Sono molti i miseri che girano attorno al caso del ‘suicidato’ Nino Gioè, trovato morto nella sua cella nel carcere di massima sicurezza di Rebibbia.
Voleva collaborare con i magistrati?
Cosa poteva dire sulle stragi di Capaci e di via d’Amelio?
Cosa è accaduto quella notte in quella cella?
Alcune ipotesi, ancora al vaglio degli inquirenti, sono state avanzate da Pietro Riggio, il pentito nisseno che dal 2018 ha avviato una nuova fase della propria collaborazione con la giustizia raccontando una serie di circostanze sulla strage di Capaci, è tornato sul punto nel processo Stato-Mafia il 26 ottobre 2020 con rivelazioni roboanti.
Rispondendo ad una domanda specifica del sostituto Pg Barbiera, Riggio ha poi ribadito di aver saputo che la morte di Nino Gioé non è ascrivibile alla voce "suicidi". In quel tragico anno del 1993 Riggio si sarebbe trovato molte volte a Roma in quanto membro della Commissione paritetica per i trasferimenti presso il ministero della Giustizia. Ed è in quella veste che sarebbe venuto a conoscenza di una serie di azioni effettuate all'interno delle carceri. "C'era un modus operandi a dir poco barbaro - ha detto intervenendo in video conferenza - i detenuti venivano picchiati sistematicamente con metodi quasi nazisti. Io lo so che la polizia penitenziaria aveva delle direttive ben precise e so che lo Stato copriva in quel momento la polizia penitenziaria qualsiasi cosa fosse accaduta. A Roma ho avuto modo di raccogliere le lamentele dei colleghi di Rebibbia e di quelli che avevano avuto a che fare con questo. Una sera parlando con un mio collega, Gianfranco Di Modugno, un pari corso mio, parlai anche della morte di Gioé. Tutti sapevano che non si era suicidato. Mi racconta Di Modugno che Gioé, il giorno in cui decise di voler collaborare, aveva fatto una lettera. Non la lettera che fu ritrovata, ma un'altra ben precisa in cui accusava e faceva dei nomi; dove parlava di stragi e dei contatti con servizi segreti con cui lui aveva avuto a che fare".
Alla richiesta di approfondimento da parte del Presidente Pellino sulla lettera scomparsa di Gioé ha poi aggiunto: "Da quel che mi fu riferito la seconda era falsa o comunque meno importante della prima. Era comunque scritta da Gioé".
Riggio ha spiegato che in quell'occasione sarebbe stato chiamato il colonnello Ragosa: "Lui era quello che se c'era un problema veniva investito. Lui andava e con le sue metodologie, buone o cattive, doveva risolvere un problema. E così avvenne con Gioé".
Nello specifico il pentito nisseno ha riferito l'esistenza di una vera e propria squadra di agenti "persone fidate, in mimetica, che arrivano all'interno delle sezioni, si prendono le chiavi e mandano tutti fuori. I miei ex colleghi devono avere il coraggio di dire che sono stati mandati via e sono entrate altre persone e si sono appropriate della sezione. Devono avere la dignità di parlare, perché è il momento di poter parlare. Loro sono stati esautorati e nessuno sa cosa è successo là dentro". Rivolgendosi alla Corte ha anche raccontato l'esistenza del cosiddetto metodo 'della scala'. "In poche parole - ha spiegato - per far parlare un detenuto o minacciarlo, loro mettevano una corda al collo del detenuto e tiravano dal basso verso l'alto e non il contrario, come si può pensare quando il detenuto si impicca e va dall'alto verso il basso. E per non legargli le mani e lasciargli dei segni, usavano dare dei pugni nel costato in modo che il detenuto, o chi si trovava in quei frangenti, non poteva tenersi per divincolarsi nella corda, perché tendeva a pararsi nel costato mentre loro tiravano con la corda. Un metodo che usavano sin dal 1980, come mi fu riferito dall'ispettore Lo Brutto Antonio, nel carcere militare. Questi erano i metodi da Gestapo usati in quel periodo". La morte di Gioè non è stata solo ‘provvidenziale’ per certi apparati dello Stato che vogliono impedire che venga alla luce la verità sulle stragi del 1992-’93; è stata anche una ‘lezione’ per tutti gli altri detenuti eccellenti. L’ex procuratore generale di Palermo e oggi senatore Roberto Scarpinato lo aveva spiegato durante una conferenza organizzata da questo giornale nel 2021: “L'omicidio di Gioè in carcere, l'omicidio di Luigi Ilardo sono state la lectio magistralis, un’esibizione di potenza straordinaria che ha chiuso e tappato le bocche. Biondino, Bagarella, Graviano, Madonia che stanno in carcere sanno che c'è un potere che è in grado di entrare nelle carceri e di ucciderli. Sanno che hanno dei figli, un'auto pirata può investire un figlio che si trova in mezzo alla strada. Quindi in qualche modo quelle lectio magistralis sono state un atto di intimidazione che ha cucito le bocche”.
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