Il senatore ricorda le indagini condotte con il magistrato e le “resistenze” riscontrate: “La nostra posizione era quella di acquisire tutti gli atti di Gladio”
I nuovi risvolti dell’inchiesta di Palermo sull’omicidio del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, con l’arresto per depistaggio dell’ex funzionario di Polizia Filippo Piritore (per aver contribuito, secondi i pm, nella sparizione del guanto in palle rinvenuto nell’auto dei killer), hanno riacceso l’attenzione dell’opinione pubblica su un delitto politico di cui, tuttora, non si conoscono i moventi e i volti dei responsabili. Eppure le ombre che si celavano dietro l’agguato del 6 gennaio 1980 erano già state intraviste più di 30 anni fa da Giovanni Falcone, che indagò sul caso e ne discusse in commissione parlamentare antimafia, prima nel 1988 e poi nel 1990: “L’indagine è estremamente complessa perché si tratta di capire se e in quale misura 'la pista nera' sia alternativa rispetto a quella mafiosa, oppure si compenetri con quella mafiosa”, disse nell’88. 
Strage di via d’Amelio: le auto devastate raccontano l’attentato mafioso del 19 luglio 1992 in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e i membri della sua scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina © Imagoeconomica
Falcone aveva individuato la possibilità che ad eseguire l’attentato fossero i neofascisti, non escludendo, comunque, il ruolo di Cosa nostra. Del giallo Falcone indagava insieme a Roberto Scarpinato, oggi senatore del M5S. Il magistrato parlò delle scoperte investigative di Falcone una settimana circa dopo la strage di via d’Amelio al Csm, dove vennero ascoltati anche i colleghi della procura di Palermo Antonio Ingroia, Vittorio Teresi e Ignazio De Francisci. Esattamente il 29 luglio ’92. I verbali di quelle audizioni furono secretati, ricorda questa mattina Il Fatto Quotidiano. Il Csm li desecretò solo nel 2017, occasione del 25° anniversario delle stragi del ’92, e solo quelli riguardanti i due magistrati uccisi. A proposito di Falcone e dell’indagine sull’omicidio del presidente della Regione, Scarpinato affermò che Falcone voleva trovare riscontri nell’archivio di Gladio, ma il procuratore Giammanco lo ostacolava:
Giovanni Falcone e Pietro Giammanco © Shonha
“C’è una riunione alla quale partecipa il Procuratore Pietro Giammanco, Falcone dice in tono acceso a Giammanco: ‘Io non condivido il tuo modo di gestire l’ufficio’ (con riferimento al processo per gli omicidi politici di Reina, Mattarella e La Torre, ndr). I problemi con Giammanco - spiegava Scarpinato, che insieme ad altri colleghi della procura firmò una lettera di dimissioni per l’assoluta mancanza di sicurezza e per la gestione degli uffici da parte del procuratore - si ponevano quando si passava in materia di mafia a livelli superiori. Per esempio il caso Gladio. Accade in particolare che un estremista di destra, di Palermo, dichiara alla televisione che lui faceva parte di un’organizzazione clandestina che era simile a quella di Gladio, che aveva avuto il compito di seguire alcuni personaggi politici siciliani (tra cui Mattarella, ndr). (…) La posizione di Falcone e mia era quella di acquisire tutti gli atti di Gladio (…). Le resistenze erano talmente avvertite da Falcone che disse: ‘A questo punto io vi rimetto la delega, occupatevene voi’. Alla fine si decide che - continuava nella ricostruzione Scarpinato - Falcone sarebbe andato nella sede dei servizi segreti a guardare gli atti e a verificare se per caso c’era qualcosa che ci poteva interessare. Si decise di affiancarlo con il collega Pignatone (l’ex procuratore di Roma, ndr), fatto che lui visse come una specie di mancanza di fiducia e ricordo che io rimasi insoddisfatto perché dissi: ‘Come si fa nell’arco di pochi giorni a visionare tutti questi atti, a memorizzarli e a prendere in considerazione tutti i fatti che ci possono essere utili in questo processo. Può darsi che un nome che in quel momento non dice assolutamente niente, tra 15 giorni può essere rilevante”. 
Roberto Scarpinato © Paolo Bassani
Tornando all’attualità, le indagini della procura di Palermo vanno avanti a pieno ritmo. La procura guidata da Maurizio de Lucia, ha iscritto sulla lista degli indagati i boss di Cosa nostra Giuseppe Lucchese e il potente Nino Madonia, uomo in collegamento con i servizi segreti e custode di molti dei segreti dell’organizzazione. Intanto l’ex funzionario della Mobile Filippo Piritore, che la procura ritiene essere stato amico di Bruno Contrada (ex numero due del Sisde) e che in qualità di suo superiore (all’epoca Contrada era capo della Squadra Mobile di Palermo) lo avrebbe informato del ritrovamento del guanto, ha deciso di fare ricorso al tribunale del Riesame Filippo Piritore per la misura cautelare disposta dal gip.
Fonte: Il Fatto Quotidiano
Foto di copertina © Archivio Letizia Battaglia
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