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L’intervento dell’ex magistrato al convegno di ANTIMAFIADuemila “Politica & Malaffare: l’unica separazione utile ai cittadini”

La posta in gioco del referendum sulla separazione delle carriere viene descritta dall'ex procuratore generale come una “emergenza democratica”: il “No” significa rifiutare lo smantellamento delle tutele costituzionali e opporsi al tentativo di mettere la magistratura “sotto il tallone della politica”. Così l'ex magistrato Roberto Scarpinato - oggi senatore M5S - intervenuto ieri sera al convegno “Politica & Malaffare: l’unica separazione utile ai cittadini” organizzato da ANTIMAFIADuemila, con il contributo del Movimento 5 Stelle, presso il teatro “Al Massimo” di Palermo.
"Quello che è intollerabile è che questa maggioranza governativa di cui fanno parte componenti politiche, eredi del mondo del piduismo, dell'alta mafia, cioè di quei mondi che hanno ostacolato in tutti i modi Falcone e Borsellino, che li hanno delegittimati con martellanti campagne di stampa, che li hanno ridotti all'impotenza, pretendono oggi di appropriarsi strumentalmente della memoria di Falcone e di Borsellino, sostenendo che essi erano d'accordo con Silvio Berlusconi, padre spirituale della riforma e della separazione delle carriere. Lo stesso Berlusconi, che sia Falcone che Borsellino, sapevano avere rapporti con i mafiosi. Giù le mani da Falcone e da Borsellino! Lasciateli riposare in pace dopo che li avete tormentati in vita!" ha gridato l'ex procuratore generale di Palermo. Scarpinato ha poi analizzato l’attuale classe dirigente italiana, “una cricca” i cui membri oggi “non avvertono più la necessità di nascondersi”. Basti pensare alla permanenza in politica di “condannati come Dell’Utri e Cuffaro”. Quest’ultimo - ha aggiunto - era “pronto a ricandidarsi di nuovo come governatore”.
L’ex magistrato ha denunciato una “sintonia culturale” tra vertici politici regionali e nazionali, in cui imputati o condannati per mafia e corruzione vengono presentati come “vittime di abusi giudiziari”. Addirittura, i magistrati sono appellati come “nemici” - persino “killer” - mentre mafiosi e corrotti vengono descritti come perseguitati dalla giustizia. "La Sicilia è sempre stata e resta tutt'oggi una degli architravi del sistema di potere nazionale. Il blocco sociale che si aggrega intorno al nucleo portante della borghesia mafiosa e paramafiosa continua a avere oggi, come ieri, un peso politico, un potere di negoziazione in grado di condizionare gli equilibri politici nazionali. E questo governo nazionale si regge sui voti di questo blocco sociale. E dobbiamo anche essere consapevoli che tutto quello di cui stiamo parlando non è riducibile a questione morale, non è riducibile a questione giudiziaria. Nel nostro Paese la questione criminale è inestricabilmente connessa alla questione dello Stato e della democrazia perché quote consistenti della classe politica esercitano il potere con modalità criminali che si declinano nella forma della corruzione, del lobbismo, dei segreti matrimoni di interesse con le mafie. La situazione, quindi, è più grave rispetto al passato", ha detto Scarpinato.

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