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La morte del maresciallo Vincenzo Li Causi, nato a Partanna, 22 novembre 1952, avvenne durante una misteriosa imboscata del 12 novembre 1993 a Balad, in Somalia. Si tratta di un altro capitolo irrisolto della storia del nostro Paese. Uomo di punta del Sismi, membro di Gladio (struttura paramilitare segreta del tipo stay behind) ed a capo del tanto famoso, quanto misterioso, Centro Scorpione nel trapanese dal 1987 a tutto il 1990. 
Li Causi era uno esperto di telecomunicazioni, è stato un incursore della Marina e frequentò la scuola sottoufficiali dell’Esercito. Questi sono i percorsi professionali conosciuti. Poi inizia un’altra carriera, quella più celata e oscura, all’interno del Sismi, il servizio segreto militare, quando aveva appena 22 anni. La sua carriera all’interno dell’intelligence è brillante e fulminea. Nonostante il suo grado di sottoufficiale raggiunge presto posizioni operative di grande importanza e soprattutto molto delicate. La sua storia si intreccia con quella della giornalista Ilaria Alpi (anch'essa eliminata in Somalia assieme al collega Miran Hrovatin) o con quella di Marco Mandolini (parà della Folgore che venne brutalmente assassinato il 13 giugno 1995 sulla scogliera del Romito, a Livorno).
La carriera di Li Causi tra gli anni Ottanta e Novanta fu fulminante. Come lui stesso rivela nei suoi interrogatori a soli 22 anni era parte dei gruppi specializzati. Entra nel Sid e nel 1975 è già un istruttore di Gladio. Fu un uomo di punta del servizio segreto militare in una spedizione in Perù, non ufficialmente autorizzata dal Governo, per portare armi; aveva partecipato alla liberazione del generale Dozier, rapito dalle Br; divenne uno dei capi del Centro Scorpione di Trapani, nato ufficialmente per 'combattere il comunismo'".
In Somalia viene mandato nel settembre 1993, poco dopo che fu sciolta la "Settima divisione degli Ossi" (acronimo di Operatori speciali servizi italiani, ndr) del Sismi. 

La Morte in Somalia

Li Causi muore nel contesto della Missione Ibis II.
Gli attori presenti alla scena dell’agguato di quel 12 novembre erano Alessandro Mantuano, il comandante Gianfranco Colosimo, Giulivo Conti detto Ivo, insieme a Baldassarri e Li Causi. Tutti erano a bordo di un mezzo militare VM-90. Nelle loro testimonianze i militari raccontano di essere stati affiancati da un camion di somali che cercavano protezione. Ad un certo punto, però, dei ribelli avrebbero sparato a distanza costringendo il camion a fermarsi. A quel punto sarebbe sceso Giulivo Conti da un lato, mentre Li Causi sarebbe salito sopra la torretta. Tutti hanno affermato che Li Causi avrebbe riconosciuto qualcuno dicendo in italiano 'tu che ci fai qui'? Nel momento in cui si abbassa per chiedere un mitra viene colpito alle spalle da un colpo dal basso verso l'alto.
Oggi la certezza che quel colpo non proveniva dagli AK-47, che erano le armi generalmente usate al tempo in Somalia, ma da un fucile di precisione. Ciò lo ricaviamo dal foro di uscita e di entrata del proiettile che colpì Li Causi.
Un altro dato è che in quei giorni Li Causi era particolarmente nervoso: voleva tornare in Italia ma gli era stato spostato il volo dal 7 al 14 novembre. Al tempo Li Causi era stato spostato in Somalia per far calmare le acque dello scandalo Gladio.
Era stato già sentito da più procure e in quel momento aveva capito che non lo facevano partire per incastrarlo. Questo lo fa innervosire tanto che in caserma si sfoga con Pollari al quale dice: "Basta mi sono stufato, vogliono farla pagare solo a me. Dico tutto. Muoia Sansone con tutti i Filistei".
Un altro mistero riguarda poi l'assenza di un'autopsia che potesse certificare il motivo per cui è morto Li Causi (ufficialmente per infarto dopo aver raggiunto la caserma). E ancora oggi non si sa chi ha realmente sparato allo 007. Certo è che sul caso con l'archiviazione fu messa quasi una pietra tombale. Un'archiviazione che venne applicata nonostante il tentativo della Procura di Roma di arrivare ad una verità, anche tramite rogatorie internazionali. 

Il centro "Scorpione di Trapani" il fallito attentato all'Addaura

Immediatamente prima e immediatamente dopo il fallito attentato vi furono due operazioni Gladio, della rete ‘Stay Behind’ della NATO, che prevedeva l’impiego di esplosivo. Il materiale bellico utilizzato per l'attentato a Giovanni Falcone presso la sua villa all'Addaura del 20 giugno 1989 potrebbe essere collegato al "centro Scorpione" e riportato in due documenti del centro, classificati “riservatissimo”, e prodotti nel processo sulla morte del giornalista Mauro Rostagno. Il primo documento è datato 18 giugno 1989. Il secondo, 24 giugno 1989. Nel primo (a distruzione immediata) si autorizzava l’inizio di un’esercitazione denominata “Domus Aurea”. E spicca la località Torre del Rotolo, sita, appunto, vicino alla villa di Giovanni Falcone. Il secondo documento, che si colloca tre giorni dopo il fallito attentato, indica nella stessa area il recupero del materiale utilizzato nell’esercitazione (che stavolta cambia il suo nome in “Demage Prince”), nello specifico si parla di tute da sub e “relativo materiale esplodente eventualmente in avanzo da esercitazione”. La stessa tipologia di materiale rinvenuta sugli scogli quel 21 giugno che serviva a uccidere Falcone. I due documenti sono importanti perché da una parte potrebbero confermare il fatto che Marco Mandolini e Vincenzo Li Causi, capo del “centro Scorpione” ammazzato il 12 novembre del 1993 in Somalia, effettivamente si conoscevano. E dall’altro suggerire che entrambi sarebbero stati eliminati per via del background comune di informazioni sensibili che hanno appreso negli anni precedenti. E quindi che la scia di sangue che lega Li Causi a Mandolini - del resto il primo indagava sull'assassinio del secondo - potrebbe affondare le proprie radici non solo in quanto avvenuto in Somalia, nel corso dell’operazione “Ibis”. 

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