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Lo spettacolo del conduttore di Report al Teatro dell’Aquila di Fermo 

“La libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione”.
È iniziato così, con le parole inconfondibili del poeta underground Giorgio Gaber, il monologo “Diario di un Trapezista” di Sigfrido Ranucci, giornalista e conduttore di Report. Perché quel titolo, ci si chiede tra il pubblico in sala: era la dottrina del suo maestro Roberto Morione; quando ti attaccano “quando pensi di essere diventato l'obiettivo di qualcuno, fai come il trapezista. Salta in avanti sull'altro trapezio. Sarà più complicato colpirti”. 
E infatti, dopo l’introduzione della giornalista Sandra Amurri, Ranucci ha raccontato molti episodi della sua vita professionale e umana in cui si è trovato letteralmente sotto il fuoco. Anni passati a svelare ciò che il potere si ostinava a tenere nascosto. 
A partire dall’attacco terroristico dell’11 settembre del 2001: “Da 24 anni da allora non si è celebrata alcuna udienza perché le testimonianze erano state prese con le torture”. Inoltre è emerso, nel 2004, un documento desecretato dall’FBI in cui emergeva la responsabilità dell’Arabia saudita nel suo ruolo di supporter logistico ai terroristi. Il Paese arabo chiese la secretazione e gli USA accettarono in nome degli affari, cioè gli Accordi di Abramo. 
Dopo l’attentato ci fu l’invasione dell’Afghanistan “per eliminare i talebani, che ora sono tornati al potere”. Poi c’è stata la guerra in Iraq, che contiene una delle battaglie più misteriose e inumane: quella di Fallujah. Nel documentario di Sigfrido RanucciFallujah. La strage nascosta’ si documentano le prove dell’uso di armi chimiche, in particolare ordigni incendiari e armi basate sul fosforo bianco e altre sostanze simili al napalm, come la bomba incendiaria Mark 77, e l’uso indiscriminato della violenza contro i civili da parte delle forze militari statunitensi nella città irachena durante l’offensiva del novembre 2004. 
Nel teatro si abbassano le luci e si sentono le note di California Dreamin’. Come la guerra del Vietnam, un eterno Vietnam, dove tutto brucia: uomini, case e animali. Due casi analoghi dove si è arrivati ad anestetizzare “l’orrore della guerra”.  


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Forse il grande pubblico poteva essere ingannato momentaneamente, ma “alcuni militari tornavano con la psiche compromessa” per tutto quello che avevano visto e fatto. Le autorità americane allora pensarono di montare “degli apparecchi agli infrarossi (nei mirini delle armi, ndr), perché la morte agli infrarossi sembra meno atroce”.
Seguono immagini tinte di verde, quello degli infrarossi, che rende ogni bersaglio una sagoma indistinta: il sangue diventa una macchia quasi bianca. Rende tutto più lontano, meno soggetto all’empatia. 
Ranucci aveva cercato di entrare a Fallujah: “Menomale che non ci sono riuscito”, ha detto, anticipando il racconto del massacro. I corpi dei civili e degli insorti vennero ritrovati con la pelle staccata e il corpo deformato. 
Le truppe USA avevano usato il fosforo bianco, un agente chimico che “se tu lo utilizzi sulle persone violi le convenzioni contro le armi chimiche del 1925”. Il fosforo bianco brucia “i tessuti finché trova dell’acqua”; e se il corpo prende fuoco e si cerca di spegnerlo con l’acqua, “quest’ultima si trasforma in acido che può corrodere anche le ossa”. La prova che gli americani avevano perpetrato tale barbarie era nelle immagini mandate in onda da Rai News 24.“La Rai aveva trasmesso la prova delle armi chimiche, ma gli USA” avevano “negato di averle utilizzate ma quello era un’epoca di crimini contro l’umanità”.
Passando sul lato più ‘interno’, Ranucci ha parlato della sua inchiesta sul crack di Parmalat. Alla fine tutto si è concluso bene: gli Stati Uniti, nonostante le pressioni sul governo italiano, non sono riusciti a far licenziare Ranucci, mentre alcuni dei soldi degli azionisti della Parmalat sono tornati nelle tasche dei legittimi proprietari. Tuttavia, “ci sono alcune inchieste che ti costringono a camminare ai bordi dell’inferno”, come quella su Flavio Tosi del 2014.


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Tosi all’epoca era sindaco di Verona e figura di spicco della Lega Nord. Ranucci ricevette segnalazioni su infiltrazioni della ’Ndrangheta nell’amministrazione veronese e su un video hard che avrebbe reso Tosi ricattabile. Ranucci trovò conferme sull’attività mafiosa, poi sancite dalla Cassazione, e identificò un cantante leghista, vicino a Umberto Bossi, in possesso di immagini del video. Tuttavia, il cantante avvertì Tosi, il quale orchestrò una trappola: Ranucci fu registrato di nascosto da emissari di Tosi, che lo accusarono di costruire un dossier falso con fondi RAI. La notizia esplose sui media, mettendo a rischio la credibilità di Ranucci e di Report. In un momento di sconforto, Ranucci considerò gesti estremi, ma una telefonata del figlio e le proprie registrazioni, che confermarono la veridicità dell’inchiesta, lo spronarono a reagire. Nonostante denunce, attacchi mediatici e il silenzio degli amministratori, Ranucci proseguì l’indagine grazie a una producer svizzera, affetta da sclerosi multipla, che lo aiutò a contattare fonti e autorità. Con il supporto della producer, l’inchiesta fu trasmessa, generando grande attesa a Verona, dove bar e ristoranti offrirono pacchetti da 20 euro per guardare Report, come fosse un evento sportivo. Ranucci ricevette 19 querele per 36 minuti di trasmissione. 
Combatté per sei anni per difendere la credibilità del programma e fu archiviato per tutte le accuse. Tosi, condannato in primo grado per diffamazione, evitò il carcere con una transazione. Tosi si ricandidò con Forza Italia, fu eletto europarlamentare e si candidò alla presidenza del Veneto. Vecchi video riemersero in seguito per delegittimare Ranucci, come in Albania, dove un’inchiesta sui migranti lo vide attaccato, nonostante un sondaggio locale gli desse ragione. Adesso Tosi viene proposto nuovamente come possibile “futuro sindaco di Verona”. “Questa è una cosa gravissima perché dimostra come il nostro sia un Paese malato, abituato a convivere con la propria patologia”. 


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Una patologia che si è vista anche sull’inchiesta Renzi-Mancini, come raccontato sempre da Ranucci. Nel 2020, un’insegnante di sostegno filmò casualmente un incontro tra Matteo Renzi e Marco Mancini, agente segreto, all’autogrill di Fiano Romano. Le foto, inviate a un giornalista locale e al Fatto Quotidiano, non furono pubblicate subito e giunsero a Report nell’aprile 2021; l’inchiesta fu trasmessa il 3 maggio. La vicenda scatenò accuse contro Ranucci, dipinto come agente dei servizi cinesi e successivamente russi, nonostante smentite, come una nota del ministro russo Lavrov, che lo definì “nemico del Cremlino”. A distanza di anni, però, gli attacchi a Ranucci e alla sua trasmissione, Report, non si sono mai fermati. Prova lampante è l’attentato del 16 ottobre scorso, con il quale ignoti avevano piazzato chili di esplosivo sotto la sua macchina a gas. Se fosse esploso avrebbe fatto saltare l’intera palazzina. Nei giorni che seguirono alcuni giornalisti, di un giornale importante, scrissero sulle loro chat che Sigfrido si era fatto l’attentato da solo. Ecco la patologia italiana, magistralmente già sintetizzata da Giovanni Falcone: “Questo è il Paese felice in cui, se ti mettono una bomba sotto casa e la bomba per fortuna non esplode, la colpa è tua che non l’hai fatta esplodere”.  

Foto © ACFB 

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