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Il giornalista sull’audizione del procuratore De Luca in Antimafia: “Si è preso una grandissima responsabilità, se ne è convinto ci dica come quel rapporto portò alle bombe

Il procuratore della Repubblica di Caltanissetta, Salvatore De Luca, si è preso una grandissima responsabilità dicendo che il rapporto mafia-appalti è la concausa dell’omicidio Borsellino e della strage di Capaci”. A dirlo è il giornalista e scrittore Attilio Bolzoni, ospite del podcast “Duemila Secondi” di ANTIMAFIADuemila. Bolzoni ha risposto a una domanda sull’audizione del procuratore in Commissione Antimafia, dove il magistrato si è esposto in modo netto sulle indagini che sta conducendo il suo ufficio in merito alle stragi del 1992, individuando nell’inchiesta “mafia-appalti” la concausa delle bombe e squalificando la pista nera. Pista che, a detta del procuratore, “giudiziariamente vale zero tagliato”.
Visto che è convinto di questo, ci spieghi al più presto a noi italiani come quel rapporto su mafia-appalti ha portato alle stragi", commenta Bolzoni. “Sono decenni che sentiamo questa storia da parte dei carabinieri dei reparti speciali, adesso la sentiamo dalla bocca del procuratore capo della Repubblica di Caltanissetta e dalla Commissione Antimafia presieduta da Chiara Colosimo”. Commissione che, osserva lo scrittore, “non ha fatto un’inchiesta sulle stragi siciliane, ma è partita da questo rapporto e a questo rapporto si è fermata”. Il procuratore De Luca “ce lo dica, se è così”. “E quando ce lo dirà, io immagino che chiederemo tutti scusa a Giuseppe Graviano. Perché Graviano con mafia-appalti non c’entra niente: Graviano - ricorda - è l’uomo di collegamento tra le stragi del 1992 e quelle del Nord del 1993. A meno che adesso si scopra che faceva mafia-appalti pure lui, ma non credo”. In quel caso, osserva Bolzoni, “arriveremo a una seconda clamorosissima revisione del processo Borsellino”. La formula “è matematica”: “Se la pista è mafia-appalti, esce di scena il personaggio principale della strage Borsellino, cioè Giuseppe Graviano. In quel caso avremo anche il 'pupo vestito' Giuseppe Graviano, dopo “il 'pupo vestito' Vincenzo Scarantino".

Per Attilio Bolzoni, “tutto quello che è avvenuto in Commissione Antimafia è oggettivamente anomalo. C’è stata una discovery molto netta e quindi avrà le sue buone ragioni il procuratore De Luca. Ma se ha davvero le sue buone ragioni, arriviamo alla figura di Graviano che automaticamente esce di scena. Ma allora mentì Scarantino e ha mentito anche Gaspare Spatuzza”, sottolinea l’ospite del podcast. “La vicenda Borsellino è un depistaggio permanente, che è cominciato ancora prima della strage. E cioè nel momento in cui Borsellino non viene sentito a Caltanissetta per riferire sulla strage di Capaci, essendo l’amico di Giovanni Falcone e quindi detentore dei suoi segreti. Ma non lo ascoltarono”.
C’è un pezzo di Stato che ci lascia un po’ sgomenti. Questa curiosa vicinanza di intenti e di sensibilità tra la Procura di Caltanissetta e la Commissione parlamentare Antimafia è abbastanza singolare. Avendo letto e riletto decine di volte il rapporto mafia-appalti, io non credo per niente a questa pista”. Del rapporto Bolzoni parlò anche ai tempi con Giovanni Falcone: “Ci disse che questo rapporto 'è una buona base per lavorarci', ma non un lavoro finito. Ci spieghino allora mafia-appalti - ribadisce Bolzoni - perché se continuano a ripetercelo senza spiegare, uno si insospettisce un po’. E io sono molto sospettoso”. 

L’immortalità del sistema Cuffaro

Durante l’intervista si è parlato anche dell’inchiesta che ha colpito l’ex presidente della Regione Totò Cuffaro, di cui Bolzoni parla nel suo ultimo libro "Immortali" (ed. Fuori Scena). Un libro che, spiega l’autore, “ho scritto un po’ per rabbia e un po’ per dolore, perché mi sono reso conto che dopo le stragi c’era la possibilità di cambiare qualcosa e invece, dopo trent’anni, mi sono accorto che abbiamo perso una grande occasione”.
Venendo all’ex segretario della Dc: “Cuffaro è l’incarnazione dell’immortalità delle tribù politiche siciliane. Nel ’92 uccidono Salvo Lima, che rappresentava un certo tipo di potere, una certa Dc, in promiscuità assoluta con ambienti criminali. E c’erano poi tante anime di questa Dc. Da quell’omicidio e da dopo le stragi in Sicilia comanda una sola famiglia politica. Ed è una famiglia - sottolinea - in cui ci sono personaggi arrestati e condannati per mafia, altri indagati e prosciolti o assolti per insufficienza di prove. Ma, detto ciò, tutti hanno avuto rapporti con ambienti di Cosa nostra. E sono quelli che comandano in Sicilia. C’erano trent’anni fa, vent’anni fa e ci sono oggi. Sono immortali”.

Cuffaro, puntualizza, “non si è mai riproposto e non è mai ritornato: ha comandato prima, dopo e durante il carcere” (venne condannato per favoreggiamento a Cosa nostra, ndr). “Quando entrò in carcere, dopo dieci giorni, il suo amico Saverio Romano (anche lui finito nell’indagine sulla corruzione nella sanità siciliana che ha colpito Cuffaro, ndr) diventò ministro dell’Agricoltura nel quarto governo Berlusconi”. Dal carcere di Rebibbia “ha piazzato i suoi assessori nel governo di centrodestra di Raffaele Lombardo, poi in quello di centrosinistra di Rosario Crocetta e ora in quello di Renato Schifani”. È impressionante notare, conclude il giornalista, “che si sia riproposto lo stesso sistema di potere che c’era prima”.

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