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di Giorgio Bongiovanni

Le bombe del '92-'94: i punti irrisolti nell’analisi del Procuratore della Repubblica di Prato


L'Italia è il paese delle stragi fasciste, delle bombe mafiose, degli omicidi eccellenti e dei ricatti; un paese avvolto da misteri e verità nascoste. Pochi cercano queste verità, mentre molti ne ostacolano la ricerca. Tra chi ha dedicato la propria vita a indagare su questi eventi c’è il magistrato Luca Tescaroli, già procuratore aggiunto a Firenze e oggi procuratore capo a Prato. Nel suo saggio "Il biennio di sangue" (edito da Paper First), Tescaroli ricostruisce con precisione la guerra subdola e feroce che ha insanguinato l’Italia dall’inizio degli anni ’70 fino al fallito attentato allo Stadio Olimpico. Le stragi neofasciste e mafiose, orchestrate da menti criminali e sostenute da complicità ancora oggi non pienamente chiarite, hanno segnato un’epoca di terrore, destabilizzazione e trattative inconfessabili. Sebbene la magistratura abbia esaminato a fondo quel periodo - mai davvero concluso e ancora presente - molti interrogativi restano aperti e molte verità attendono di essere scoperte. Nel saggio Luca Tescaroli non si addentra nelle inchieste ancora in corso, ma prende le mosse dalle sentenze passate in giudicato, offrendo al lettore una base solida e documentata da cui partire. Un aspetto cruciale, evidenziato nella quarta di copertina, merita attenzione: “Il nostro ufficio - spiega Tescaroli, riferendosi alla procura di Firenze - è stato oggetto di attacchi istituzionali e mediatici senza precedenti, a ogni livello, a causa dei doverosi approfondimenti condotti, rendendo ancor più arduo il percorso verso la verità”. Questi attacchi sono giunti in particolare da esponenti di Forza Italia - partito fondato dalla mafia - e da libellisti di testate come Il Riformista, Il Foglio e Il Dubbio. Costoro hanno cercato di screditare i magistrati, “colpevoli” di aver indagato sull’ex generale del ROS dei Carabinieri Mario Mori (ex direttore dei servizi segreti civili durante il primo governo Berlusconi) in relazione alla strage di via dei Georgofili. Il copione si ripete, stantio, in un paese ancora ostaggio di un sistema criminale integrato, dove la verità viene negata e chi la cerca è attaccato, emarginato o, in alcuni casi, assassinato. 

I mandanti esterni delle stragi del 1992-'94

Con uno stile sintetico e incisivo, il magistrato Luca Tescaroli ripercorre la “strategia della tensione” che insanguinò l’Italia negli anni ’70 e ’80. Attentati neofascisti come Piazza Fontana (1969), Peteano (1972), Piazza della Loggia (1974), il treno Italicus (1974) e la stazione di Bologna (1980) seminarono terrore, morte e caos, con l’obiettivo di destabilizzare le istituzioni e favorire una svolta autoritaria, orchestrati dalla destra eversiva con complicità di apparati deviati. Parallelamente, Cosa Nostra, guidata dai Corleonesi di Totò Riina, adottò una strategia terroristica: la strage di via Pipitone Federico (1983), che uccise il giudice Rocco Chinnici, e quella del Rapido 904 (1984), con 16 morti e oltre 260 feriti, ne sono esempi. Il culmine arrivò nel 1992-1994, con le stragi di Capaci e via D’Amelio, che colpirono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, seguite dagli attentati di via dei Georgofili a Firenze (1993), via Palestro a Milano e le basiliche di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro a Roma. La stagione di sangue si chiuse con il fallito attentato all’Olimpico (1994), coincidente con l’ascesa politica di Silvio Berlusconi (piduista, pregiudicato, pagatore della mafia), legato a Marcello Dell’Utri, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Oltre alle condanne passate in giudicato riguardanti tutti questi delitti "vanno ricordati - ha scritto il magistrato - sicuramente alcuni interrogativi rimasti tali, le cui risposte potrebbero squarciare i veli che avvolgono i cosiddetti 'mandanti a volto coperto', come li ha chiamati Piero Luigi Vigna, in una importante conferenza sulle stragi tenuta a Firenze nel salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio. Tutto questo fa parte di altri filoni di indagini, che impongono di continuare a indagare non solo perché questo è un obbligo giuridico, ma perché è la memoria delle vittime innocenti e dei tanti feriti, unitamente al condizionamento provocato da tali attentati alla nostra democrazia, che lo richiede. Lo esige la coscienza critica e morale della società civile: senza verità completa non c'è giustizia. E ci auguriamo di trovare il filo conduttore che ci consenta di individuare tali responsabilità, ove esistenti".  


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La strage di Via d'Amelio

Tescaroli descrive uno dei momenti cardine del periodo che venne immediatamente dopo la strage di Capaci. 
Un'anomalia, quella dell'accelerazione, di cui hanno parlato svariati collaboratori di giustizia. 
Su tutti vale la pena ricordare quel Totò Cancemi che noi stessi abbiamo avuto modo di intervistare. Ai giudici, ma anche a noi, aveva più volte riferito di una particolare riunione in cui Riina disse: “La responsabilità è mia”. “Quando ce ne siamo andati con Ganci - proseguiva Cancemi - Ganci mi disse: Questo ci… ci vuole rovinare a tutti, quindi la cosa era… il riferimento era per il dottor Borsellino. (…) Io ho capito che il Riina aveva una premura, come vi devo dire, una cosa… di una cosa veloce, aveva… io avevo intuito questo, che il Riina questa cosa la doveva… la doveva fare al più presto possibile, come se lui aveva qualche impegno preso, qualche cosa che doveva rispondere a qualcuno. (…) Questa cosa la doveva portare subito a compimento, doveva dare questa… questa risposta a qualcuno, questi accordi che lui aveva preso".
La ricerca della verità su quanto avvenuto passa inevitabilmente dal dare risposte su questo punto e nel dare un volto a questo "qualcuno". Del resto non è un caso che lo stesso Capo dei capi, nelle intercettazioni nel carcere Opera con Lorusso, abbia parlato di un qualcuno che disse di fare la strage "subito subito".
Morto nel 2011, Cancemi, era depositario di diversi segreti. 

La destra eversiva e i contatti tra Cosa nostra e Paolo Bellini

Paolo Bellini, figura complessa legata alla ‘Ndrangheta e alla destra eversiva, è uno dei protagonisti dei quesiti irrisolti trattati nel libro. Condannato in via definitiva il 1° luglio 2025 per la strage di Bologna del 2 agosto 1980, Bellini, ex membro di Avanguardia Nazionale ebbe contatti con il boss Antonino Gioè, uno di quei soggetti capace di mettere in relazione vari mondi, tra cui appunto quello dell'estremismo nero. 
Lui e Bellini, nello specifico, si resero protagonisti di una trattativa parallela tra Stato e mafia: benefici penitenziari per alcuni boss storici in carcere in cambio del recupero di opere d'arte rubate. I due si conobbero per la prima volta in carcere nel 1981 e caso vuole che i due si incontrassero nuovamente, così come raccontato da Bellini, proprio nel 1991 nelle zone di Enna. Luoghi chiave nella storia delle stragi perché proprio in quell'anno e in quelle campagne, secondo le testimonianze di diversi collaboratori di giustizia, venne decisa la strategia stragista consultando mondi esterni a quello di Cosa Nostra. 
Della figura di Paolo Bellini cosa si sa dei "suoi rapporti con gli esponenti della destra eversiva e gli esponenti dei servizi segreti?".
Certamente è ipotizzabile che abbia coltivato relazioni con gli 007. Tuttavia c'è una nota del Sismi datata 3 febbraio 1982, che liquida come insussistente questa supposizione per quanto attiene al servizio segreto militare. Dal medesimo appunto risulta che un operativo del Sisde nei primi anni '80 avrebbe avvicinato il reggiano, lasciando però cadere il discorso in gran fretta, dopo un paio di incontri al massimo. Tuttavia il sospetto che Bellini ha avuto collegamenti con quel mondo resta forte. 


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Strage di via D'Amelio © Shobha 


La sua collaborazione con la giustizia potrebbe aprire diversi scenari e dare un impulso dirompente alla ricerca delle verità su molti misteri italiani. Da non dimenticare anche i presunti contatti di Totò Riina con l'America che Bellini raccontò più volte, in varie sedi e sotto interrogatorio, parlando di "triangolazione con gli Usa", ma restando sempre assai generico.
Durante il processo "'Ndrangheta stragista" a gennaio 2020, collegato in videoconferenza, offrì un racconto che sfumò nell'indeterminatezza. "Secondo quanto mi disse Antonino Gioè, c'era un contatto... e c'entravano anche gli Stati Uniti, perché un parente di Riina viveva in America... Era una sorta di triangolazione, tutto collegato... una frase lapidaria. Ma non so se sia vero o meno", disse. 

Il mancato arresto della Cupola di Cosa nostra nel 1993

Il 15 Gennaio, lo stesso giorno in cui Gian Carlo Caselli si insediava come Procuratore della Repubblica a Palermo, tutti i telegiornali nazionali aprirono con una notizia sorprendente: l’arresto di Totò Riina, boss indiscusso di Cosa Nostra, ad opera dei Carabinieri del Ros.
"Giovanni Brusca ha dichiarato - ha scritto Tescaroli - che il giorno dell'arresto di Totò Riina, avrebbe dovuto esserci una riunione con la partecipazione, oltre che dello stesso Brusca, di altri capi mandamento, tra i quali Salvatore Biondino e Matteo Messina Denaro, nel corso della quale si sarebbe dovuto decidere sulla prosecuzione della strategia stragista. Se fosse stata effettuata tempestivamente la perquisizione a casa Biondino o se l'arresto fosse avvenuto a destinazione e non lungo il tragitto sarebbero stati, dunque, catturati Giuseppe Graviano, Giovanni Brusca, Matteo Messina Denaro e altri e verosimilmente non vi sarebbero state le stragi del 1993-94" ha riassunto il procuratore di Prato. Resta da capire perché si scelse di arrestare Riina sulla rotonda di via Leonardo da Vinci, quando l'auto aveva appena superato il motel Agip. Erano circa le nove del mattino.
Ovviamente alla notizia dell'arresto avvenuto tutti si dileguarono e quando i carabinieri si recarono nella casa di Biondino non c'era più nessuno. Anche quella, con il senno di poi, potrebbe definirsi un'occasione mancata. Forse volutamente mancata. Ma perché?
La Corte d'Appello di Palermo che ha redatto le motivazioni del processo Trattativa stato - mafia ha ricordato che dopo l'arresto del capo dei capi l'allora Comandante della Regione Sicilia, Giorgio Cancellieri, usò per la prima volta pubblicamente la parola "trattativa" commentando proprio la cattura del Capo dei Capi: "La personalità di Totò Riina è nota. Fa parte... direi della letteratura della mafia, a lui sono riconducibili tutta una serie di gravissimi e reiterati episodi di criminalità nell'isola, nell'intera Nazione e anche fuori dal territorio dello Stato. Fenomeni che hanno aggredito, nei gangli vitali, la popolazione, il cittadino comune, qualsivoglia attività produttiva, con attacchi ripetuti contro le Istituzioni statali. E questo in un piano anche, chiamiamolo in termini militari, strategico, addirittura potrebbe avere dell'inaudito e dell'assurdo, di mettere in discussione l'Autorità istituzionale. Quasi a barattare, a istituire una trattativa per la liquidazione di una intera epoca di assassini, di lutti, di stragi in tutti i settori della vita nazionale". 


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Strage di Capaci © Shobha 


Ascoltato in dibattimento il 9 febbraio 2017, Cancellieri aveva testimoniato che in quell'occasione ebbe a farsi portavoce, quale Ufficiale più alto in grado della Regione Sicilia, di un comunicato predisposto dal Ros, nelle persone di Subranni e Mori o comunque di indicazioni da questi ultimi fornitegli poco prima dell'inizio della conferenza stampa.
Scrive la Corte d'Assise d'Appello: "Quella di Mori - contrariamente a quanto ipotizza il giudice di prime cure - non era, però, una voce dal sen fuggito, ma doveva leggersi come un preciso messaggio lanciato a chi poteva intenderlo: la cattura di Riina era anche un monito per chiunque, tra i capi di Cosa Nostra (che erano ancora quasi tutti latitanti e in grado di agire) pretendesse di trattare con lo Stato nel modo in cui Riina aveva preteso farlo, e cioè dettando le sue condizioni, senza nessuna reale apertura ad un possibile negoziato. Insomma, un monito all’ala stragista; ma, implicitamente, anche una mano tesa all’ala più moderata e sensibile ad un’eventuale offerta di trattare: ovvero a quanti, all’interno di Cosa Nostra, fossero disponibili a negoziare certi favori, senza la pretesa di imporre unilateralmente con la violenza la propria volontà".
Sono fatti che al di là delle assoluzioni nessuno ha mai messo in discussione. 

Gli attentati a Roma, Firenze e Milano

Spostandoci nel continente Tescaroli ha analizzato gli attentati avvenuti a Roma, Firenze e Milano nel 1993: "Occorre spiegare la ragione per la quale tra un fatto e l'altro intercorrevano in alcuni casi pochi giorni, in altri un periodo di tempo più lungo, perché siano stati individuati obiettivi disomogenei tra loro: un giornalista televisivo, il patrimonio artistico e monumentale di città d'arte, chiese cattoliche centro della cristianità, carabinieri; perché si sia deciso di iniziare la campagna del 1993 proprio con l'attentato al presentatore televisivo di Canale 5 Maurizio Costanzo. Vi è un nesso tra gli attentati alle chiese di San Giovanni in Laterano e di San Giorgio al Velabro e l'anatema contro i mafiosi portatori di morte di Papa Wojtyla, che aveva lanciato domenica 9 maggio 1993 dalla Valle dei Templi ad Agrigento al termine dell'omelia". 
E poi ancora: "Vi sono correlazioni tra i sette attentati e la collocazione della Fiat 500, in via dei Sabini, davanti al civico n. 5, nelle immediate vicinanze di palazzo Chigi, rinvenuta il 2 giugno 1993, intorno alle ore dodici, con all'interno un ordigno entro una busta di plastica nera per rifiuti, con carica principale un esplosivo ANFO prodotto artigianalmente, munito di un congegno di innesco e da un sistema di attivazione elettronico?" Tutte queste stragi hanno un unico filo conduttore: i morti non "appartengono" a Cosa nostra, come disse il pentito Gaspare Spatuzza ex boss di Brancaccio, al capomafia Giuseppe Graviano pochi mesi prima dell'attentato (fallito) allo stadio Olimpico che avrebbe dovuto colpire molti carabinieri.
Di chi erano quei morti?
Gaspare Spatuzza raccontò durante le udienze di aver visto un uomo che non era di Cosa nostra dentro il garage di Villasevaglios a Palermo, dove veniva preparata la 126 per l'attentato del 19 luglio 1992. Gioacchino La Barbera invece parlò della presenza di soggetti esterni dietro alla vicenda della strage di Capaci. Che Antonino Gioè era personalmente impegnato nell’accompagnamento di questi personaggi, che 'supervisionavano'". 
E sempre Gioè, "mi diceva però che stavamo facendo qualcosa che era più grande di noi e aggiungeva che c’erano in campo persone più in alto di noi e che si stava entrando in un’altra era”. Quello stesso Gioè che stava facendo una trattativa con uomini dei servizi segreti. Perché Bellini non è solo un fascista e un estremista di destra, ma un personaggio che è stato in carcere sotto falso nome perché era, ed è, un membro dei servizi segreti. Salvatore Cancemi (pupillo di Raffaele Ganci) mi disse che la persona più importante a casa Riina non era il Capo dei Capi ma Salvatore Biondino. E che Biondino non era solo l’autista e il capo mandamento di San Lorenzo. Ma il regista della strage di Capaci e di quella di via d’Amelio. Biondino che ha contatti diretti con i servizi, fa parte dei servizi”. 
Ci sono tracce di elementi 'esterni' alle stragi, in particolare per quella di Milano, la più enigmatica e intricata dell'intero periodo delle bombe: "Occorre chiedersi, poi, atteso il vuoto conoscitivo delineato dalle plurime sentenze già ricordate, cosa accadde a Milano e, in particolare, in via Palestro dopo il 23-26 luglio 1993, allorché Gaspare Spatuzza, Francesco Giuliano e Cosimo Lo Nigro lasciavano la città e si recavano a Roma? Da chi e come veniva trasportata la Fiat Uno in via Palestro? Chi è la donna vista dal testimone oculare Luca Invernizzi, il quale nell'immediatezza dei fatti dichiarava di ricordare con assoluta certezza di aver notato scendere dal lato guida dell'autovettura Fiat Uno parcheggiata in via Palestro, una donna bionda? E' stata coinvolta nell'attentato? Un appunto riservato del Sisde ha fatto riferimento alla partecipazione di una donna al commando operativo che aveva agito il 27 luglio. Chi ha alimentato quella notizia?". 


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Strage di via dei Georgofili a Firenze 


La presenza di donne nel panorama delle stragi sconfessa in maniera completa che le stragi siano state fatte solo da Cosa nostra. Senza contare che nei pressi del cratere di Capaci sono stati rinvenuti dei guanti con Dna femminile.
A chi appartengono questi agenti?
Qualche anno fa il criminologo Federico Carbone, in un'intervista a ‘Il Giornale’, aveva raccontato di aver saputo da una fonte (un generale dell'esercito USA di stanza a Camp Darby, una donna vicina alla Cia), diversi elementi sull'attività di una struttura legata al servizio segreto Usa. Ciò significa che le stragi sono state poste in essere su spinta internazionale? Il sospetto è quantomeno lecito. 


Continuare ad indagare sul periodo stragista

Riassumendo.
Come ha puntualizzato Tescaroli occorre continuare ad indagare, andare più in profondità, non rassegnarsi o accontentarsi di mezze verità.
Quali i rapporti tra Paolo Bellini “con gli esponenti della destra eversiva e gli esponenti dei servizi segreti?”
“Come mai le anticipazioni sulle intenzioni degli appartenenti a Cosa nostra veicolate a esponenti delle Forze dell'Ordine da Bellini, prima, circa il progetto di colpire la Torre di Pisa, e da Angelo Siino poi sul fatto che l'esecuzione delle stragi sarebbero state effettuate al Nord non hanno consentito di impedire l'escalation di violenza del 1993?”
“Perché tutti gli episodi stragisti menzionati sono stati rivendicati con la sigla "Falange Armata", che accrebbe ulteriormente la carica intimidatoria di quegli attentati? L'iniziativa, attribuita da Filippo Malvagna a una decisione dei vertici di Cosa nostra, veniva condivisa con soggetti estranei al sodalizio mafioso?”. 
“Occorre chiedersi, poi, atteso il vuoto conoscitivo delineato dalle plurime sentenze già ricordate, cosa accadde a Milano e, in particolare, in via Palestro dopo il 23-26 luglio 1993, allorché Gaspare Spatuzza, Francesco Giuliano e Cosimo Lo Nigro lasciavano la città e si recavano a Roma? Da chi e come veniva trasportata la Fiat Uno in via Palestro? Chi è la donna vista dal testimone oculare Luca Invernizzi, il quale nell'immediatezza dei fatti dichiarava di ricordare con assoluta certezza di aver notato scendere dal lato guida dell'autovettura Fiat Uno parcheggiata in via Palestro, una donna bionda? È stata coinvolta nell'attentato? Un appunto riservato del SISDE ha fatto riferimento alla partecipazione di una donna al commando operativo che aveva agito il 27 luglio. Chi ha alimentato quella notizia?”. 
“E, più in generale, non sono stati individuati compiutamente i motivi dell'accelerazione dell'eliminazione di Paolo Borsellino, eseguita a distanza di soli cinquantasette giorni, nelle immediate vicinanze di quella che era costata la vita a Falcone, alla moglie e ai tre agenti di scorta (Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani). La causale dell'accelerazione potrebbe essere collegata al disegno criminoso che si è attuato successivamente a far data dal 14 maggio 1993. Vi è correlazione con la decisione di aprire la campagna stragista, nel 1993, con l'attentato al giornalista Maurizio Costanzo, obiettivo già individuato l'anno precedente?”. 
“Come Paolo Borsellino era un ostacolo alla trattativa, Costanzo rappresentava un ostacolo o uno strumento per il raggiungimento degli obiettivi che con la strategia stragista si dovevano perseguire e per tale ragione si è fatto ricorso all'impiego dell'esplosivo abbandonando l'idea dell'impiego delle armi leggere? Si tratta di elementi che impongono un approfondimento investigativo. Non sappiamo se e quando si potrà dimostrare, con certezza, che Cosa nostra non ha agito da sola”.
A distanza di decenni, ha ribadito Tescaroli nel saggio, "non si conosce perché sia cessata la campagna stragista, dopo il fallito attentato allo stadio Olimpico del 23 gennaio 1994. Perché quell'attentato non veniva più riproposto? Il 27 e il 28 marzo di quell'anno si tenevano le elezioni politiche, mutò il quadro politico istituzionale e lo stragismo marcato Cosa nostra si arenava. Vi sono coincidenze fra la campagna di stragi e la nascita di Forza Italia?"
"È verosimile ritenere che - se Cosa nostra avesse realizzato prima dello scioglimento, la strage dell'Olimpico (sarebbe stato un episodio di gravità paragonabile solo alla strage di Bologna del 2 agosto del 1980) - non si sarebbe proceduto da parte del presidente della Repubblica allo scioglimento delle Camere, perché sarebbe stato indispensabile e prioritario assicurare la continuità di una forte e incisiva azione del Governo (quello presieduto da Ciampi o da altri). In altre parole, una strage realizzata nei mesi precedenti avrebbe consolidato il Governo e la maggioranza e avrebbe rinviato a tempo indeterminato lo scioglimento delle Camere e le nuove elezioni".
Per contestualizzare il fallito attentato all’Olimpico, occorre ricordare che il clima politico e sociale in Italia, all’inizio del 1994, fu segnato da un profondo sconvolgimento. Il 13 gennaio, il governo Ciampi si dimise, travolto dallo scandalo di Tangentopoli, che disintegrò la classe politica al potere da decenni. I partiti, unanimi, spinsero per elezioni anticipate con la nuova legge maggioritaria, che Scalfaro fissò per il 27 e 28 marzo. In quel contesto di crisi, Cosa nostra intensificò le sue mosse. Dopo le stragi estive e le perlustrazioni autunnali, Gaspare Spatuzza, uomo di fiducia di Giuseppe Graviano, tornò a Roma. Il 21 gennaio, in un elegante bar di via Veneto, il Doney, si incontrò con il boss latitante. Graviano, euforico, sfoggiò un cappotto blu e un umore da vincitore. Sorseggiando un drink, confidò a Spatuzza che “tutto era chiuso” e che avevano ottenuto ciò che volevano, grazie a figure chiave come Berlusconi – “quello di Canale 5” – e Dell’Utri, il compaesano, si erano messi il "Paese nelle mani".
Eppure, nonostante il trionfo, Graviano ordinò un’ultima strage, un “colpo di grazia”.
Ma Graviano era euforico solo per questo oppure perché aveva parlato con 'altri' personaggi?
L'ambasciata Americana era lì a due passi; e il boss era vestito a festa.
Il puzzo dello Zio Sam è penetrante e continua ad offuscare il "fresco profumo di libertà".

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