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"Sono oltre 150 anni che nel nostro Paese esiste una convivenza tra lo Stato e plurime realtà mafiose”. Come è stato possibile? “Secondo una logica manichea che contrappone il bene al male e se il bene è rappresentato dallo Stato e il male dagli appartenenti alle strutture mafiose è inconcepibile che questa convivenza vi sia nonostante la repressione e vi sia nonostante lo Stato disponga di molti più mezzi rispetto alle strutture mafiose". Perché questa convivenza? “La risposta non è semplice. Due punti evidenti. Il primo è che la realtà dei processi celebrati ci ha dimostrato che la linea di discrimine tra il bene e il male, cioè tra lo Stato e le strutture mafiose, non è così netta. Vi sono anelli di collegamento che consentono alle strutture mafiose di raggiungere risultati qualitativamente più elevati rispetto a quelli che potrebbero ottenere come mere congreghe di criminali, uccidendo, trafficando in droga, in armi, incendiando, estorcendo il pizzo alla gente. E quindi bisogna cercare di concentrare gli sforzi per recidere questo anello di collegamento. Impedire che ciò esista. E l'altro dato è quello relativo al fatto che le strutture mafiose del nostro Paese, che sono poliedriche, contano sul consenso sociale, contano sulla popolazione, sulla paura che riescono a erogare, sulla indifferenza”.
A parlare è Luca Tescaroli, Procuratore capo di Prato ed autore del libro "Biennio di sangue". Intervenendo a Cordenons, dove è stato presentato il libro edito da Paper First, il magistrato ha eseguito un’attenta e puntuale disamina di tutto il contesto stragista di Cosa nostra dei primi anni ’90. 
Nel corso del suo intervento ha ricordato le finalità politiche di quelle bombe al patrimonio artistico e culturale del nostro Paese che hanno provocato 12 vittime e oltre 80 feriti: quindi la chiusura delle supercarceri di Pianosa e Asinara, la neutralizzazione del 41bis, il contenimento della legge sui pentiti e sulla confisca dei beni. Tutti strumenti chiave in mano allo Stato e che la strategia stragista mafiosa è riuscita ad eliminare o depotenziare negli anni. “Questa sera abbiamo parlato delle stragi del 93, del 94, di quelle che si sono verificate l'anno precedente. Conosciamo i nomi di molti responsabili, conosciamo le ragioni, molte delle ragioni di quell’agire e sono risultati importanti che non vanno sottovalutati”, ha ricordato Tescaroli. “Utilizzando una metafora, immaginiamo un bicchiere. Quel bicchiere è quasi pieno, ne manca una porzione”, ha commentato. Quella parte vuota è rappresentata dai volti dei mandanti esterni delle stragi e dai pezzi di verità mancanti su altri delitti eccellenti e su altre stragi, “come l’omicidio di Piersanti Mattarella o la strage dell’Italicus”, ha affermato Tescaroli. “Se svolgiamo un'analisi retrospettiva nel passato più remoto molte sono le stragi ancora senza un perché, senza un responsabile, così come gli omicidi eccellenti”. “Senza verità completa non c'è giustizia. Quindi occorre continuare a lavorare, per trovare le ulteriori responsabilità”. 
Come arrivare a ciò? "Occorre uno scatto d'orgoglio da parte di tutti i cittadini, da parte degli esponenti delle istituzioni, perché il problema della mafia venga posto in vetta alle priorità di ogni rappresentante delle istituzioni e i cittadini lo devono pretendere. - ha aggiunto - Perché ci deve essere una sollevazione dinnanzi all'agire e alla presenza degli esponenti mafiosi che molte volte sono conosciuti dalla popolazione perché i mafiosi non vogliono apparire e entrare nella conoscenza collettiva e non si vuole che vengano dipinte e descritte le loro gesta ma sanno di essere riconosciuti nel territorio in cui vivono e quindi bisogna parlarne di questo problema, bisogna dire chi sono i mafiosi, bisogna evidenziare i rapporti che i mafiosi hanno nel nostro contesto in cui viviamo”. In questo sforzo, fondamentale è il ruolo dell’informazione e di “incontri come questo”. 
“D’altra parte, si tratta pur sempre di fenomeni umani, di aggregazioni umane, di relazioni umane che, come tali, sono mutevoli. Giovanni Falcone diceva che la mafia è un fattore umano, ha avuto un inizio e avrà una fine. Come non condividere questa considerazione?”, ha commentato il magistrato. “E’ quello che noi tutti vorremmo ma perché ciò accada, lo vogliamo davvero volere e attuare tutti attraverso l'esercizio di tutte le prerogative di cui i cittadini dispongono. E sono persuaso - ha concluso -, perché voglio essere ottimista, che le cose possono migliorare e cambiare e quell'obiettivo un giorno lo potremo davvero raggiungere”. 

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