Da Gaza all’Italia, la legge del più forte non può vincere contro il diritto: il magistrato si schiera per il NO al referendum
Sta entrando nel vivo la battaglia referendaria per la riforma della separazione delle carriere. Una data del voto ancora non c’è, ma la maggioranza ha già avviato una campagna mediatica spietata per assicurarsi il “Sì” al referendum, ingaggiando eserciti di avvocati ed ex magistrati che hanno perso lustro, ma soprattutto cavalcando scandali mediatici del momento che stanno mettendo in cattiva luce la magistratura. Su tutti: il delitto di Garlasco e la famiglia del bosco. A questa campagna ostinata, chiaramente strumentale a screditare la magistratura in vista del referendum, Nino Di Matteo, come altri magistrati, rifiuta di stare in silenzio.
“Non posso stare zitto in un momento in cui sento che l'autonomia e l'indipendenza della magistratura, quei valori costituzionali per i quali sono morti ventotto magistrati nella storia della Repubblica italiana, sono a rischio”.
Al Centro Congressi Fondazione Capriolo di Milano si è tenuto ieri sera il convegno “Io voto NO”, organizzato dall’associazione “Schierarsi”. Ospite speciale, il sostituto procuratore nazionale antimafia che, in una lunga intervista con Alessandro Di Battista, ha smontato, pezzo dopo pezzo, tutto il castello di bugie montato dal governo sulla riforma, spiegando ai cittadini i pericoli della stessa.
“La propaganda che è stata portata avanti dagli autori della riforma è fondata su presupposti falsi. Vi stanno prendendo letteralmente in giro. È una presa in giro già la denominazione che di questa riforma si dà: riforma della giustizia”, esordisce il magistrato. “Questa non è una riforma che riguarda il funzionamento della giustizia. Non affronta nessuno dei problemi atavici ed endemici della giustizia italiana. Non sposta di un centimetro in meglio il problema principale dei giudizi penali, la lentezza. Non riguarda le garanzie di indagati e imputati. Non riguarda le aspettative sacrosante alla verità processuale delle persone offese dai reati, non riguarda la condizione detentiva dei soggetti condannati, appunto detenuti”.
Si tratta invece di “una riforma della magistratura contro i magistrati, mossa da un intento di rivalsa nei confronti di quella magistratura che nel tempo ha avuto, in alcune occasioni, il coraggio di esercitare il controllo di legalità veramente a 360 gradi, nei confronti di chiunque, anche dei potenti”.
Di Matteo parla di “riforma di vendetta” e “di prevenzione”, utile a “evitare che certe inchieste possano ripetersi”. In pratica, un colpo di grazia alle toghe scomode. “È la ciliegina sulla torta di un piano di riforme in gran parte già approvate che negli ultimi anni, a partire dalla riforma Cartabia fino ad arrivare a questa riforma del governo Meloni, la cosiddetta riforma Nordio, vanno chiaramente in una direzione precisa: la definitiva consacrazione di una giustizia a due velocità. Una giustizia - spiega - forte e talvolta spietata con i deboli e assolutamente inadeguata nei confronti dei potenti”.
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I falsi presupposti
Nino Di Matteo afferma che “la separazione delle carriere si basa su presupposti completamente falsi”. Il primo “è che ci sarebbe un continuo passaggio di funzioni da giudice a pm. Ma il numero dei magistrati che passano da una funzione a un'altra è veramente esiguo. Nel 2024 mi pare che siano stati 41”, ricorda il sostituto procuratore nazionale antimafia.
“La riforma Cartabia prevede la possibilità che una sola volta nel corso della carriera di un magistrato si possa passare dalla funzione di giudice a quella di pm o viceversa, e lo si deve fare nei primi dieci anni della carriera”. Ancora. “Altra clamorosa bugia: vi dicono che è necessario separare le carriere di giudici e pm perché oggi, con l’unicità delle carriere, i giudici sarebbero appiattiti sulle richieste dei pubblici ministeri. Questo è un dato facilmente smentibile”, sottolinea. “Il 48% delle richieste del pm in esito a un giudizio di primo grado è disatteso dai giudici. Ci sono giudici che assolvono quando il pm ha chiesto la condanna. Ci sono giudici che condannano quando il pm ha chiesto l'assoluzione”. Si tratta, afferma, di una balla clamorosa, “smentita da quello che accade giornalmente nelle aule dei nostri tribunali”.
Altra prospettazione falsa. “Dicono: ‘Ma noi lo facciamo per assicurare la parità delle parti’, ma questa - ricorda - è già assicurata dalle regole del codice di procedura penale che attribuiscono al pubblico ministero e al difensore le stesse facoltà processuali quando si arriva a giudizio”. E allora, in realtà, che cosa si vuole ottenere separando le carriere? “Si vuole ottenere un controllo dell'attività del pubblico ministero da parte dell'esecutivo, da parte del ministro della Giustizia”.
Come accade in Francia, Spagna, Portogallo, Germania, Austria, Olanda. “In tutti i Paesi in cui vige la separazione delle carriere - segnala Di Matteo - o subito o dopo qualche anno sono state previste forme di controllo”. Ma questo, sottolinea, “non è un pericolo per noi magistrati; a me, pubblico ministero, da un punto di vista utilitaristico personale, non cambierebbe nulla. Il problema è per i cittadini, per i più deboli, per coloro i quali saranno minoranza”. Ecco perché “la battaglia per il No non riguarda la conservazione di un privilegio di casta della magistratura, ma è una battaglia per la conservazione della libertà, della democrazia, dell'equilibrio dei poteri ed è una battaglia a favore dei cittadini, soprattutto dei più deboli”.
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Le origini: il “Piano di rinascita democratica” di Gelli
Nel rispondere alle domande di Di Battista, Di Matteo ha poi spiegato al grande pubblico presente le origini storiche di questa riforma. “La separazione delle carriere è stata la battaglia che ha contraddistinto la discesa in campo di Silvio Berlusconi nella prima campagna elettorale del 1994”. Un partito, ricorda il magistrato, “fondato anche da mafiosi come Marcello Dell'Utri e tuttora al governo, e il cui fondatore principale per almeno vent'anni ha costantemente finanziato la mafia, mentre la mafia uccideva giudici, poliziotti, carabinieri, presidenti di Regione, prefetti della Repubblica, sacerdoti, imprenditori, giornalisti”. Cosa nostra, rammenta, “era finanziata con centinaia di milioni di lire all'anno da quell’esponente allora imprenditoriale, poi politico, che oggi rappresenta il punto di riferimento di un partito, forse di tutti i partiti che sono al governo”.
Ma ancora prima, “la battaglia per la separazione delle carriere costituì uno dei punti di riferimento e uno dei punti cardine del Piano di rinascita democratica di Licio Gelli”. Di Matteo ha quindi letto ai presenti alcuni passaggi del testo integrale della P2, sequestrato a Maria Grazia Gelli nel luglio 1982. Un piano che presenta obiettivi di breve, medio e lungo termine, tutti oggi in fase di discussione o di realizzazione da parte degli esponenti della maggioranza. Tra questi, legge Di Matteo: “Responsabilità civile dei magistrati; esami psicoattitudinali preliminari per l’accesso in carriera; divieto di nomina sulla stampa dei nomi dei magistrati comunque investiti di procedimenti giudiziari; unità del pubblico ministero; responsabilità del guardasigilli verso il Parlamento e sull'operato del pm; riforma del Csm e, in ultimo, separazione delle carriere requirente e giudicante”.
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Quindi il magistrato risponde alle recenti dichiarazioni del ministro della Giustizia Carlo Nordio che, intervistato da un giornalista sulle evidenti coincidenze di alcuni punti del “Piano di rinascita” con la riforma approvata dal Parlamento, ha risposto che “Gelli poteva anche avere opinioni condivisibili”.
“Io credo - afferma Di Matteo - che un ministro della Repubblica dovrebbe sempre ricordare, anche pubblicamente, visto che la memoria è qualcosa che nel nostro Paese si sta perdendo, che Licio Gelli è stato il capo di un'organizzazione eversiva con collegamenti nazionali e internazionali. E che in sentenze passate in giudicato si afferma che era capo dell'associazione Loggia P2, che ha finanziato la strage di Bologna del 1980 alla stazione di Bologna e che ha tentato in tutti i modi, riuscendoci tra l'altro, di depistare le indagini e di coprire quelle cointeressenze che c'erano state tra la destra eversiva, la massoneria e parti dello Stato nell'organizzare quelle stragi”. “Io non posso accettare che un ministro della Giustizia dica: va bene, ma Gelli poteva dire anche cose giuste, senza ricordare queste cose”.
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La cultura della giurisdizione da difendere
Continuando con l’analisi della riforma, Di Matteo ha sottolineato l’importanza della cultura della giurisdizione per un magistrato. “Sulla base della mia esperienza di trentatré anni posso dire che l'unicità delle carriere è una garanzia”, afferma. “Non solo penso che il pubblico ministero debba avere la stessa cultura del giudice, la stessa cultura della neutralità e dell’imparzialità del giudice, ma io una riforma l'avrei fatta, e l'avrei fatta in senso assolutamente contrario”, dichiara. “Bastava una legge ordinaria per prevedere che ogni magistrato, nell'arco della sua carriera, svolgesse sia le funzioni di pubblico ministero che di giudice, perché io ho incontrato giudici bravissimi che avevano fatto il pubblico ministero e pubblici ministeri bravissimi che hanno fatto anche l'esperienza da giudice, che sanno effettivamente quale sia il valore dell'impianto probatorio utile per portare un giudizio a dibattimento”. Nino Di Matteo ha ricordato che gli stessi Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Antonino Saetta, Rocco Chinnici, Rosario Livatino “hanno fatto sia il pubblico ministero che il giudice e non credo che, quando hanno fatto il giudice, si fossero appiattiti sulle posizioni del pubblico ministero o che, quando hanno fatto il pubblico ministero, non avessero quella cultura della giurisdizione che deve caratterizzare il pubblico ministero”.
Pertanto, continua, “penso sia pericoloso per il cittadino un pubblico ministero a vita che non abbia quella mentalità del giudice, che sia un accusatore a tutti i costi, che diventi una sorta di avvocato della polizia e di avamposto nel processo della polizia e dell'accusa. Questo è il pericolo. Il cittadino si deve sentire garantito fin dalle prime fasi dell'indagine da un pubblico ministero che si sia formato con la stessa mentalità del giudice”.
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La trappola del sorteggio
Tra i contenuti della riforma è prevista la tripartizione dell’attuale Consiglio Superiore della Magistratura in tre organi distinti: un Csm per i magistrati requirenti, un Csm per i magistrati giudicanti e l’Alta Corte di Giustizia.
Una separazione che, oltre a costare il triplo (circa 150 milioni di euro - attualmente al Csm viene affidato un budget di 50 milioni di euro all'anno), non risolverà la patologia del correntismo interno al Csm, tanto chiacchierato dalla maggioranza.
“Questo perché per i magistrati è previsto un sorteggio secco, mentre per i componenti laici è previsto che il Parlamento, e quindi soprattutto la maggioranza di turno, li scelga e poi, tra quelli scelti, si farà il sorteggio”. Quindi, spiega, “avremo un Csm in cui la parte togata è scelta dalla sorte secca e la parte espressione della politica sarà comunque frutto di una individuazione da parte della politica, quindi dei partiti di maggioranza. Questo costituisce un ulteriore sbilanciamento del Consiglio Superiore della Magistratura e dei suoi poteri verso la politica. La stessa cosa vale per l'Alta Corte di Giustizia”.
Così “si passerà dalla patologia del correntismo delle correnti dei magistrati alla patologia del correntismo politico”. Di Matteo ha ricordato di essere stato “fautore di una possibile riforma del metodo elettivo dei componenti togati del Csm attraverso un meccanismo di sorteggio temperato, che sarebbe stato sufficiente per spezzare quelle carriere delle famose correnti”. “Sarebbe bastato prevedere un meccanismo di sorteggio temperato, cioè l'individuazione di una platea di candidati da cui sorteggiarne alcuni”.
Questo, spiega il magistrato palermitano, “avrebbe contribuito a spezzare la patologia, ma senza togliere, con una mortificazione della dignità dei magistrati, la possibilità di esprimere una propria preferenza per chi deve andare al Csm”.
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Da Gaza all’Italia: la legge del più forte non vince sul diritto
Infine, Di Matteo denuncia la progressiva violazione del principio di separazione dei poteri, con un esecutivo che prevale su legislativo e magistratura, indebolendo lo Stato di diritto e la democrazia. Questa logica della “legge del più forte” emerge anche sul piano internazionale, dove il diritto viene subordinato alla forza. “Non può prevalere sempre la legge del più forte rispetto al diritto. Io ho assistito in questi ultimi mesi anche a delle esternazioni che mi hanno fatto pensare, quando per esempio è stato detto che ‘il diritto internazionale è importante ma fino a un certo punto’”. Il riferimento è alle parole del ministro degli Esteri Antonio Tajani.
“Per anni e anni, di fronte al genocidio della popolazione palestinese, noi siamo stati in silenzio. Anzi, il silenzio si è trasformato in complicità nel momento in cui abbiamo continuato a intrattenere rapporti commerciali e a vendere armi a un governo terrorista come quello israeliano. Quello che vi sto dicendo non è che non c'entra con quello che vi ho detto prima”, afferma. “Perché è sempre la prevalenza della legge del più forte rispetto alle regole del diritto. Di questo si parla”.
“Adesso che è intervenuta la cosiddetta tregua, da quello che leggo e che cerco di capire, il genocidio continua, forse a più bassa intensità, con la morte di decine, centinaia di persone, anche di fame e di freddo a Gaza, con lo sterminio di palestinesi anche in Cisgiordania, eppure noi stiamo zitti e i mezzi di distrazione di massa ci fanno ogni giorno ascoltare notizie approfondite sull'andamento dell'inchiesta su Garlasco e non ci fanno sapere nulla di quello che accade in quelle parti del mondo”.
Allora, dichiara il magistrato, “l'unico invito che sento di farvi è di non farci prendere in giro. Questa non è una riforma della giustizia, è una riforma pericolosa, è una riforma che sbilancerebbe ancora di più a favore dell'esecutivo i poteri che vengono esercitati da parte dell'istituzione Stato ed è una riforma assolutamente pericolosa per i cittadini. Io penso - conclude - che questi siano i motivi per i quali bisogna votare No”.
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Foto © Paolo Bassani
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