Il procuratore di Prato a Repubblica e Domani: "Nessuno affronta i temi reali della nostra giustizia"
In questi giorni il procuratore capo di Prato Luca Tescaroli ha rilasciato interviste in cui commenta la riforma della Giustizia. “Prima ancora di una qualsiasi opinione, credo sia opportuno farsi una domanda: perché? – dice a la Repubblica - Ma davvero qualcuno può pensare che i problemi della giustizia in Italia si risolvano con la separazione delle carriere? Davvero crediamo che la priorità per i cittadini fosse dividere le carriere dei pubblici ministeri e dei giudici?”.
Il magistrato invita a spostare l’attenzione dalle questioni di principio a quelle concrete che, ogni giorno, paralizzano il sistema. “Da operatore della giustizia – aggiunge – vedo, sinceramente, ogni giorno altri tipi di problemi che restano irrisolti: la mancanza di personale, l'arretrato, i tempi dei processi. Così si genera un imbuto e si nega ai cittadini il diritto a risposte certe di giustizia. Queste dovrebbero essere le priorità. E invece nessuno parla di questo, con grande piacere di qualcuno”.
Quel “qualcuno”, spiega Tescaroli, è la criminalità organizzata, che continua a rappresentare una minaccia concreta anche nelle sue nuove forme. “Parlo del territorio nel quale lavoro, e dunque non soltanto di quella italiana ma anche di quella cinese o albanese – continua –. La risposta dello Stato deve essere forte, efficace, tempestiva. Ma per esserlo serve un sistema giudiziario che funzioni. Non una magistratura indebolita”.
Pur riconoscendo che “la riforma della giustizia è frutto di un percorso democratico che va pienamente rispettato”, Tescaroli manifesta preoccupazione per le possibili conseguenze sul piano dell’autonomia. “Non tocca a me giustificarla: spetta alla politica. Tuttavia, se davvero dovesse essere attuata così come è concepita, nutro un forte timore che possa compromettere l'autonomia e l'indipendenza della magistratura, che sono un presidio del principio di eguaglianza dei cittadini”.
Il procuratore di Prato ricorda come il conflitto tra politica e magistratura sia una costante nella storia repubblicana. “È vero – dice Tescaroli – è un fenomeno ricorrente nella storia repubblicana. Ma non arriva per caso. Ogni volta che la magistratura ha toccato il potere, è arrivata la reazione. Ma lo scontro non è tra cittadini e magistrati. È tra potere e giustizia”.
Nel corso delle interviste il Procuratore parla anche del suo ultimo libro “Il biennio di sangue: 1993–94. Le menti e gli esecutori materiali degli attentati di Cosa nostra nel continente” (ed. PaperFirst), in cui Tescaroli ricostruisce gli anni delle stragi e le inquadra in un più ampio piano di ricatto allo Stato. “Ci sono sentenze definitive che riconoscono in maniera incontrovertibile che vi è stata un'azione da parte di Cosa nostra per condizionare la politica legislativa del governo e del parlamento - spiega -. La corte d'assise di Firenze nel 1998, la corte d'assise d'appello nel 2001 e la Cassazione nel 2002 hanno accertato che la finalità ricattatoria era insita nel movente delle stragi del biennio 1993-1994”. “Lo stragismo si è esaurito nel ’94 quando è mutato lo scenario politico – aggiunge -. Sono più di centocinquantanni che nel nostro Paese esiste una convivenza tra plurime organizzazioni mafiose e lo Stato. È un dato poco comprensibile se lo leggiamo con logiche manichee di bene e male. Lo stato è più forte, dispone di mezzi infinitamente superiori, eppure questa coesistenza si è prodotta. Vi sono anelli di collegamento tra esponenti mafiosi e appartenenti allo stato che hanno consentito alle mafie di ottenere risultati qualitativamente più significativi. E vi è un consenso sociale che alimenta le organizzazioni criminali, un consenso che si nutre di distrazione, connivenza, tolleranza. Le mafie prediligono il silenzio. Non vogliono che si parli di droga, di estorsioni, di riciclaggio. Se si mutasse l'atteggiamento, se ci fosse maggiore informazione, una presa di coscienza collettiva, queste strutture verrebbero isolate”.
Uno scenario diverso dal trend degli ultimi anni in Italia. Soprattutto dopo l’operazione di santificazione dell’ex senatore Dell’Utri, con la mistificazione di sentenze definitive. “Si tenta di riscrivere le vicende, di confondere l'opinione pubblica anche sul processo Dell'Utri. Ogni riduzione di memoria indebolisce lo Stato. Si tende a oscurare i dati accertati, a dimenticare la storia giudiziaria delle stragi – conclude -. E la politica, in questo clima, dovrebbe vigilare, non lasciarsi trascinare”.
Foto © Imagoeconomica
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