A Bologna il congresso organizzato dalle Agende Rosse, il procuratore di Prato: “Indipendenza del pubblico ministero è indispensabile”
“Il diritto alla verità è una prerogativa dello Stato. Dovrebbe essere una manifestazione della forza dello Stato, della sua capacità di attuare i principi che coinvolgono la nostra democrazia”. A dirlo è il procuratore capo di Prato, Luca Tescaroli, intervenendo al tavolo dei magistrati del congresso nazionale “Il diritto alla verità” organizzato dalle Agende Rosse di Salvatore Borsellino a Bologna. La moderazione è stata affidata alla giovane magistrata Elena Marchili.
“La ricerca della verità è affidata in prima battuta proprio al pubblico ministero che opera e agisce attraverso l'impiego anche della polizia giudiziaria e poi, naturalmente, con il ruolo nevralgico, importante, fondamentale dei giudici”, ha continuato Tescaroli. “La ricerca della verità è lo scopo del procedimento penale, è un'ovvietà ma un'ovvietà che è basilare. Il diritto alla verità si nutre di due profili che io credo siano fondamentali dall'angolazione del pubblico ministero”, ha spiegato.
Questi “deve utilizzare tutti gli strumenti che ha a disposizione per raggiungere la verità e non svolge durante la fase delle indagini il ruolo dell'accusatore, ma è un analista. Deve elaborare e analizzare tutte le risultanze, anche quelle che sono a favore degli indagati: è un obbligo legislativo fissato da una norma del codice di procedura penale. Per fare questo è assolutamente indispensabile che sia un soggetto indipendente”. Un riferimento chiaro a una delle conseguenze che comporterebbe la riforma della separazione delle carriere approvata in Senato. “Se non fosse indipendente non potrebbe svolgere in maniera completa il proprio ruolo e questa è una precondizione fondamentale”. 
E sul piano del diritto alla verità, questo diritto “si deve coniugare con vari fattori”, ha dichiarato il magistrato. “Innanzitutto deve essere presidiato da una stabilità delle regole, perché non è possibile che si mutino le regole quando una partita è in corso”. In Italia “abbiamo assistito a plurimi interventi legislativi che hanno mutato le regole, assistiamo con una certa frequenza a mutamenti di interpretazioni giurisprudenziali. Penso, ad esempio, a quanto è avvenuto con le intercettazioni. Tutto questo, oltre che non essere in linea con la certezza del diritto, corre il rischio di incidere negativamente sul diritto alla verità”. 
Luca Tescaroli
I vuoti di conoscenza sulle stragi
Approfondendo il tema cardine del congresso, quello del diritto alla verità, in particolare sulle stragi, Tescaroli ha segnalato che ancora oggi, a distanza di decenni, “vi sono vuoti di conoscenza”. “Vuoti che nonostante gli sforzi compiuti non hanno riempito buchi importanti della storia criminale del nostro Paese. Una storia nella quale – ha ricordato – molto spesso sono affiorati i volti di appartenenti alle classi dirigenti”. Sul punto il procuratore cita, per esempio, la strage dell’Italicus: “Chi ideò, chi organizzò, chi eseguì la strage di Benedetto Valdisambro, il 4 agosto del 1974, nella grande galleria dell'Appennino, sul treno espresso Italicus, che provocò 12 morti e centinaia di feriti? A distanza di oltre un cinquantennio non abbiamo alcuna conoscenza al riguardo”. E poi menziona il delitto del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, “di cui non si conoscono nemmeno gli esecutori materiali”. Per poi passare agli “attentati del biennio 1993-94 e le stragi del ’92, stragi su cui molte verità sono state acquisite in uno scenario di guerra che i mafiosi sono riusciti a costruire nel nostro Paese. Ma molti sono ancora i quesiti irrisolti che si snodano attraverso quegli attentati che furono posti in essere”, ha puntualizzato il magistrato. 
“Eppure furono stragi che condizionarono, che favorirono in qualche misura la stabilità, la stabilizzazione del potere, in un periodo nevralgico della vita del nostro Paese caratterizzato dalla perdita di potere dei tradizionali partiti politici, anche a seguito delle indagini su Tangentopoli, e che ha visto concludersi la campagna stragista quando il quadro istituzionale del nostro Paese mutò”. Questi “vuoti di conoscenza non possono essere tollerati perché una convivenza civile ha il diritto di avere la verità”, ha affermato. Dunque “indagare è un obbligo giuridico che deve essere adempiuto senza condizionamenti, senza le eccessive prudenze che in alcuni casi si sono verificate nel nostro tragico passato. E questo – ha aggiunto – perché è la memoria delle vittime innocenti e dei tanti feriti che lo richiede”. “Io credo – ha concluso – che lo esiga la coscienza critica e morale della società civile, perché senza verità completa non vi è giustizia, ed è necessario operare e lavorare con crescente impegno da parte di tutti per trovare il filo conduttore che consenta di individuare le responsabilità, ove esistenti, che purtroppo avvolgono ancora molti degli episodi stragisti e degli omicidi eccellenti che si sono verificati nel nostro Paese”. 
Raffaello Magi
Il diritto alla verità come valore individuale, collettivo e istituzionale
Nel congresso sono intervenuti anche Roberto Conti (consigliere presso la Corte di Cassazione), Raffaello Magi (consigliere presso la Corte di Cassazione) e Giuseppe Gennari (giudice presso il Tribunale di Milano). I tre hanno delineato una visione articolata di un diritto che nasce dall’istanza individuale ma oggi investe l’intera comunità. Conti ha ricordato che “il valore persona richiede risposte” e che il bisogno di verità, originato spesso da crimini gravissimi, “diventa sempre di più patrimonio di una collettività”, auspicando una consacrazione espressa del diritto alla verità che rafforzerebbe l’accesso alla giustizia e costituirebbe “un monito alle generazioni presenti e future”. 
L'intervento di Roberto Conti
Maggi ha evidenziato il ruolo della magistratura, chiamata non a creare “una verità qualsiasi” ma a perseguire “lo sforzo maggiore possibile per l’avvicinamento alla corrispondenza reale”, chiedendo di integrare nell’articolo 111 Cost. il riconoscimento della funzione conoscitiva del processo, per evitare derive burocratiche che sacrifichino l’accertamento dei fatti. Gennari ha infine posto l’accento sulla competenza: “per cercare la verità abbiamo bisogno di competenza”, avvertendo che le scienze forensi, pur avanzate, non sono risolutive e non devono far accantonare le indagini tradizionali, ancora oggi “essenziali come lo erano prima”. Insieme, i tre interventi hanno mostrato come il diritto alla verità sia un valore costituzionale vivo che richiede norme chiare, responsabilità istituzionale e professionalità diffusa.
Foto © Jamil El Sadi
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