A Bologna il congresso “Il diritto alla verità”: parola a Sigfrido Ranucci, Fabrizio Gatti, Stefania Limiti e Maddalena Oliva
Le stragi, i delitti eccellenti, i depistaggi e il ruolo ricoperto anche da certi organi di stampa collaterali al potere di turno nella riscrittura di sentenze sulle pagine di sangue del nostro Paese. Da mafia a terrorismo, sono questi i temi dell’ultimo panel della prima giornata del congresso “Il diritto alla verità”, organizzato a Bologna dalle Agende Rosse di Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso da Cosa nostra.
Alla Sala Borsa dell’Auditorium Biagi, nella centralissima Piazza del Nettuno, sono intervenuti giornalisti d’inchiesta e scrittori di grande spessore come Fabrizio Gatti, direttore editoriale di Today.it, la giornalista e scrittrice Stefania Limiti, il conduttore di Report Sigfrido Ranucci e Maddalena Oliva, vicedirettrice de Il Fatto Quotidiano (questi ultimi collegati online). La moderazione è stata affidata a Paolo Borrometi.
“La missione di noi giornalisti è unire i punti di una nebulosa difficile da spiegare”, ha spiegato Gatti, che durante il suo intervento ha offerto una vera e propria lectio magistralis sul giornalismo e sul ruolo essenziale di questa professione per la democrazia, in particolare per il diritto alla verità, tema cardine del congresso.
“Il diritto alla verità ha avuto un impulso molto importante dalle lotte dei familiari delle persone scomparse, delle persone che sono state sottoposte a sequestri e che si sono trovate di fronte a un dramma enorme, quello di non poter dare degna sepoltura ai loro cari”, ha dichiarato Stefania Limiti.
“A loro nulla è stato dato e tutto se lo sono conquistato, e Bologna è una città nella quale questo possiamo dirlo forte”, ha aggiunto, sottolineando lo sforzo dell’associazione dei familiari delle vittime del 2 agosto 1980.
“Il diritto alla verità è connesso con questi alti sentimenti. Oggi ci troviamo a parlarne perché evidentemente siamo di fronte a un ennesimo tentativo di depistare la verità”.
In Italia, ha spiegato Limiti, “abbiamo una storia stragista con centinaia di morti ammazzati. I familiari delle vittime, pur avendo riavuto il corpo del loro congiunto, non possono compiere quell'atto assoluto e irrinunciabile di chiudere il ciclo del lutto”, perché la verità su quelle morti ancora non è arrivata.
“Pasolini diceva che la verità è molto semplice e arriva”, ha ricordato Limiti. “I percorsi di verità sono dei processi collettivi”. Prima di Pasolini, però, Limiti ha richiamato le parole di Italo Calvino subito dopo la strage dell’Italicus: “C’è stata una nuova bomba, probabilmente il fronte golpista viene abbandonato dagli ambienti internazionali, però stiamo attenti perché qui forse ci siamo risparmiati il golpe, però il problema è che questa trama nera rischia di entrare come elemento stabile dentro il nostro potere”. “Parole lucidissime, quelle di Calvino”, ha commentato la scrittrice. 
“Noi avevamo tante informazioni e tante risorse intellettuali, e questo ha fatto sì che si mettesse in moto un processo nella società per cui quel tentativo di tombare la verità non è andato a segno”, ha aggiunto. Anche se la “frantumazione del quadro delle vicende ha allungato la strategia della tensione”. “C’era un uomo molto potente della DC, Paolo Emilio Taviani, che nelle sue memorie diceva che anche le sentenze assolutorie contribuirono alla strategia della tensione”. Oggi, secondo Limiti, il clima non è poi così diverso: “Noi oggi siamo di fronte a una dialettica politica dei rapporti di forza molto difficili. Sul piano storico il tentativo di Mario Mori e della destra è destinato a fallire, ma sul piano politico è un affondo che ha come obiettivo marginalizzare una parte della politica e della società”.
Il riferimento è al tentativo di riscrivere la storia delle stragi di mafia del 1992-93 ad opera dell’attuale Commissione Parlamentare Antimafia. “La verità è qualcosa che va conquistata, è un processo che va conquistato e da questo non si scappa”. 
L'intervento di Maddalena Oliva
Quando la notizia diventa merce
A seguire ha preso parola Maddalena Oliva, vicedirettrice de Il Fatto Quotidiano. Oliva ha riflettuto sul profondo cambiamento del giornalismo contemporaneo, partendo dall’osservazione che, dai tempi in cui Hegel definiva i giornali “il rito di preghiera quotidiana dell’uomo moderno”, molte cose sono cambiate. Oggi, spiega, la fruizione dell’informazione è radicalmente diversa e la platea dei lettori della carta stampata “si va riducendo sempre più in maniera preoccupante”. I numeri dei quotidiani non sono più neanche lontanamente paragonabili alle visualizzazioni ottenute dai contenuti diffusi sui social, e questo ha modificato il ruolo, il peso e il funzionamento delle redazioni.
Fabrizio Gatti, Paolo Borrometi e Stefania Limiti
Oliva sottolinea che anche il mercato dell’informazione si è trasformato: la concentrazione editoriale è forte, e ormai “il mercato dell’informazione è in mano a due o tre grandi gruppi”, spesso con interessi politici o aziendali rilevanti. In questo scenario, la notizia tende a perdere la sua funzione pubblica per diventare “prima di tutto un prodotto, una merce”, e questa logica commerciale influenza direttamente ciò che viene raccontato e ciò che viene lasciato nell’ombra. Tra gli effetti più evidenti di questa dinamica, Oliva cita la progressiva scomparsa di alcuni temi fondamentali, come quello della mafia. Da anni, osserva, ci si sente ripetere che “la mafia non fa più lettori”, e così i giornali smettono di occuparsene, con la conseguenza che anche i cittadini finiscono per percepirla come una questione lontana o minore. Si crea quindi “un circolo vizioso” in cui la minore attenzione dei media indebolisce la consapevolezza pubblica, che a sua volta legittima ulteriormente la riduzione della copertura giornalistica.
In questo contesto, chi continua a trattare tali temi appare isolato: figure come Salvatore Borsellino, richiamato da Oliva, vengono percepite come “cantori solitari”, quando non vengono addirittura etichettate in maniera maliziosa come persone dal “particolare carattere”. Un altro elemento cruciale è il modo in cui il sistema dell’informazione è ormai influenzato dalle logiche dei social: “I giornali sono sempre più stressati dalle logiche legate ai social”. Ciò condiziona la definizione stessa di notizia e le scelte editoriali: cosa pubblicare, su cosa investire energie, cosa scartare. L’informazione diventa sempre più veloce, frammentata e sottoposta a repentini rovesciamenti di percezione. 
Oliva conclude ricordando che oggi assistiamo a una vera e propria “frammentazione degli eventi” e a un “ribaltamento ormai dei fatti”, fenomeni evidenti anche in vicende recenti come il “caso Dell’Utri”, che certi giornali hanno cercato di riqualificare insieme a Silvio Berlusconi, sulla scorta della sentenza con cui recentemente la Cassazione ha rigettato le misure richieste dalla procura generale di Palermo contro l’ex senatore.
Giornalisti d’inchiesta sotto attacco
A concludere i lavori, il conduttore di Report Sigfrido Ranucci ha fatto un breve saluto, essendo impegnato a ultimare la preparazione della puntata di domani. Ranucci insiste sul fatto che, quando si parla di servizio pubblico, non basta rivendicare il “pluralismo”: ciò che conta davvero è “difendere l’indipendenza”, un concetto completamente diverso. Il pluralismo, spiega, “lo puoi tirare da una parte o dall’altra”, mentre l’indipendenza garantisce che qualunque governo sia al potere, il giornalista lavori solo per il pubblico, “l’unico uditore di riferimento che paga il canone”. Senza indipendenza, dice, il servizio pubblico perderebbe credibilità. 
Ranucci denuncia poi la situazione italiana riguardo alla libertà di stampa: “Abbiamo il record mondiale di giornalisti denunciati dai politici”. A questo si aggiungono leggi che definisce “assolutamente liberticide”, come quelle che prevedono il carcere per chi pubblica notizie raccolte illecitamente. Per Ranucci il criterio fondamentale è l’interesse pubblico: “Non importa come tu le raccogli. Se sono di interesse pubblico vanno assolutamente date”, purché nel rispetto della dignità delle persone.
Critica anche le proposte di legge che vorrebbero impedire la pubblicazione dei nomi degli arrestati in nome della presunzione di innocenza. Secondo il giornalista la presunzione non si difende tramite il segreto, ma tramite “una maggiore condivisione di informazioni”. Il segreto, infatti, può trasformarsi in uno strumento di ricatto: se tra gli arrestati c’è qualcuno che “gestisce la cosa pubblica”, tener nascosto il suo nome può consentirgli di prendere decisioni dannose per la collettività senza che nessuno lo sappia.
L'intervento di Sigfrido Ranucci
Ranucci sostiene che l’Italia è “un paese malato”, e ciò si vede anche dal modo in cui vengono trattati i giornalisti locali: sottopagati o addirittura non pagati, esposti a pressioni e intimidazioni, “sotto la minaccia, gli insulti, a volte anche i provvedimenti giudiziari di imprenditori del posto, politici del posto o editori non molto puliti”. Questi cronisti, spesso per dieci euro, si trovano a subire minacce, querele temerarie o persino attentati.
Eppure, dice Ranucci, proprio loro dovrebbero essere protetti: i giornalisti locali sono “gli anticorpi periferici” del sistema informativo, quelli che possono individuare il male prima che si diffonda e “divori il paese”. Proteggerli significa difendere l’interesse collettivo. Domani nuovo appuntamento dalla mattina con avvocati, magistrati, storici e familiari delle vittime di mafia e terrorismo. 
Foto © Jamil El Sadi
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