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Il procuratore capo: “Servono nuove misure tecnologiche, come i jammer antidrone, e maggiore sicurezza per agenti e detenuti”

 Nel carcere della Dogaia di Prato l’ultimo segnale di una situazione che appare sempre più fuori controllo è arrivato all’alba della giornata di ieri, trasportato da un drone. A bordo, ancora una volta, telefonini e droga destinati ai detenuti. Il velivolo è stato intercettato dalla polizia penitenziaria e il carico recuperato.

Già il mese scorso, su impulso del procuratore capo di Prato, Luca Tescaroli, circa ottocento tra agenti e militari hanno perquisito l’intero istituto con l’obiettivo dichiarato di ripristinare legalità e sicurezza e riaffermare una presenza dello Stato “visibile, coordinata e determinata”. In quel caso, le perquisizioni hanno riguardato celle, spazi comuni e reparti di diversa sicurezza, coinvolgendo oltre cinquecento detenuti. Ciò che è venuto fuori è un vero e proprio sistema di approvvigionamento sofisticato, capace di sfruttare ogni varco possibile tra dentro e fuori dal carcere pratese. Droga, telefoni e strumenti di comunicazione entravano in carcere attraverso droni in grado di raggiungere direttamente le finestre delle celle, ovuli occultati nel corpo di detenuti rientranti dai permessi, lanci oltre il muro di cinta, ma anche tramite familiari durante i colloqui o spedizioni postali camuffate.

Oggi, a seguito dell’ultimo drone intercettato dalla polizia penitenziaria, si riaccende di nuovo l’attenzione sul penitenziario pratese, che sembra essere sotto una costante pressione, questo nonostante gli obiettivi già raggiunti a seguito degli interventi avviati dalla Procura.

Ai microfoni di RaiNews, il procuratore Tescaroli ha usato parole nette, senza attenuanti: “Non è accettabile che nel 2025 ancora le carceri siano delle agenzie del crimine”. Secondo Tescaroli, all’interno di alcuni istituti “vige la consapevolezza, da parte di molti detenuti, che a comandare siano loro”. In pratica, “non sono disposti a riconoscere la presenza e la forza del potere di comando dello Stato”, ha sottolineato, descrivendo un quadro che parla di illegalità strutturata e di certo non più episodica.

Ad ogni modo, il tema dei droni pare essere solo la punta dell’iceberg. Per questo stesso motivo, Tescaroli ha indicato la necessità di attuare un cambio di passo concreto sul piano tecnologico. “Si può pensare a introdurre l’impiego di personale armato di fucile jammer antidrone - ha spiegato -. Si può anche pensare all’impiego di telecamere e di reti protettive sopra il carcere”.

Ma il problema, per il procuratore, non riguarda soltanto i rifornimenti clandestini. A preoccupare è anche la capacità dei detenuti di mantenere contatti con l’esterno. Da qui, la necessità di “schermare il penitenziario” per impedire comunicazioni con l’esterno via cellulare e via internet. Rafforzare anche i controlli “a campione” su chi usufruisce di permessi fuori dal carcere. Misure che, difatti, servirebbero a interrompere quella continuità tra dentro e fuori che alimenta traffici e violenze.

E in effetti, proprio la violenza sembra essere l’altro grande problema da affrontare e risolvere. Solo pochi giorni fa si è verificata l’ennesima aggressione a un agente penitenziario. Insomma, per Tescaroli il tempo delle attese è finito. “Auspico che ci sia una sensibilità istituzionale per indirizzare risorse, iniziative e mezzi”, ha puntualizzato il procuratore capo di Prato, indicando come obiettivo quello di “creare condizioni più sicure all’interno del carcere sia per i detenuti sia per chi ci lavora”. Alla domanda se siano già arrivati segnali concreti in questa direzione, la risposta del procuratore è breve e concisa: “Li aspettiamo”. 

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