una fase di crescente tensione globale, con Trump nuovamente protagonista e sempre più orientato ad attenzionare nuovi territori da conquistare, uscire formalmente dall’Alleanza Atlantica potrebbe essere estremamente rischioso per il vertice dello Stato italiano. “Trump sta attrezzando gli Stati Uniti per la terza guerra mondiale. Trump vuole impossessarsi del Venezuela e della Groenlandia per prepararsi a una guerra contro la Cina. L’Italia è troppo debole. La guerra in Ucraina ha dimostrato la totale inconsistenza militare, politica, economica e diplomatica dell’Italia”. E ancora: “La proposta di uscire dalla Nato sarebbe pericolosissima in questa fase storica, in cui Trump serra i ranghi per prepararsi alla guerra contro la Cina. La proposta di uscire dalla Nato potrebbe comportare molti lutti, tra cui l’eliminazione fisica del nostro presidente del Consiglio”.
Tornando alla questione della Groenlandia, un eventuale attacco statunitense potrebbe paradossalmente creare le condizioni per un indebolimento interno della Nato, aprendo uno spazio politico anche per l’Italia. Ma affinché questo possa accadere, sarebbe necessario che una forza politica portasse apertamente in campagna elettorale la proposta di chiudere le basi come esito logico del riarmo. “Questo partito - ha sottolineato Orsini - non dovrebbe opporsi al riarmo; dovrebbe sfruttarlo per chiedere la fuoriuscita dei soldati americani dall’Italia, incluse le testate nucleari, con la legittimazione delle urne. Cavour non ha causato il processo di unificazione dell’Italia: ha sfruttato le occasioni offerte dallo scontro tra le grandi potenze. Cavour - ha concluso - poteva ragionare, Meloni meno: i ‘palazzi romani’ sono presidiati. L’invasione della Groenlandia senza spargimento di sangue non sarebbe un fatto necessariamente negativo per l’Italia”.
Fonte: Il Fatto Quotidiano
Foto © Imagoeconomica
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