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I due ex magistrati al congresso “Il Diritto alla Verità” a Bologna

“So bene ed è accertato nelle sentenze, come quella di Brescia, che i servizi segreti americani hanno dato un apporto alla strategia stragista; tuttavia, se noi studiamo le biografie dei soggetti nazionali che hanno partecipato alle stragi ci accorgiamo che gli americani si sono limitati a cavalcare e a strumentalizzare autonome pulsioni golpiste e autoritarie delle classi dirigenti nazionali”. Così l’ex procuratore generale di Palermo e oggi senatore Roberto Scarpinato, intervenuto al congresso “Il Diritto alla Verità”, organizzato da Salvatore Borsellino e Movimento Agende Rosse, con il patrocinio del Comune di Bologna e con la collaborazione di questo giornale. Con lui è intervenuto Luigi de Magistris, già magistrato e sindaco di Napoli. La moderazione è stata affidata a Giulia Sarti, delegata alla legalità democratica e lotta alle mafie e agli Affari Istituzionali per Bologna e Città metropolitana.





Passando da golpe, stragi e omicidi eccellenti, la democrazia repubblicana ha subito ogni sorta di sopruso da parte di quelle forze che non hanno mai digerito la Costituzione del 1948. Anzi, tali forze, come l’attuale maggioranza politica di governo, si sono date da fare per cambiarla a più riprese.
Per questo è stato negato negli anni il diritto alla verità: per evitare che, attraverso le indagini della magistratura, venissero a galla nomi eccellenti e complicità indicibili. “E ancora è significativo che a distanza di tanti anni, di decenni dalle stragi, persista una totale chiusura omertosa di testimoni che sono a conoscenza di segreti scottanti. L'attualità dell'omertà, per fatti risalenti a 45 o 33 anni fa, appare indicativa di un'attualità della paura di ritorsioni e quindi dell'attualità del potere di personaggi che potrebbero attuare quelle ritorsioni a distanza di 33 e di 40 anni”, ha detto Scarpinato ricordando che “nel processo celebrato alla Corte d'Assise di Bologna a carico di Paolo Bellini, Domenico Catracchia, amministratore di immobili a Roma in via Gradoli utilizzati da terroristi di destra e di sinistra, ha preferito farsi condannare a quattro anni di reclusione per reato di false informazioni piuttosto che spiegare perché e in quali modi il dottor Vincenzo Parisi, alto funzionario di polizia e poi vice capo d’Assise, si era avvalso dei suoi servizi per amministrare quegli immobili frequentati da terroristi di destra e di sinistra”.


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Roberto Scarpinato


Inoltre, sempre riguardo alle difficoltà attuali, “mi pare significativo che l'ex procuratore aggiunto della procura di Firenze Luca Tescaroli, che ha gestito le indagini sulle stragi del 1993, nel lasciare quell'ufficio abbia scritto testualmente, virgolette, ‘il nostro ufficio è stato oggetto di attacchi istituzionali di ogni livello senza precedenti, derivanti dai doverosi approfondimenti, il che ha reso più difficoltoso il cammino compiuto sulla ricerca della verità istituzionale’”. Ricordiamo che la procura di Firenze è il baricentro di indagini pericolosamente delicate sulla strage del 1993. Tra gli indagati eccellenti c’è anche l’ex generale del Ros Mario Mori, elevato al rango di oracolo dalla presidente della commissione antimafia Chiara Colosimo.


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Quando il 5 settembre del 2023 ho depositato una memoria di 57 pagine nella quale, avvalendomi della mia pluritrentennale esperienza, ho indicato tutti i buchi neri delle stragi e ho analiticamente specificato le persone da sentire, i documenti, alcuni dei quali inediti, da acquisire per tentare di dare un contributo alla ricostruzione della verità storica — la commissione antimafia non si occupa di verità personale, si occupa di verità storica — ho ottenuto due risultati. Il primo risultato è che nessuno dei testi è stato acquisito, è stato sentito. Il secondo risultato è che la maggioranza ha fatto rapidamente approvare in Senato un disegno di legge per escludere me e Federico Cafiero de Raho, ex procuratore nazionale antimafia e cofirmatario della memoria di cui ho parlato, dalla commissione antimafia perché saremmo in conflitto di interessi con i lavori della commissione antimafia”. Il copione non cambia, come ripetuto da Luigi de Magistris: se hai “il torto di andare a indagare” sulla “strategia della tensione” vieni neutralizzato “non più col tritolo, con le bombe e con le mitragliatrici ma con la carta bollata, la legalità formale e la violenza istituzionale, con un ulteriore vantaggio — diceva Falcone — se non c'è il sangue a terra non sei un eroe, tanto è vero che la bomba all’Addaura se l'era messa lui, magari in concorso con Carla Del Ponte”. 


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Giulia Sarti e Luigi de Magistris


Anche il tema della separazione delle carriere non poteva mancare: “Una riforma congegnata in modo tale da debilitare e svuotare le garanzie di indipendenza della magistratura e porre le premesse per il suo condizionamento da parte del potere politico. Se teniamo conto che l'indipendenza della magistratura è il presupposto in assenza del quale il diritto alla verità si riduce a una formula vuota, anche se dovesse essere inserita nella Costituzione, si può comprendere come di qui a pochi mesi si giocherà una partita storica di importanza capitale, una partita nella quale l’avere posto in gioco insieme al diritto alla verità per il passato e per il futuro sarà la sopravvivenza stessa dello Stato democratico di diritto fondato dalla Costituzione antifascista nel 1948”.
D’altronde, il potere chi vuole attaccare?
“I magistrati alla Palamara? I giornalisti servi del regime? O vogliono attaccare i Ranucci che ci sarà oggi pomeriggio o i magistrati come Roberto Scarpinato e come altri?” ha commentato Luigi de Magistris. “Un po' tutti i poteri vogliono avere un pubblico ministero sotto legge dell'esecutivo; loro amano il magistrato che descriveva Calamandrei: il magistrato ammalato di agorafobia, il magistrato conformista, il magistrato che previene le raccomandazioni prima ancora di riceverle”.


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Il ruolo dei neofascisti nel dopoguerra

I neofascisti, dopo la caduta del fascismo, si sono riciclati nei vertici degli apparati di Stato e della Repubblica, nelle forze di polizia, nei servizi segreti, nelle forze armate, giocando di sponda con altri neofascisti confluiti nel Movimento Sociale Italiano, partito fondato da ex membri del disciolto Partito Fascista Nazionale, e in organizzazioni come Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale, Terza Posizione, Nuclei Armati Rivoluzionari, dalle cui fila sono usciti tanti soggetti riconosciuti con sentenza definitiva come esecutori delle stragi”, ha ricordato l’ex procuratore generale di Palermo. “Da Franco Freda, Giovanni Ventura, Carlo Maria Maggi, Carlo Di Giglio, Maurizio Tramonte, alcuni dei quali, come è stato accertato processualmente, hanno avuto rapporti di alleanza strutturale con l’establishment e con la mafia”. Accanto agli esponenti della destra eversiva c’è “l’alta mafia, o definita altrimenti la borghesia mafiosa”, di cui un esponente di primo piano è senza alcun dubbio Marcello Dell’Utri, cofondatore di Forza Italia e condannato con sentenza definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa.


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Oltre ci sono i nomi dei mandanti e dei complici eccellenti debitamente coperti dai depistaggi “che hanno caratterizzato le indagini di tutte le stragi neofasciste, mafiose, e che sono come il marchio di fabbrica della criminalità del potere, perché sono finalizzati a occultare la responsabilità di mandanti eccellenti. Depistaggi realizzati con la sparizione di documenti essenziali, con la creazione di falsi collaboratori di giustizia e di falsi testimoni, con l'intimidazione esercitata nei confronti di persone a conoscenza di segreti scottanti ridotte al silenzio con metodi incruenti o, se necessario, eliminate fisicamente. Chi, per ragioni professionali, è stato costretto a studiare i processi delle stragi neofasciste, piduiste, mafiose, può rendersi conto di come i depistaggi che hanno caratterizzato le indagini per le stragi del 1992 e del 1993 siano una replica, una copia e incolla degli stessi depistaggi che hanno caratterizzato le indagini per le stragi neofasciste e piduiste: quasi lo stesso marchio di fabbrica, segno di un'inquietante continuità nel tempo dell'azione di intossicazione dell'indagine svolta da parte di uomini degli apparati statali”.
Gli esempi si sprecano.


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La stessa cosa è successa per il processo per la strage di Bologna. Nel processo a carico di Paolo Bellini la Cassazione, il primo luglio del 2025, ha confermato la condanna a sei anni di reclusione dell'ex capitano dei Carabinieri Pier Sergio Segatel per reato di depistaggio delle indagini consumato nel 2019, cioè a distanza di 39 anni dalla strage. In precedenza, la Corte d’Assise di Bologna aveva trasmesso alcuni atti alla Procura della Repubblica di Bologna per procedere per reato di depistaggio nei confronti di esponenti della Polizia Scientifica di Roma che, di loro iniziativa e senza alcuna richiesta da parte della Corte, nel 2020 avevano depositato una perizia che riguardava una nuova trascrizione di un passo cruciale di una conversazione del 18 gennaio 1996 tra Carlo Maria Maggi, capo di Ordine Nuovo nel Triveneto, e il figlio. In questa conversazione Maggi aveva detto che alla stazione di Bologna, quel giorno, il 2 agosto 1980, insieme agli altri, c'era ‘l’aviere’, identificato in Paolo Bellini perché dotato di licenza di volo. La parola ‘aviere’ non era mai stata messa in discussione ed era chiaramente udibile dalla stessa Corte d’Assise. Ciò nonostante, nel 2020 la Polizia Scientifica depositò la perizia nella quale assumeva, contrariamente a verità, che quella parola non dovesse leggersi ‘aviere’ ma ‘corriere’, facendo così venir meno uno degli elementi di accusa nei confronti di Paolo Bellini. A pagina 1185 della motivazione la Corte d’Assise di Bologna pone una domanda inquietante che è rimasta senza risposta, virgolette: ‘Ci si deve domandare anzitutto perché e per ordine di chi tali funzionari della Polizia Scientifica, senza esserne né ordinati né richiesti, abbiano assunto una simile iniziativa’. Se poi si approfondisce l'analisi delle biografie dei soggetti implicati in alcune delle più recenti operazioni di depistaggio di cui vi ho parlato, ci si rende conto che essi sono l'ultimo anello di una catena di comando i cui vertici risalgono nel tempo ai depistaggi precedenti”.


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Una Costituzione mai applicata

Abbiamo la Costituzione più bella del mondo, però interroghiamoci anche come mai il 70% della Costituzione non è stata attuata. E, siccome io ho lavorato nella prima linea delle istituzioni, pubblico ministero e sindaco, sono arrivato alla conclusione che l'assetto verticistico del potere non vuole che la Costituzione sia attuata perché la Costituzione dà diritti a tutti e, se i diritti diventano per tutti, il potere perde potere, perché il potere ha la concezione che il diritto sia una concessione e un privilegio per ricordarci che noi siamo più sudditi e molto anche a sovranità limitata. Ma verità e giustizia sono i due elementi che mi fanno ritenere che noi non siamo una democrazia piena, perché se partiamo da lontano — Portella della Ginestra, l’assassinio del Presidente dell'Eni, Piazza Fontana, la strategia della tensione, gli assassinì, le deviazioni dei servizi, il caso Moro, Ustica, Bologna, il rapido 904, Piazza della Loggia, Italicus, Gioia Tauro, ’92, ’93 e ’94 — per arrivare poi alla fase meno conosciuta, che è quella della criminalità istituzionale di cui maggiormente mi sono occupato, cioè il modello ’Ndrangheta, la penetrazione del crimine fino al cuore dello Stato. Perché è un modello vincente? Perché è il modello che non punta più all'attacco militare nei confronti dello Stato ma alla conquista dello Stato”, ha detto l’ex magistrato Luigi de Magistris.


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Uno Stato che, in certe parti della storia, si è ritrovato a trattare con la mafia: per esempio “nel processo Cirillo, l'unico processo in cui la magistratura in via definitiva ha accertato una trattativa tra Brigate Rosse, Servizi Segreti, Partito della Democrazia Cristiana e Nuova Camorra Organizzata per liberare Cirillo facendo quello che non hanno fatto per Moro, cioè trattando con le Brigate Rosse. Cutolo gli fa la domanda e il Procuratore Generale, in udienza: ‘Signor Cutolo, ma sono venuti da lei apparati deviati dello Stato?’ Lui guarda il Procuratore Generale e dice: ‘Perché deviati? È venuto lo Stato’. Aveva ragione. E da lui, nel supercarcere di Ascoli Piceno, che in realtà non era il supercarcere di Ascoli Piceno ma il Resort Spa, si recano Francesco Pazienza, un faccendiere, il sottobosco della politica, i servizi, uomini della Democrazia Cristiana. E la cosa più straordinaria: per suggellare alla fine la trattativa con Raffaele Cutolo, che controllava le carceri e quindi poteva intimidire i brigatisti, si recano i due principali latitanti della camorra dell'epoca, Biagio Iacolare e Vincenzo Casillo, che poi salterà con un'autobomba a Roma. Ma non è che entrano in carcere per consegnarsi da latitanti: entrano in carcere per dire ‘non vi preoccupate, fuori dal carcere la trattativa la chiudiamo noi’. Entrano nel carcere ed escono dal carcere. Perché Cirillo doveva essere liberato e Moro no? Perché il compromesso storico ovviamente andava a modificare gli equilibri geopolitici e quindi la sovranità limitata del nostro Paese, a discapito della sudditanza americana”.

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Foto © Jamil El Sadi

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