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Salvatore Riina è deceduto il 16 Novembre 2017 alle 3,37 nel reparto detenuti del carcere di Parma. Era in coma farmacologico dopo due interventi chirurgici. 
Riina, rinchiuso al 41 bis dal 15 gennaio '93, quando venne arrestato dopo una latitanza durata 24 anni. Stava scontando 26 condanne all’ergastolo dopo aver commesso stragi (tra le quali quella di viale Lazio, gli attentati del ’92 in cui persero la vita Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e quelli del 1993 a Milano, Roma e Firenze) ed omicidi efferati.
Intercettato in carcere durante il passeggio con il compagno d’ora d’aria, Alberto Lorusso, “La belva” (così è soprannominato), oltre a rivendicare le stragi e a vantarsi di aver fatto fare la "fine del tonno" a Falcone era tornato a minacciare magistrati in vita. Nel 2013 venne infatti intercettato durante l'ora d'aria con il suo compagno di cella Alberto Lorusso mentre additava come prossimo obiettivo a cui far fare “la fine del tonno” il magistrato Nino Di Matteo, pm di punta al processo sulla trattativa Stato-mafia.
Ma chi era veramente Salvatore Riina?
La verità su tanti fatti, forse, è racchiusa nel famoso archivio di documenti che Riina avrebbe avuto nel suo covo. Documenti che come Totò u curtu ripeteva, secondo quanto detto dai pentiti, “avrebbero potuto far crollare l’Italia” e sui quali sono state fatte diverse ipotesi. 

"Mi hanno cercato loro per trattare"

Io non ho cercato nessuno, erano loro che cercavano me, per trattare”. “A me mi ha fatto arrestare Provenzano e Ciancimino, non come dicono i carabinieri”. Così avrebbe detto Totò Riina, interloquendo con alcuni agenti del Gom (Gruppo operativo mobile, reparto mobile della polizia penitenziaria). Di queste parole hanno riferito in aula, al processo trattativa Stato-mafia, Michele Bonafede e Francesco Milano. I due erano già stati ascoltati dalla Procura di Palermo dopo che gli stessi avevano redatto una relazione di servizio in cui si riportavano le affermazioni del boss corleonese, all'epoca ancora detenuto presso il carcere Opera di Milano. Così le confidenze del capomafia, fatte in due diverse occasioni (il 21 e il 31 maggio 2013) sono finite agli atti del processo. Date particolari se si considera che proprio il 27 maggio 2013 è il giorno in cui ha avuto inizio ufficialmente il processo davanti alla seconda sezione della Corte di Assise del Tribunale di Palermo, presieduta da Alfredo Montalto

La Falange armata a Totò Riina: “Chiudi quella maledetta bocca”

“Chiudi quella maledetta bocca” è una delle frasi contenute nella lettera che – come si apprende dalle colonne di Repubblica – era stata inviata al carcere Opera di Milano. La missiva era indirizzata a Riina, che durante l'ora d'aria in compagnia di Lorusso emanava ordini di morte al pm Nino Di Matteo e agli altri magistrati del processo trattativa, Roberto Tartaglia, Francesco Del Bene e Vittorio Teresi
La lettera, firmata dalla Falange armata, prosegue sugli stessi toni: “Ricorda che i tuoi familiari sono liberi”, e infine: “Per il resto stai tranquillo, ci pensiamo noi”. La lettera non è mai arrivata nelle mani del boss corleonese, i cui inquietanti messaggi intercettati nell'ultimo periodo sono stati sequestrati dalle procure di Palermo e Caltanissetta.

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