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Nella nuova puntata di “Duemila Secondi”, il podcast firmato da ANTIMAFIADuemila, i redattori Jamil El Sadi e Luca Grossi affrontano due temi di estrema attualità: l’inchiesta della procura di Palermo su Salvatore Cuffaro e l’arresto in Libia del torturatore Osama Almasri, già ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra. Al centro del podcast, l’indagine per corruzione che coinvolge Salvatore Cuffaro, ex presidente della Regione Sicilia, già condannato in via definitiva a 4 anni e 11 mesi per favoreggiamento a Cosa nostra. Secondo i magistrati, Cuffaro sarebbe stato “il regista di un’associazione a delinquere finalizzata a pilotare appalti e concorsi pubblici, sfruttando le proprie relazioni politiche con l’obiettivo di tornare a candidarsi alla presidenza della Regione”. “Siamo davanti, nuovamente, al sistema della Prima Repubblica - spiegano El Sadi e Grossi -. Dalle intercettazioni emerge che non era Cuffaro a cercare le persone, ma erano gli altri a cercare lui. È un catalizzatore di potere, una figura che, nonostante tutto, continua ad avere un’influenza enorme nella politica siciliana”. Dopo la scarcerazione, Cuffaro non si è mai realmente allontanato dai palazzi del potere. Con la fondazione della Nuova Democrazia Cristiana, ha ricostruito in pochi anni una rete capillare di consenso: consiglieri in tre comuni siciliani, presenza nel municipio di Palermo, e un ruolo determinante - insieme a Marcello Dell’Utri - nel sostegno alla candidatura del sindaco Roberto La Galla.
Un percorso che, secondo le carte dell’inchiesta, avrebbe avuto come traguardo finale il ritorno alla guida della Regione, nonostante le ripetute dichiarazioni di disinteresse a una nuova candidatura. “È il sintomo di una mala politica - aggiungono i redattori - che non lavora per il bene dei cittadini ma per la conservazione del potere. Le inchieste seguiranno il loro corso, ma è necessario un risveglio civile e una presa di responsabilità collettiva”. 

L’arresto di Osama Almasri: l’ombra dei rapporti con l’Italia

Un altro tema affrontato nella puntata è l’arresto, avvenuto in Libia, del torturatore Osama Almasri, figura chiave delle violenze nei centri di detenzione per migranti e già ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra contro l’umanità.
Un caso che torna a scuotere anche la politica italiana, dopo che, lo scorso gennaio, Roma aveva disposto il rilascio e il rimpatrio di Almasri, nonostante le accuse gravissime a suo carico. Secondo quanto ricordato dall’avvocato Li Gotti, l’arresto potrebbe ora far emergere “accordi inconfessabili” tra il governo italiano e il boia libico (qualora questi decidesse di parlare). Accordi che avrebbero garantito ad Almasri una sorta di intoccabilità diplomatica.
Abbiamo un governo di destra fascista che si fa beffa del diritto - commentano El Sadi e Grossi -. È un insulto ai cittadini e alle istituzioni, soprattutto per un Paese come l’Italia, che ha ospitato la firma dello Statuto di Roma della Corte penale internazionale”. Una domanda, più che legittima, aleggia tra gli inquirenti e l’opinione pubblica: l’arresto di Almasri da parte delle autorità libiche è stato davvero un atto di giustizia o una mossa per chiudere la partita, evitando la consegna all’Aja? 

Sigfrido Ranucci: da testimone a inquisito

In chiusura, “Duemila Secondi” dedica spazio anche alle audizioni del giornalista Sigfrido Ranucci, conduttore di Report, dopo l’attentato subito il 16 ottobre.
Due audizioni che, come sottolineano i redattori, si sono trasformate in momenti “imbarazzanti”, durante i quali Ranucci - anziché essere tutelato come vittima di intimidazioni - è stato incalzato da domande pretestuose e fuori luogo da parte dei parlamentari di maggioranza. Un clima che alimenta, ancora una volta, il sospetto di una politica più interessata a delegittimare il giornalismo d’inchiesta che a difendere la libertà di stampa. 

Segui il PODCAST: "Duemila Secondi"

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