Nessuna riqualificazione: in 21 pagine la suprema Corte, che ha respinto le misure sui beni dell’ex senatore richieste dai pg di Palermo, menziona il Cavaliere solo due volte
Avevano provato, in modo subdolo e maldestro, a risanare l’immagine di Silvio Berlusconi distorcendo una sentenza definitiva sui beni di Marcello Dell’Utri. Ma ora la Cassazione spiana ogni dubbio mettendo a tacere giornali e politici di destra: i rapporti del Cavaliere con Cosa nostra non sono smentiti.
"La Cassazione esclude qualsiasi legame tra Dell'Utri, Berlusconi e Cosa nostra”, questo il titolo con cui “Il Foglio” dava notizia della sentenza con la quale la Corte di Cassazione ha respinto il ricorso presentato dalla procura generale di Palermo contro la decisione della Corte d’appello palermitana che ha rigettato la richiesta di sorveglianza speciale e della confisca dei beni nei confronti di Dell’Utri e dei suoi famigliari. In 21 pagine di motivazione di sentenza, per Berlusconi, che viene citato solo due volte, non c’è alcuna riabilitazione giudiziaria. La vicenda processuale, del resto, è completamente distaccata e indipendente da quella inerente all’accusa di concorso esterno contro il senatore (conclusasi con la condanna a 7 anni) nella quale si accertavano i finanziamenti decennali dell’allora imprenditore di Milano agli uomini di Cosa nostra. Nella sentenza della quinta sezione della Corte di Cassazione, estremamente tecnica dal punto di vista giuridico, non risultano "elementi nuovi" e sono "generici" i ricorsi presentati dalla Procura e dalla Procura generale di Palermo sulla confisca dei beni, della moglie Miranda Ratti e dei tre figli.
I giudici non entrano nel merito delle contestazioni e diventa così definitiva la pronuncia del Tribunale di Palermo, sezione Misure di prevenzione, che aveva respinto la proposta dei pm di confisca dei beni e applicazione della sorveglianza speciale per 5 anni all'ex senatore. La Procura aveva ritenuto che conti, ville milionarie cedute o comprate a prezzi ritenuti molto generosi dall'amico Silvio Berlusconi, fossero del tutto sproporzionati rispetto alle capacità di reddito dell’ex senatore di Forza Italia che li avrebbe acquisiti grazie al legame con Berlusconi. Il tribunale di Palermo aveva rigettato la confisca "pur a fronte delle condanne irrevocabili riportate dal proposto" e di altri elementi perché non era emersa "l'attualità della sua pericolosità sociale". Come scrive il giudice relatore le misure di prevenzione erano state escluse "anche alla luce della data delle condotte rispetto agli acquisti dei beni e ai dati relativi ai flussi finanziari da Silvio Berlusconi a Marcello Dell’Utri e delle relative causali". Mancava poi "la dimostrazione della derivazione illecita dei beni intestati allo stesso Dell’Utri e ai suoi stretti congiunti".
Una delle ragioni "dell'origine radicalmente illecita del patrimonio del proposto", come dicono i pm, era legata "alle ingenti dazioni ricevute da Berlusconi". Ma il Tribunale aveva valutato negativamente, per la sua genericità, l'informativa della Dia di Firenze del 15 settembre 2021 e la relazione dei consulenti tecnici del pm. Per i giudici "le operazioni economiche che da esse sono emerse non consentivano di attribuire al proposto altri fatti di reato" e per la vendita di Villa Comalcione" del valore di 9 milioni, comprata da Berlusconi per 21 milioni, "il Tribunale aveva rilevato la genericità della ricostruzione nell'ottica di una intestazione fittizia dell'immobile". I proventi "furono comunque utilizzati per l'acquisto di una villa nella Repubblica Dominicana (nella lista dell'Ue sui paradisi fiscali)" e questo, assieme all'acquisto di Villa Otto, avrebbe evidenziato "la protrazione di Dell’Utri nell'agire illecito", tra "il linguaggio criptico utilizzato nelle conversazioni intercettate", il "continuo utilizzo di stratagemmi per mascherare le continue ingentissime provviste finanziarie ricevute da lui e dai suoi familiari e sempre sottaciute all'Autorità giudiziaria".
Foto © Imagoeconomica
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